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Con la delegazione Pd, ho visitato il carcere in cui si è tolto la vita Bernardo Pace. Ecco perché

Il rapporto tra mafie e politica resta il nodo irrisolto. Accendiamo una luce su questa drammatica evidenza, che evoca il nostro peggiore passato
Con la delegazione Pd, ho visitato il carcere in cui si è tolto la vita Bernardo Pace. Ecco perché
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“Perché sono pentito per tutta questa faccenda e voglio dissociarmi di tutto e per tutto, per ripulirmi la coscienza, per i miei figli, per i miei nipoti, per tutto, tirarmi fuori da tutta questa…”. È la risposta messa a verbale il 19 febbraio da Bernardo Pace, condannato a 14 anni di carcere nell’abbreviato del processo Hydra a Milano per mafia, quando la P.M. dott.ssa Cerreti gli chiede perché abbia deciso di collaborare con la giustizia e quando gli chiede se questa scelta fosse stata condivisa innanzitutto dalla moglie, Bernardo Pace aggiunge: “Certamente, certamente”.

Quest’uomo verrà di lì a poco spostato nel carcere di Torino, dove sarà sistemato al meglio in ragione della sua condizione di collaboratore strategico in una delle più importanti inchieste contro la mafia nel nord Italia degli ultimi 15 anni, dopo Crimine-Infinito e Minotauro per intenderci. Una condizione aggravata da una seria patologia che difficilmente gli avrebbe dato scampo ed anche per questo Pace verrà trattato con ogni riguardo nel Padiglione “E”, detto “Arcobaleno”, in una cella singola, isolata dal resto e da ogni altro detenuto. Quest’uomo grato allo Stato per questa insperata possibilità di riscatto, confortato dalla vicinanza della famiglia tutta, che fa? Dopo aver consumato il pranzo, si impicca con un robusto filo di quelli che si usano per stendere, all’interno della propria cella, nel tardo pomeriggio di lunedì 16 marzo.

Di sicuro c’è che è morto.
La Procura di Torino sta indagando.
I pm titolari dell’accusa, Cerreti e Ferracane, nell’ordinario del processo Hydra che si è aperto una decina di giorni fa a Milano hanno depositato i due verbali di interrogatorio resi dal Pace, considerandoli evidentemente affidabili.

Mercoledì una delegazione di parlamentari del Pd, composta dal senatore Walter Verini, capo gruppo in Commissione Antimafia e dal senatore Andrea Giorgis, capo gruppo in Commissione Affari Costituzionale e già sottosegretario alla Giustizia, hanno visitato il carcere di Torino, incontrando i vertici della amministrazione penitenziaria, per capire qualcosa di più ma soprattutto per accendere una luce su questa drammatica evidenza, che evoca il nostro peggiore passato. Con loro c’ero anch’io.

La Commissione parlamentare antimafia, ha annunciato Verini rispondendo ai giornalisti fuori dal carcere, il 16 aprile sarà a Milano proprio per approfondire quanto sta emergendo dal processo Hydra e non si fermerà a questa missione. Parallelamente, si direbbe per tutt’altre questioni, la Commissione sentirà anche l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro sulla incresciosa vicenda della società “Le 5 Forchette” fondata con la diciottenne Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, condannato per essere un prestanome del clan Senese a Roma. “Si direbbe” perché in realtà l’inchiesta Hydra richiama necessariamente quella denominata “Affari di famiglia”, che nel 2020 portò all’arresto di Mauro Caroccia e al sequestro dei suoi locali romani, il “filo” che le lega è quello del riciclaggio dei proventi illeciti del clan Senese attivo tanto a Roma, quanto a Milano (dove stava in “consorzio” con esponenti di primo piano di Cosa Nostra e della ‘ndrangheta).

Nel verbale del 19 febbraio sottoscritto da Bernardo Pace ci sono ben otto pagine completamente omissate, sono quelle che raccolgono la risposta di Pace alla domanda della dott.ssa Cerreti sui rapporti tra i clan e i politici locali e nazionali.

Il rapporto tra mafie e politica resta il nodo irrisolto che spiega la formidabile resistenza di queste organizzazioni criminali ad ogni azione di prevenzione e contrasto: senza una politica corrotta che ammicchi, protegga e converga sarebbero già state spazzate via da decenni. Dovremmo davvero invertire l’ordine degli addendi con il quale siamo soliti guardare a questi fenomeni e preoccuparci molto di più della pericolosità del contesto politico-affaristico che consente alle mafie di sopravvivere, che di questi delinquenti senza qualità, che spesso non sanno nemmeno leggere e scrivere.

Chissà se i magistrati delle distrettuali antimafia di Milano e Torino ci abbiano voluto lasciare una traccia in tal senso su cui riflettere.

Non sfugge infatti che Hydra, il mitologico mostro ammazzato da Eracle nella sua seconda fatica, fosse figlio di Echidna, un altro tipaccio che ha dato il nome ad una recente inchiesta della DDA di Torino, che ha terremotato un altro pezzo di mondo politico. Eracle per battere Hydra ha avuto bisogno del giovane nipote Iolao che si mise a cauterizzare con una torcia i moncherini amputati dalla spada del semidio. Che poi è la storia dell’antimafia: dobbiamo essere tutti più “Iolao” per non avere bisogno di eroi.

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