Cinema

Gavagai, il film che divide: tra razzismo, classi e una Medea “imposta”

Köhler costruisce un gioco spiazzante tra Africa e Berlino, smontando identità e certezze. Ma dietro la complessità affiora una critica alla visione europea che pretende di spiegare tutto

di Davide Turrini
Gavagai, il film che divide: tra razzismo, classi e una Medea “imposta”

Ma quanto è orribile la Medea ipermoderna messa in scena nel set nel set di Gavagai? Il delizioso, insinuante, quasi irrisolvibile film di Ulrich Köhler, in anteprima italiana al Festival del Cinema Tedesco di Roma, offre una tale e condensata quantità di spunti sociali, culturali e razziali da far saltare lo schermo. Sulla falsariga della fredda rappresentazione classista di Ruben Östlund, il regista tedesco mette in scena una tensione latente tra personaggi bianchi europei (un’attrice e una regista) e una coppia africana (un attore e un’attrice). La mostra, da un lato, sul set senegalese di una Medea esasperata e trasformata, fino a rendere la protagonista una salvatrice di figli nel Mediterraneo contemporaneo; dall’altro, a Berlino, durante le ore che precedono la presentazione ufficiale del film in concorso alla Festival internazionale del cinema di Berlino, tra red carpet, conferenza stampa e proiezione.

In Africa, l’attore Nourou (Jean-Christophe Folly) è una figura importante, aitante, benestante; a Berlino diventa invece un perfetto sconosciuto, fermato davanti all’hotel perché privo di documenti. Allo stesso tempo, in Africa l’attrice Maja (Maren Eggert) è un pesce fuor d’acqua, nervosa e stanca, in conflitto con la regista Caroline (Nathalie Richard, che richiama una figura alla Claire Denis), e attratta dall’esotismo di Nourou. A Berlino, invece, torna una donna tutta d’un pezzo: difende l’attore davanti a un guardiano razzista e interrompe la relazione con lui, ormai priva dello stesso slancio.

Non c’è mai una vera svolta narrativa in Gavagai: si procede per strappi, per slittamenti. Il montaggio fa penetrare nel presente berlinese intere sequenze della Medea girata in Africa. Gli ultimi minuti abbandonano la première al Berlinale Palast per tornare definitivamente al film nel film. Köhler affida gran parte di questa incertezza – vagamente comica e profondamente irrisolta – alla relazione tra Nourou e Maja: da un lato l’impenetrabilità del volto di lui, appena increspato da sorrisi; dall’altro la tensione giudicante e inquieta negli occhi di lei. “È un film sul pregiudizio e sui preconcetti, sull’identità e sul razzismo, e soprattutto sul ruolo che le relazioni di potere giocano nella vita quotidiana”, ha spiegato il regista. “La politica identitaria incontra le questioni di classe: le buone intenzioni incontrano il fallimento, il dramma incontra la commedia”.

Resta però sullo sfondo anche una lettura critica: quella di una regista europea che impone una rilettura attualizzata di un classico trasformandola in una scelta politica tanto energica quanto, forse, autoritaria. A sottolinearlo è lo stesso Nourou davanti ai giornalisti: “Non è certo un film per i pescatori senegalesi”. E così, nel continuo gioco di rimandi sociali ed economici, anche l’attore africano, marginalizzato a Berlino, torna potente a casa propria, tra lusso e privilegi. Proprio l’assenza di un giudizio morale netto rende Gavagai un film sfuggente, che scivola dentro una contemporaneità razziale e di classe molto più complessa di qualsiasi opposizione tra buoni e cattivi. Il titolo richiama il celebre esperimento del filosofo Willard Van Orman Quine: un etnologo sente uno sconosciuto indicare un coniglio e dire “Gavagai”. Ma cosa significa davvero? “Coniglio? Pranzo? Orecchie lunghe? Sacro?”, si chiede Köhler. La risposta resta sospesa: la comunicazione, come il film, è un malinteso permanente.

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