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Meloni e la foto con il pentito, la replica della premier: “Il mio impegno contro ogni mafia è cristallino”

Dalla premier nessun riferimento, però, a un aspetto rilevante: Amico sostiene, infatti, di aver avuto a disposizione un tesserino che gli consentiva di uscire ed entrare in Parlamento
Meloni e la foto con il pentito, la replica della premier: “Il mio impegno contro ogni mafia è cristallino”
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“Mostrano una mia foto con un esponente della criminalità organizzata per sostenere la bizzarra tesi di una mia vicinanza ad ambienti malavitosi“. A scriverlo sui social è la premier Giorgia Meloni che replica a quella che lei definisce “la redazione unica” composta da Il Fatto Quotidiano, La Repubblica, Fanpage e Report, dopo l’articolo di Giorgio Mottola sul Fatto che anticipa un servizio che andrà in onda domenica 12 aprile sulla trasmissione di Rai 3.

Il riferimento è a quel selfie con Gioacchino Amico – referente del clan Senese in Lombardia, oggi uno dei principali imputati nel processo Hydra di Milano – datato 2 febbraio 2019 in occasione di un evento di Fratelli d’Italia. “Tutto serve a gettare fango nel ventilatore e a fare da grancassa mediatica agli interessi di partito. Nessun giornalismo, solo politica. Poco importa. Non sono una persona che si fa intimidire dagli squallidi attacchi di gente in malafede“, dice Meloni. Nella sua replica Meloni attacca anche il “pirotecnico collegamento con le vicende” di suo padre “per dimostrare non so quale commistione con la criminalità organizzata”. Il riferimento a Franco Meloni, però, non è presente nel pezzo del Fatto, e neppure sembra esserci negli altri giornali citati dalla premier.

“Sanno benissimo – continua Meloni – che, in decenni di impegno politico, esistono decine di migliaia di foto mie con persone che chiedono semplicemente un selfie. E ciò vale per chiunque faccia politica e stia in mezzo alla gente. E sfido chiunque a trovare mie dichiarazioni o attacchi contro altri esponenti politici colti nelle stesse circostanze. Il mio impegno contro ogni mafia è cristallino, coerente, duraturo. E ciò che abbiamo fatto al governo ne è la prova. Mentre altri liberavano dalle galere i boss mafiosi con la scusa del Covid, noi li arrestiamo e li teniamo dentro con il carcere duro, istituto che abbiamo salvato dallo smantellamento. Differenze. Ma a questi “professionisti dell’informazione” non importa niente”, conclude la presidente del Consiglio.

Nella sua replica, però, non c’è nessun riferimento a un aspetto estremamente rilevante: Amico sostiene, infatti, di aver avuto a disposizione un tesserino che gli consentiva di uscire ed entrare in Parlamento a proprio piacimento, come risulterebbe anche agli investigatori. Su questo nessun commento di Meloni. In una nota diffusa dalla Camera dei deputati, invece, viene reso che noto che “non è mai stato rilasciato alcun tesserino permanente intestato al soggetto citato dalle fonti di stampa”.

Intanto la notizia provoca le prime reazione politiche. “Giorgia Meloni non se la caverà con i soliti quattro slogan muscolari e commentando solo il selfie con Gioacchino Amico, dovrà per forza rendere conto di un quadro complessivo gravissimo che riguarda il suo partito. Il fango da cui è circondata è la sua classe dirigente, non il giornalismo d’inchiesta, baluardo per la nostra democrazia già ammaccata”, affermano i rappresentanti del Movimento 5 stelle nelle commissioni Antimafia e Giustizia della Camera e del Senato. “Non è un selfie qualsiasi. È un fatto politico”, dichiara Sandro Ruotolo, componente della segreteria nazionale ed europarlamentare del Partito democratico. “Il punto non è dire oggi: ‘non sapevo’. Il punto è un altro”, aggiunge Ruotolo: “Amico non sarebbe stato un imbucato. Avrebbe frequentato ambienti politici, accompagnato dirigenti, partecipato alla campagna elettorale. E soprattutto: alcuni livelli del partito potrebbero aver saputo chi fosse. C’è poi un elemento ancora più grave se verificato: il racconto di ingressi in Parlamento senza controlli, con presunti tesserini o accessi privilegiati, circostanza che andrebbe verificata fino in fondo. Per questo oggi non bastano le smentite. Non bastano le prese di distanza. Servono risposte convincenti a domande semplici: Chi sapeva? Chi avrebbe consentito quell’accesso? Chi avrebbe costruito quei rapporti?”, conclude l’esponente dem.

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