Cyberattacco agli Uffizi: rubati piani di sicurezza e i codici, chiusa per precauzione un’ala di Palazzo Pitti. La replica: “Nessun danno”
Quello che all’apparenza era stato etichettato come un semplice disservizio ai sistemi amministrativi o una “manutenzione straordinaria”, nasconde in realtà uno dei più gravi incidenti di sicurezza informatica mai subiti dal patrimonio culturale italiano. Le Gallerie degli Uffizi, insieme a Palazzo Pitti e al Giardino di Boboli, sono sotto il ricatto di un gruppo di criminali informatici. A svelare i contorni della vicenda è stato il Corriere della Sera che ha ricostruito come una vulnerabilità digitale si sia trasformata in una minaccia, costringendo la direzione del museo a prendere contromisure.
L’infiltrazione silenziosa e la richiesta di riscatto
Secondo le indiscrezioni raccolte dal quotidiano, l’attacco non è stato un blitz improvviso, ma un’operazione di spionaggio informatico durata mesi. Gli hacker avrebbero sfruttato una falla in un vecchio software per la gestione delle immagini a bassa risoluzione presente sul sito web. Da quel punto di accesso, forse già a partire dall’agosto scorso, i pirati informatici si sono mossi lateralmente all’interno della rete del polo museale. L’esfiltrazione dei dati è avvenuta in modo lento e progressivo, per non far scattare gli allarmi. Solo tra la fine di gennaio e i primi di febbraio i criminali hanno bloccato i server, paralizzando gli uffici per oltre due settimane, e hanno inviato una formale richiesta di riscatto recapitata direttamente sullo smartphone del direttore delle Gallerie, Simone Verde.
Cosa è finito nelle mani degli hacker
Il bottino digitale sottratto ai server fiorentini è di inestimabile valore. La minaccia degli hacker è chiara: vendere tutto sul dark web se la direzione non cederà al ricatto. Nello specifico si parla di piani di sicurezza: mappe dettagliate degli edifici, percorsi di ronda, vie di fuga e ingressi secondari. E ancora password, codici di disattivazione degli allarmi e l’esatta dislocazione di telecamere e sensori di movimento. A questo si aggiungono le comunicazioni riservate, come agende, messaggi di posta elettronica e documenti strategici della direzione. Infine l’archivio digitale: un database contenente decenni di lavoro di digitalizzazione di opere e documenti, in parte ora irrimediabilmente perduto.
Le contromisure: mattoni, calce e caveau
Di fronte alla prospettiva che una banda di ladri potesse utilizzare queste informazioni per muoversi indisturbata tra i capolavori, la reazione del museo è stata drastica. Dal 3 febbraio, un’intera ala di Palazzo Pitti è stata interdetta al pubblico con la giustificazione ufficiale di lavori di manutenzione. Nella realtà, racconta il Corriere della Sera, la direzione ha optato per una vera e propria blindatura preventiva. Diverse porte e uscite di emergenza sono state letteralmente murate con calce e mattoni nel giro di una notte, al fine di neutralizzare i varchi resi vulnerabili dal furto dei codici. Parallelamente, i monili più preziosi appartenenti al Tesoro dei Granduchi sono stati prelevati dalle teche espositive e trasferiti sotto scorta all’interno dei caveau blindati della Banca d’Italia. A tutto il personale in servizio è stato imposto il massimo riserbo sulle operazioni in corso.
Un colosso da 60 milioni sotto indagine
Le Gallerie degli Uffizi non sono solo uno scrigno d’arte, ma una vera e propria azienda con un fatturato annuo di circa 60 milioni di euro e incassi giornalieri che sfiorano il mezzo milione nei periodi di massima affluenza. La gravità della situazione ha immediatamente attivato i vertici della sicurezza nazionale: sull’accaduto indagano ora la Procura e la Polizia Postale, affiancate dagli esperti dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale guidata dal prefetto Bruno Frattasi. Nel frattempo, i contatti con i ricattatori sembrano essersi interrotti da alcune settimane, lasciando il museo in un clima di attesa e massima allerta. Interpellato dal Corriere della Sera per chiarire i dettagli della vicenda, il direttore Simone Verde ha preferito trincerarsi dietro un “no comment”.
La replica degli Uffizi
Secca smentita, tuttavia, arriva dalla Galleria stessa: agli Uffizi “non è stato compiuto nessun danno né è stato effettuato alcun furto”, “non ci sono prove di alcun tipo riguardo al possesso da parte degli hacker di mappe sulla sicurezza”, inoltre “le telecamere erano in fase di sostituzione da un anno” ma “la situazione non era affatto come al Louvre”. Così si legge in una nota. “Non sono state rubate password“, si legge ancora, “nessuna, in assoluto, perché i sistemi di sicurezza sono a circuito chiuso interno e non aperti all’esterno”.