“Non è che questa storia di Dio è una gran minchiata?”. Chissà. Forse. Di certo… che tanto Dio perdona a tutti, il film, perché ci sarebbe anche un libro, gioca lo stesso campionato della storia di Dio in dimensioni ridotte. Intellettualmente pretenzioso, faticosamente inconcludente, registicamente piatto, da circa metà film di una noia mortale, il quarto film diretto, sceneggiato e interpretato da Pif ripropone i cliché di maniera della propria scrittura (il riaffermarsi simbolico truffautiano dei personaggi di Arturo e Flora come specchio dell’io creativo), come i codici strutturali di riconoscibilità (la voce fuori campo di Pif è qualcosa di altamente punitivo) e la copertina di Linus dell’evento nazionalpopolare (i Mondiali di Italia ’82).
L’agente immobiliare pluripremiato palermitano Arturo (Pif), pancetta sedentaria sovraesposta e goffaggine da cinema muto, ha un’innata passione per i dolci che lo porta a una pedante conoscenza sul tema e alla creazione di mini video casalinghi di presentazione web di cannoli e torte. Quando un giorno, in un bar, ritrova la stessa pedante analisi di un cornetto farcito alla crema da parte della bella e bionda Flora (Giusy Buscemi), si innamora perdutamente di lei. Pochi minuti dopo scopre che la cliente del suo prossimo appuntamento di lavoro è proprio Flora. Figlia di uno dei più rinomati pasticcieri di Palermo, la ragazza vuole aprire un negozio tutto suo che leghi tradizione e modernità dell’arte pasticcera. Arturo le mostra uno spazio pittoresco in una piazzetta da favola, che Flora acquista in pochi istanti. Il capufficio (Francesco Scianna) è in visibilio per le doti professionali del sottoposto, ma Arturo ha orecchie e cuore solo per Flora: la pedinerà ogni giorno durante la ristrutturazione del locale, fino a quando i due confesseranno il proprio amore l’uno all’altra, rotolandosi sul bancone delle paste avvolti nudi nella carta per i dolci.
L’idillio di panna e ricotta dura fino a quando Flora mostra la sua fede profonda nel cristianesimo, fatta di preghiere, messa e ricorrenze cattoliche continue. Arturo, che sulla fede in Dio aveva mollato tutto in un impeto agnostico fanciullesco di fronte a Italia-Brasile dei Mondiali ’82 (“perché Dio ha ascoltato le mie preghiere e non quelle di un bambino brasiliano?”), proverà fantozzianamente a seguirla fingendo contrizione, inseguendo liturgie che non conosce, fino a una Via Crucis in cui interpreta un Cristo smemorato, facendo andare in bestia parroco, parenti e quartiere tutto. Arturo confesserà le sue bugie, Flora lo mollerà e lui, per riconquistarla, tenterà di aderire alle parole del Vangelo. Annunciata fin dai titoli di testa con la trovata di Arturo al confessionale con una specie di Papa Francesco (Carlos Hipólito), sequenza che ricorrerà almeno una decina di volte in due ore di proiezione e che, dopo la sorpresa iniziale, diventa un estenuante tormento, la parte della “conversione” autoimposta del protagonista è lo sprofondo vero, la voragine autentica del film.
Così, se nella prima ora scarsa Pif si aggrappa a tutto il suo armamentario comico tra tenue slapstick e vano citazionismo (in ufficio è tutto un Wolf of Wall Street), srotolando fili di narrato (la partita di calcetto con Pif imbranato in porta, vestito con la divisa di Dino Zoff dell’82) che dovrebbero servirgli nel ricucire i minuti a seguire, è proprio la mancanza di controllati tempi di regia, di una viva composizione del quadro (il blocco del ritorno del politico corrotto è terrificante) e di un’idea di inquadratura, che non c’è, oltre una specie di iris shot in chiave cartoon, a portarlo al naufragio della seconda ora.
Laddove le carrellate iniziali tra cassate, sciù, sfince di San Giuseppe e baci in bocca non producono più zucchero ed energia al racconto, si tenta la carta simpatica del picco glicemico (35 sciù come LSD e ti appare il Papa) e la parabola patetica della verità (un Jim Carrey di provincia); anche se …che tanto Dio perdona a tutti è già finito nella palude di un’anemica provocazione teologica che, proprio nel suo supposto disincanto comico, sbanda tra pignolo moralismo e bolso scetticismo.
Del resto, se a Pif togli il macrotema generale della mafia brutta e cattiva (La mafia uccide solo d’estate) e un regista di valore assoluto come Daniele Luchetti (Momenti di trascurabile felicità è un film di rara grazia compositiva), rimane il lungo applauso delle gesta tv e la sagoma scaltra di un Chance giardiniere che ce l’ha fatta. Cameo buffo di Dino Zoff. Distribuisce l’oramai onnipresente, giovanissima e affermata PiperFilm.