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“È stato come un fulmine, rapidissimo e totalmente inaspettato”: astronauta smette improvvisamente di parlare mentre è sulla Stazione Spaziale Internazionale, il caso di Michael Fincke preoccupa gli scienziati

Mike Fincke, veterano con 549 giorni in assenza di gravità, racconta i 20 minuti di emergenza vissuti a gennaio. Esclusi infarto e soffocamento. L'episodio solleva interrogativi cruciali sulla gestione medica in vista delle future missioni lunari Artemis

di Redazione FqMagazine
“È stato come un fulmine, rapidissimo e totalmente inaspettato”: astronauta smette improvvisamente di parlare mentre è sulla Stazione Spaziale Internazionale, il caso di Michael Fincke preoccupa gli scienziati

“È stato come un fulmine, rapidissimo e totalmente inaspettato”. Così il colonnello in pensione dell’Aeronautica Militare e veterano dello spazio Mike Fincke, 59 anni, descrive l’emergenza medica che lo ha colpito lo scorso 7 gennaio a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (ISS). Un malore avvolto nel mistero che ha innescato un evento senza precedenti: la prima evacuazione medica d’urgenza nella storia della NASA. A distanza di mesi, le cause di quell’incidente rimangono un enigma. I medici brancolano ancora nel buio, ma la vicenda ha riacceso i riflettori sui rischi concreti legati alla permanenza prolungata del corpo umano nello spazio profondo.

I venti minuti di terrore a gravità zero

La dinamica dell’incidente, raccontata dallo stesso Fincke in un’intervista all’Associated Press dal Johnson Space Center di Houston, è degna di un thriller fantascientifico. Era l’ora di cena e l’astronauta si stava preparando mentalmente per la passeggiata spaziale prevista per il giorno successivo, quando è andato improvvisamente in crisi. Fincke ha perso del tutto la capacità di parlare. Non ricorda di aver provato alcun dolore fisico, ma un evidente e forte stato di alterazione. “I miei compagni di equipaggio hanno capito subito che ero in difficoltà”, ha raccontato. In una manciata di secondi, tutti e sei gli astronauti a bordo si sono radunati attorno a lui, contattando immediatamente i medici di volo sulla Terra per richiedere assistenza. L’episodio critico è durato circa 20 minuti, dopodiché Fincke ha ripreso a sentirsi bene. “Non avevo mai provato nulla di simile prima, e non è più successo da allora“, ha precisato. Grazie all’ecografo presente sulla ISS, sono stati effettuati i primi esami strumentali in orbita, ma la gravità della situazione ha imposto alla NASA di annullare le attività extraveicolari e di predisporre il rientro anticipato dell’equipaggio della missione Crew-11.

Il rientro anticipato e il rebus clinico

Il 15 gennaio, con oltre un mese di anticipo sul ruolino di marcia, una navicella SpaceX ha riportato Fincke, la collega Zena Cardman e altri due membri dell’equipaggio sulla Terra. Dall’atterraggio in poi, l’astronauta è stato sottoposto a un’infinita serie di test ospedalieri. I medici hanno escluso categoricamente due ipotesi: non si è trattato di un attacco cardiaco e Fincke non stava soffocando con il cibo. Tutto il resto, però, rimane sul tavolo. La pista più battuta dagli specialisti è un possibile collasso fisiologico legato all’accumulo di tempo trascorso nello spazio: nel corso delle sue quattro missioni, Fincke ha totalizzato ben 549 giorni in assenza di gravità, ed era in orbita da cinque mesi e mezzo quando il malore lo ha colpito. Fincke ha scelto di non divulgare ulteriori dettagli clinici per proteggere un principio fondamentale: la privacy medica degli astronauti. “L’agenzia spaziale vuole assicurarsi che gli altri astronauti non sentano compromessa la propria riservatezza medica se dovesse succedere loro qualcosa”, ha spiegato.

I sensi di colpa e il futuro dell’esplorazione

L’astronauta ha rivelato di aver vissuto con grande sofferenza l’impatto del suo malore sulla missione. L’incidente ha infatti cancellato quella che sarebbe stata la sua decima passeggiata spaziale, ma soprattutto la prima in assoluto per la collega Zena Cardman. Fincke ha raccontato di essersi scusato in continuazione con il team, finché il nuovo amministratore della NASA, Jared Isaacman, non gli ha ordinato esplicitamente di smetterla. “Non sei stato tu. È stato lo spazio, giusto? Non hai deluso nessuno”, lo hanno rassicurato i colleghi.

Ottimista di natura, Fincke spera ancora di poter tornare tra le stelle un giorno, ma il suo caso rappresenta un monumentale campanello d’allarme per l’agenzia aerospaziale. La NASA sta ora passando al setaccio le cartelle cliniche di tutti gli ex astronauti per capire se episodi simili (magari lievi o taciuti) si siano già verificati in passato. Con il programma Artemis II alle porte e l’ambizione di stabilire una presenza umana permanente sulla Luna per poi puntare a Marte, missioni sempre più lunghe e lontane diventeranno la normalità. L’incidente della Crew-11 ha dimostrato che, per spingersi oltre i confini dell’orbita terrestre bassa, la NASA dovrà sviluppare sistemi sanitari e diagnostici di bordo nettamente più avanzati. Perché, come ha ricordato Fincke, nello spazio l’imprevisto può colpire in qualsiasi momento, “come un fulmine rapidissimo”.

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