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“Mancanza di rispetto per le donne. Delusa sia successo con Coventry, che è africana”: Semenya contro i test di genere

La due volte campionessa olimpica negli 800 metri è un'ex atleta iperandrogena: la decisione del Cio potrebbe colpire anche alcune donne che hanno sindromi o condizioni particolari
“Mancanza di rispetto per le donne. Delusa sia successo con Coventry, che è africana”: Semenya contro i test di genere
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La reintroduzione dei test di genere da parte del Comitato olimpico internazionale per i Giochi Olimpici del 2028 a Los Angeles è “una mancanza di rispetto per le donne“. A parlare è la sudafricana Caster Semenya, due volte campionessa olimpica negli 800 metri. L’ex atleta iperandrogena si è anche detta delusa per il fatto che la misura sia stata adottata sotto la guida della nuova presidente del Cio, Kirsty Coventry, africana e nata nello Zimbawe: “A livello personale, il fatto che sia una donna africana, che sa quanto le donne africane e le donne del Sud del mondo siano colpite da questo problema, ovviamente causa danni“, ha affermato Semenya in una conferenza stampa domenica a Città del Capo a margine di un evento sportivo.

Da ora in poi, infatti, tutte le atlete che vogliono partecipare a una gara femminile sono costrette a sottoporsi a uno screening del gene Sry. A stabilirlo è stato il Comitato Olimpico Internazionale, piegandosi di fatto all’orientamento di Donald Trump e al suo ordine esecutivo sullo sport femminile introdotto in vista dei Giochi di Los Angeles 2028. Il Cio ha affermato nei giorni scorsi che “l’ammissibilità a qualsiasi evento di categoria femminile ai Giochi Olimpici o a qualsiasi altro evento del Cio, inclusi gli sport individuali e di squadra, è ora limitata alle donne biologiche“.

Un’affermazione senza una logica ben precisa. Di fatto, eccezion fatta per il caso di Laurel Hubbard, le atlete transgender non hanno mai avuto spazio alle Olimpiadi: chiedere ad esempio a Lia Thomas, nuotatrice statunitense che nel 2024 è stata esclusa dai Giochi di Parigi. Quello che cambia realmente è il metodo con cui viene stabilito chi è donna e chi non lo è. Nonostante la presenza di atlete transgender negli sport femminili sia un tema delicato, corretto da affrontare da un punto di vista scientifico, in realtà non è una questione che oggi riguarda lo sport di alto livello, dove non ci sono casi di questo tipo.

Quando il presidente Trump ha firmato il suo ordine esecutivo intitolato “Tenere gli uomini fuori dagli sport femminili“, ha citato alcuni casi, come quello della pugile algerina Imane Khelif e della pugile taiwanese Lin Yu Ting: entrambe hanno vinto l’oro alle Olimpiadi di Parigi 2024. Entrambe però non sono transgender. Si tratta infatti di atlete intersex e iperandrogine. Ovvero, donne con un’eccessiva produzione di ormoni maschili (androgeni), in particolare di testosterone. Il rischio quindi è di colpire anche alcune donne che hanno sindromi o condizioni particolari.

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