Musica

“X Factor è stato uno stress test importante. Non è il massimo dell’espressione creativa, ma ci si avvicina. Ho avuto paura di vivere una relazione dove non si succhia niente dall’altro”: così Roshelle

A 10 anni da X Factor, Roshelle pubblica il suo primo disco "Mangiami pure" e racconta il suo percorso artistico

di Andrea Bressan
“X Factor è stato uno stress test importante. Non è il massimo dell’espressione creativa, ma ci si avvicina. Ho avuto paura di vivere una relazione dove non si succhia niente dall’altro”: così Roshelle

A distanza di dieci anni dalla partecipazione ad X Factor, Roshelle ha pubblicato il suo primo disco. “Mangiami pure”, questo il titolo dell’album, è un progetto che unisce atmosfere synth pop, incursioni nell’alternative rock e sfumature indie. All’interno dei nove brani, Roshelle racconta il “limbo” di un suo amore (“quella situazione in cui sai che vuoi dare un taglio ad una situazione in cui ti trovi”), fa i conti con i sensi di inadeguatezza provati (“sono partita spesso, mi sono allontanata da Milano, dall’Italia in generale”) e scopre le sue potenzialità autorali, che non amano lo standardizzarsi con le classiche sequenze di un brano. In occasione dell’uscita di “Mangiami pure” Roshelle ha raccontato, a FqMagazine, la genesi del progetto.

Nella copertina del disco guardi un cioccolatino: perché?
Uno dei concetti che mi ha aiutato a spiegare meglio le sensazioni delle canzoni dell’album è la casa in miniatura, il sentirsi inscatolati in delle mura. La casa la soffro molto. Avere un tetto sulla testa è come se bloccasse i miei pensieri, certe volte. D’altro canto, la presenza dei cioccolatini, ho voluto esplorarla come esagerazione. Ovvero non di una cosa tenera, bella, buona e appetitosa, bensì del mangiarseli tutti e di star male poi. Quindi “Mangiami pure” è un invito alle mie passioni a prendersi gioco di me, di impossessarsi completamente della mia persona e di non lasciarne nulla. La cucina in realtà è il luogo in cui si può consumare tutto ciò: con la copertina ci si sente inscatolati perché abbiamo distrutto le pareti di questa casetta in miniatura, e poi abbiamo messo un piccolo cioccolatino simbolico.

Sei arrivata quarta ad X Factor 2016 e questo è il tuo primo disco: cosa c’è dietro questi dieci anni di attesa?
C’è un sacco di ricerca. Mi vengono in mente quei giochi dei bambini in cui da questo masso di pietra lo inizi piano piano a scavare, fino a trovare la forma finale. Ho cercato quello che sapevo ci sarebbe stato dentro. Non penso di essere al culmine della mia creatività, però sono molto orgogliosa. E per me è strano dirlo rispetto a qualcosa che ho fatto, devo dire che sono nuova a questo sentimento. Di solito sono autocritica ma penso sia un bellissimo primo album, per tutto quello che ho esplorato, per tutte le prove che ho fatto. Sai quando si dice che dopo diecimila ore si arriva ad essere esperti di qualcosa? Ecco, non so se ho passato diecimila ore a scrivere canzoni, però ci sono stata vicina.

In “Due passi nel blu della luna” dici di aver raggiunto una diversa consapevolezza di scrittura: in cosa ti senti cambiata?
Scrivendo la traccia è come se mi fossi data la libertà di pensare alle canzoni senza per forza dar loro una struttura. Senza per forza una strofa, un ritornello, uno special, eccetera. Amo molto scrivere di getto ed onorare il momento senza impormi nessun limite. Mi piacciono le cose che vengono alla prima, piuttosto che star lì sempre a editare. Ma non è stato così con tutte le canzoni perché, per esempio, con “Musa” e “Una notte triste triste”, ci ho messo tantissimi giorni per trovare il testo giusto.

“Quindi anche noi siamo qui, dentro quel limbo in cui non volevamo cadere”: qual è il “Limbo” a cui fai riferimento?
Il limbo è quella situazione in cui sai che vuoi dare un taglio ad una situazione in cui ti trovi. Solo che, per una questione di familiarità e di abitudine, ti ritrovi a sopportare quella determinata persona. Il “limbo” mi è capitato in una mia relazione. Guardavo, per esempio, i nostri vicini di appartamento che sono separati in casa, si sopportano. E io, in una mia passata relazione, avevo timore di poter vivere, come coppia, la vita così. È quello il limbo di cui parlo. Quella situazione in cui, semplicemente, ci si sopporta, ma non si succhia niente dall’altro. Né si dà né si riceve. È uno stagno… un limbo.

In “Sola tra le nuvole” corri e non guardi “cosa lascio indietro”, come fosse un nuovo inizio. Da cosa ti allontani?
Volevo descrivere, fisicamente, un moto a luogo. Se lo si percepisce come un’immagine, è veramente prendere, partire e cercare di dimenticarsi di quello che è stato fatto. In quel periodo sono partita spesso, mi sono allontanata da Milano, dall’Italia in generale. Nella mia testa è come se avessi iniziato un’altra vita, in un altro luogo, con altre persone, altri musicisti, in altri studi.

E cosa t’immagini possa esserci in questo “nuovo mondo” che ti aspetta?
Il fatto è che sono poi tornata indietro (ride, ndr). Quando ero a Londra, a Miami, quando ero di qua e di là, non mi sentivo soddisfatta di essere partita. Stavo facendo cose molto belle: stavo registrando agli Abbey Road e stavo lavorando con uno dei produttori con cui ha lavorato Amy Winehouse. Però sapevo che ero lì perché ero scappata da me stessa, da qualcosa che mi faceva paura. E quindi si sono messi insieme degli eventi nella mia vita che mi hanno riportata a Milano e l’ho preso assolutamente come un segno di non lasciare andare quello che stavo coltivando qui ma, al contrario, di portarlo a compimento, prendendolo come una sfida personale. E sono contentissima di essermi messa in ascolto di questo, altrimenti “Mangiami pure”, non esisterebbe.

Perché hai avvertito la necessità di allontanarti?
Sentivo che l’energia si era esaurita per me, come se avessi tratto beneficio da ogni cosa e che non c’era più pane per i miei denti.

“Cigarette” sono le pagine del tuo diario lette al microfono: che rapporto hai con la tua scrittura privata?
Ho una collezione di Moleskine finite. Ho un rapporto molto stretto con i taccuini, all’attivo ne ho quattro o cinque. Ne ho sempre uno dietro, come Leonardo da Vinci. Ogni pensiero che mi viene in mente, ogni domanda, ogni qualsiasi cosa che ho bisogno di mettere la penna sul foglio e di fissarla.

Riesci spesso a tramutarla in musica?
Sì, mi capita molto spesso.

“L’origine del mondo” si scosta molto dal resto dell’album. Parli di amore puro, un nuovo inizio. È l’incipit di un altro progetto?
È semplicemente una speranza diventata concreta. Mi piace perché in quella canzone, dopo aver sofferto in tutte le altre, dico “Ah, allora esiste questo”.

Tornando alla tua esperienza ad X Factor: c’è un’osservazione o un suggerimento di un giudice che ancora oggi porti dentro?
Non di un giudice.

Di chi, allora?
Fausto Cogliati (autore, produttore musicale e vocal coach, ndr), che purtroppo è scomparso di recente e che non ho più visto da allora in realtà. A parte per una volta in cui ero andata a trovarlo nel suo studio. Si parla comunque di dieci anni di buco, anche se ricorderò per sempre una frase che, sul momento, non capivo esattamente. Diceva che nella vita bisogna voler volere. Ci diceva sempre questa cosa. Così tanto spesso e con così tanta convinzione che sono passati dieci anni e, comunque, me la ricordo come fosse ieri. In qualche modo penso di aver carpito il significato dietro. Non è solo volere, ma devi voler volere.

Hai partecipato al programma a vent’anni, col senno di poi lo rifaresti?
Sì, anche perché nella mia vita quel periodo ha coinciso con la fine del liceo. Ho preso questa esperienza un po’ come un’università, un’accademia, un approfondimento degli studi, solamente che erano studi vocali e di performance. Dunque, lo rifarei, però da cantautrice perché ai tempi non scrivevo canzoni, le cantavo e basta. Prima avevo una passione soprattutto per la voce. Il programma è stato uno stress test importante perché ho capito quante cose posso imparare in soli quattro giorni che separano una performance dall’altra.

Ti sei mai sentita schiacciata dal peso dei riflettori e delle aspettative?
No, anzi. Ho capito ancora meglio che quello è il posto in cui voglio stare. È perfetto. L’ho vissuta veramente positivamente. Amo prepararmi per l’esibizione e pensare a tutto il contorno. Non è il massimo dell’espressione creativa, però ci si avvicina.

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