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“L’America è nelle mani di un’amministrazione corrotta. Stiamo abbandonando la Nato che ci ha mantenuti al sicuro per 80 anni”: Bruce Springsteen e il suo tour politico

L'artista trasforma il suo tour in un palcoscenico politico per criticare l'amministrazione Trump e chiamare all'azione i suoi fan

di Stefano Mannucci
“L’America è nelle mani di un’amministrazione corrotta. Stiamo abbandonando la Nato che ci ha mantenuti al sicuro per 80 anni”: Bruce Springsteen e il suo tour politico

La Dichiarazione di Minneapolis. “Siamo qui per celebrare e difendere i nostri ideali, la democrazia, la nostra Costituzione e la sacra promessa americana”, ha detto Springsteen aprendo il concerto al Civic Centre il 31 marzo scorso. “L’America che amo, di cui ho scritto per cinquant’anni, che è stata un faro di speranza e libertà ovunque nel mondo, è adesso nelle mani di un’amministrazione corrotta, incompetente, razzista, sconsiderata e traditrice”. Lì il Boss ha chiamato a raccolta il suo popolo: “Stanotte vi chiediamo di unirvi a noi nella scelta della speranza al posto della paura, della democrazia sopra l’autoritarismo, dello stato di diritto che deve prevalere sull’illegalità, dell’etica sulla corruzione sfrenata, della resistenza che deve vincere sull’autocompiacimento, dell’unità sulla divisione e della pace anziché della guerra”.

Ed eccolo, il primo colpo di maglio della ‘cavalleria’ di Bruce, una furente cover di ‘War’ ripresa da Edwin Starr e i Temptations, che il rocker del New Jersey non eseguiva live da 23 anni. La guerra “non serve assolutamente a niente, è amica solo del becchino”. Pallottole soul per una strategia di pace, viatico obbligato in una serata che lo aveva visto avvicinarsi al microfono invitando tutti, come primo atto, a “pregare per i nostri uomini e donne in servizio all’estero. Preghiamo per il loro ritorno sani e salvi”. ‘War’ è un sasso tirato nelle acque torbide della storia statunitense: Bruce la propose per la prima volta quarant’anni fa, accompagnandola allora con l’esortazione ai giovani “a non avere fede cieca nei vostri leader, perché finireste ammazzati”.

Era la lezione del Vietnam che riecheggiava nell’incubo dei veterani tornati in patria come scarabocchi viventi sul disegno della disfatta nazionale nel sud-est asiatico. Nell’84-‘85 Springsteen era alle prese con il tour di “Born in The USA”,il brano secondo in scaletta – non casualmente – martedì in Minnesota: l’anti-inno che Reagan aveva tentato di piegare ad uso dello sciovinismo Rep, e che l’autore ha sempre difeso, rendendone indubitabile il senso fino a oggi. Da Ronald a Donald: in questo rally r’n’r dannatamente politico Springsteen andrà a cantarle – a sputarle – direttamente in faccia al Re Pazzo della Casa Bianca, quando il 27 maggio il Land of Hope And Dreams Tour si chiuderà al Nationals Park di Washington. Stavolta non si faranno prigionieri: a 76 anni Bruce è in grado di performare come nei momenti migliori, ricavandosi pure uno speaker’s corner d’elezione su quel palco che, di data in data, sarà la sede dell’opposizione raziocinante contro il Riccardo III di questi “tempi bui, pericolosi”.

Ci vogliono dita sanguinanti sugli strumenti per creare una travolgente festa rock dentro un comizio liberal; e occorre la giusta misura, tra enfasi e sobrietà per illustrare, in 27 brani, un pamphlet che entra nell’oscurità della sterminata provincia degli States per riaccendere scintille in anime travolte dalla desolazione e dallo scoramento, nel crack sociale che tramuta l’elmetto di un operaio senza lavoro in quello del soldato in un fronte insensato. C’è l’eposdark di un’America alla deriva economica e morale in “Death to myhometown”, “My City of Ruins”, “Wrecking ball”. Una goccia dell’inchiostro di Steinbeck tracima da “The ghost of Tom Joad” per macchiare “Darkness on The Edge of Town”, “Youngstown” o “Badlands”. Il riscatto post-11 settembre di” The rising” acquista inedite, stranianti sfumature, un quarto di secolo dopo, così come “Murder Incorporated”, l’Anonima Omicidi che non è più solo ricettacolo per gangster, a meno di non alludere a quelli dell’amministrazione.

E “American Skin”? Nel ‘99 valeva come denuncia agli agenti che avevano sparato a un taxista di NY dalla pelle scura, che stava tirando fuori di tasca i documenti: gli scaricarono addosso 41 colpi. Bruce la cantò al Madison Square Garden, i poliziotti si rifiutarono di garantirgli il servizio d’ordine. L’altra sera, nella città martirizzata dagli sgherri dell’Ice, è risuonata possente nella sua tragica eloquenza. Tra un pezzo e l’altro, Springsteen ha inchiodato al muro non solo Trump e la sua dissennatezza, paragonandolo a “un fiocco di neve” destinato a sciogliersi nelle pieghe dei vaniloqui e delle breaking news, ma anche la procuratrice generale Pam Bondi che “persegue quelli che il Presidente considera nemici, copre le sue malefatte e ne protegge gli amici potenti”.

Ha citato “gli immigrati trattenuti in centri di detenzione nel Paese e deportati all’estero in gulag senza un giusto processo”, ha sottolineato che “stiamo abbandonando la NATO e l’ordine mondiale che ci ha mantenuti al sicuro a livello globale per 80 anni”; non ha taciuto che oggi “per molti ormai siamo l’America sconsiderata, predatoria, imprevedibile, uno Stato canaglia”. Un incandescente proclama di tre ore sostenuto dalla potenza di fuoco della E Street Band con l’aggiunta della chitarra guestdi Tom Morello. Che ha dispensato scintille nella versione – più terrena che celestiale – della “Purple Rain” di Prince.

Al termine del tributo all’enfant du pays e prima di lanciarsi nell’ultimo bis, l’epocale “Chimesof Freedom” di Bob Dylan, Springsteen ha guardato negli occhi la sua folla: “Ho ripensato alle ultime parole di Renée Good prima di morire. All’uomo contro cui stava protestando, l’uomo che l’avrebbe uccisa, lei disse: va tutto bene, non sono arrabbiata con te, ragazzone. Dio la benedica. Così stanotte, quando tornate a casa, abbracciate i vostri cari, e domani trovate un modo per difendere in modo determinato ma pacifico gli ideali del nostro Paese. Come aveva detto il grande leader del Movimento dei Diritti Civili John Lewis, uscite e mettetevi nei guai. Dite qualcosa! Fate qualcosa! Cantate qualcosa!”. Ecco, cantate qualcosa.

La stessa urgenza che era bruciata nei nervi e nei muscoli del Boss quando, in 48 ore, aveva scritto e registrato “Streets of Minneapolis”. Era andato a gridarla a sorpresa una prima volta laggiù in gennaio, portandola in corteo nelle strade insanguinate “della città sbagliata per l’ICE”. L’aveva riproposta alla Riverside Church di New York a un benefit per “Democracy Now!” cui avevano partecipato anche Patti Smith e Michael Stipe. L’ha riportata “a casa” sabato scorso in una delle tremila manifestazioni “No Kings”.

A Saint Paul, di fronte a un mare di gente, Joan Baez aveva scelto invece di intonare “The Times They Are A-Changing”, del vecchio amico Dylan. Sì, i tempi stanno cambiando, forse. Ma serve che la fiaccola della canzone di protesta passi di mano: dai numi tutelari Bruce, Joanie, Patti, Neil Young a dei giovani artisti che sappiano custodirla con cura in questi “tempi bui, pericolosi”. A gennaio è nato, proprio a Minneapolis il “Singing Resistance” contro l’ICE: un movimento musicale spontaneo, non violento. Oggi conta 120 sezioni di attivisti tra Usa e Canada. Chitarre, cori, battimani. Tutti insieme, infondendosi coraggio. Cantare qualcosa, come suggeriva Lewis.

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