Il giornalista Paolo Guzzanti torna in libreria con “Figli del secolo. Guzzanti vs De Benedetti”, un ritratto ironico, quanto amaro, di un’Italia che non c’è più. Un secolo di potere, giornali, rivoluzioni mancate e personaggi giganteschi: da Scalfari a Berlusconi, da Prodi a Cossiga. In questo dialogo Guzzanti vs De Benedetti che traccia, anche, la storia di Repubblica – quotidiano del gruppo GEDI ex proprietà di Exor, la società della famiglia Agnelli-Elkannn, venduto nei giorni scorsi al gruppo editoriale greco Antenna – si attraversano redazioni di provincia e battaglie industriali, guerre politiche e aneddoti personali. Si pubblica, per gentile concessione dell’editore, uno stralcio dell’intervista di Francesco Aliberti a Paolo Guzzanti che apre questa nuova edizione:
Cosa ha significato la fine dell’era Gedi?
«Repubblica» era un prodotto unico perché era Scalfari. Senza Scalfari non è più «Repubblica», anche se il nome resta. Il passaggio a De Benedetti e l’arrivo di Ezio Mauro avvengono in pochi mesi. Da quel momento, per me, «Repubblica» cessa di esistere. Diventa un giornale opulento, con molti giornalisti, serio, piemontese, pieno di notizie buone per la «Gazzetta dello Sport». Un giornale che perde il suo Dna perde la sua faccia. «Repubblica» era come un attore: la maschera era Scalfari, e noi eravamo gli accessori. Era un tutto amalgamato, identitario. Il primo scivolone identitario avviene quando Ezio Mauro, non molto amato dalla redazione che se lo vide imporre, cerca con fatica di alimentare il senso della continuità del “noi”.
Che rapporto aveva con Scalfari?
Siamo sempre stati amici. Ma la verità è che fu licenziato. De Benedetti arrivò una sera per comunicargli che era fuori. Tutti fecero finta di non capire: dissero che era stanco, che doveva riflettere. Sciocchezze che lo addolorarono molto. Ottenne solo quella dicitura tombale: “Il giornale fondato da Eugenio Scalfari”. E basta. Negli ultimi tempi era stato ridotto alla condizione di nomade: un ufficio appartato, niente da fare. De Benedetti parlava malissimo dei suoi fondi domenicali, li definiva pippe noiose, devastanti, inondanti. Anche se era un genio, lo trattava così.
Cosa stava diventando «Repubblica» sotto Ezio Mauro?
Ogni giorno somigliava sempre più alla «Stampa» di Torino, dove io ed Ezio avevamo lavorato dieci anni insieme. Portò con sé uomini chiave, bravissimi, professionisti eccellenti, ma con uno stile fiat che non era quello di «Repubblica». Cercava di farla sembrare più florida, più in salute. Ma il lettorato storico non si riconosceva più. «Repubblica» era un’identità, un partito, un modo di stare al mondo. La compravi e la mettevi sul portapacchi della bici come una bandiera, come i comunisti portavano «L’Unità» nella tasca della giacca.
Di Scalfari cosa resta?
Niente. Lo stesso Scalfari era stato marginalizzato. E poi c’è la storia di Arcore, che ho già ricordato: quando Scalfari e Caracciolo andarono da Berlusconi e si misero a suonare Gershwin con Confalonieri. Quella scena, per De Benedetti, fu la goccia.
Abbiamo deciso di intitolare questa riedizione ‘I figli del secolo’ perché in questo libro si racconta un Novecento che non c’è più. Il Novecento è davvero finito?
Siamo figli di un secolo che è finalmente morto. Pensavamo che le Torri Gemelle avrebbero cambiato la storia del mondo, e poi è venuto fuori un altro secolo, un’altra popolazione, un’altra lingua, un altro tutto. Il Novecento è morto nella lingua, negli usi, nei costumi, nella gestualità.
[Nota dell’intervistatore: Guzzanti, mentre parla, si mette davvero a canticchiare l’inno anarchico con un tono mezzo ironico e mezzo nostalgico]
«Nel fosco fin del secolo morente,
sull’orizzonte cupo e desolato,
già spunta l’alba minacciosamente
del dì fatato…»
In Italia subiamo una leadership americana. E dal punto di vista culturale non produciamo un grande film, non produciamo un grande libro, non produciamo una grande opera. L’ultima cosa imponente è stato il Mose di Venezia e il restauro della Fenice. L’Italia è una sopravvissuta, una reduce del Novecento. Ci siamo liberati dei nostri marchi di lusso, dell’industria. Veleggiamo verso il nulla culturale.
C’è almeno qualcosa che le piace dell’Italia di oggi?
Alcuni italiani. C’è stato un rinnovamento importante: gli italiani del ventunesimo secolo non somigliano a quelli di prima. Ed è una virtù.
Qui di seguito il racconto di «Repubblica» nelle parole di Paolo Guzzanti
Dire che sono stato uno dei fondatori di «Repubblica» forse è eccessivo, però fui assunto da Scalfari prima ancora che il giornale nascesse e dunque quando il giornale nacque nel gennaio 1976 io c’ero, e non ero all’ultimo posto. Quando poi lasciai «Repubblica» nel 1990, invitato da Paolo Mieli alla «Stampa» (dove Ezio Mauro era condirettore), il giornale di Scalfari era ancora una stella di prima grandezza benché la sua parabola gloriosa secondo me fosse al termine e la direzione stessa di Scalfari si avviasse verso la fine.
Racconterò dunque anche qui qualcosa di personale, che può aiutare il lettore a capire meglio la particolarità e anzi l’unicità di quell’impresa attraverso un frammento di vita vissuta.
Ho cominciato a fare il giornalista a ventidue anni nel 1962 in un piccolo e glorioso settimanale scomparso da molti anni che si chiamava «Il Punto della settimana», diretto da intellettuali di centro-sinistra provenienti dalla Resistenza, tutti legati alla diplomazia, all’ex ministro degli Esteri Carlo Sforza e al circolo degli intellettuali antifascisti, occidentali, molti dei quali già scomparsi da tempo. Su quel giornale elegante e di nicchia scrivevano John Kennedy, Pietro Nenni, François Fejtö, Kenneth Galbraith e tanti altri.
Carlo Sforza era morto nel 1952, ma aveva lasciato dietro di sé una scia di diplomatici e saggisti che conducevano una battaglia atlantica e di sinistra allo stesso tempo, tutti figli dell’antifascismo, dell’esilio, ma anche della scelta definitiva dei valori occidentali. Lavoravamo in un bell’appartamento di via del Babuino e io non avevo uno stipendio: ero pagato cinquecento lire a cartella per le traduzioni dal francese e per qualche articolo che mi era consentito scrivere come un premio. Ero povero in canna e la mia prima figlia, Sabina, stava per nascere.
Dunque, per raggranellare qualche soldo facevo di notte il correttore di bozze e l’operaio nella tipografia dell’«Avanti!». Poi passavo due giorni alla settimana nella tipografia Tumminelli, nella città universitaria, dove si stampava anche «L’Espresso». Lì conobbi il padre di Eugenio Scalfari, un vecchio avvocato calabrese che era stato direttore del Casinò di Sanremo, città in cui Eugenio frequentò il liceo avendo come compagno di classe Italo Calvino. Il vecchio avvocato dava una mano nel controllo finale del settimanale di via Po che a quell’epoca mi pareva mitico, irraggiungibile, esaltante. Era ancora “L’Espressone” (come verrà chiamato in seguito, quando Scalfari lo trasformò in un fascicolo di successo detto “L’Espressino”), il formato quotidiano, grande e splendido per grafia e fotografie, titolazione e testi.
Poi «Il Punto» chiuse nel 1965 e da correttore di bozze diventai giornalista praticante all’«Avanti!», dove rimasi come redattore e inviato speciale fino al 1973, quando andai in Calabria con Piero Ardenti, un intellettuale socialista passato come me al Psiup, per far nascere un «Giornale di Calabria» che, nelle fantasie positiviste e moderniste del leader socialista calabrese Giacomo Mancini, avrebbe dovuto far nascere l’inesistente giornalismo calabrese. […] Io detti tutto me stesso a quell’impresa facendo la spola fra Roma, dove avevo la mia famiglia che non avevo voluto trasferire, e uno sperduto luogo montanaro alle pendici della Sila a sud di Cosenza che si chiama Piano Lago di Mangone dove, in un parallelepipedo di vetro cemento plastica moquette e open space alla milanese piazzato in aperta campagna sotto la foresta, si trovava la sede del giornale che ricordava l’ambiente del famoso film francese Le vacanze di monsieur Hulot, di Jacques Tati.
La mia esperienza di vicende calabresi ebbe qualche peso più tardi, perché Eugenio Scalfari, di famiglia calabrese, mi utilizzava volentieri come inviato speciale in quella tormentata regione. Nel 1975 ero sfinito dall’esperienza calabrese perché il giornale al quale davamo la vita non attecchiva, i giornalisti locali preferivano Roma e Milano e la fatica era enorme per un risultato modesto. Poi accadde un fatto per me tristissimo: un mio caro amico e giornalista dell’«Espresso», Giampaolo Bultrini, dirottato al Festival di Sanremo, sbandò uscendo da una galleria, restò schiacciato nella sua auto cappottata e rimase in coma profondo per molto tempo all’ospedale Sant’Orsola di Genova. Giampaolo riprese conoscenza molto tempo dopo, uscendo dal coma profondamente menomato nel fisico e nell’umore, e morì poi in un penoso stato di decadimento nel 1997.
Mentre era in coma, noi suoi amici ci accampammo nei corridoi dell’ospedale insieme ai familiari. E lì vennero anche molti colleghi dell’«Espresso», fra cui Serena Rossetti, che all’epoca era la segretaria di redazione ed era (ma io questo allora non lo sapevo) sentimentalmente legata a Scalfari di cui oggi è la seconda moglie. Furono giornate di sigarette, caffè, insonnia, ansia e attesa. Con Serena facemmo amicizia, sicché prima di salutarci mi disse: «Telefona a Eugenio che sta preparando un nuovo quotidiano. Ti prendo un appuntamento». Per me Scalfari era il nome di un mito: leggevo «L’Espresso» da quando era uscito e ne avevo stillato il mio modo di scrivere, mi ero letteralmente abbeverato alla novità del linguaggio e del racconto. L’idea di “telefonare a Eugenio” mi appariva impraticabile (chi ero io?) ma una segretaria mi telefonò e mi passò Scalfari, che mi convocò in via Po nella sua stanza dove mi illustrò rapidamente il progetto. Poi mi fece vedere i negativi di pagine elegantissime diverse da quelle di qualsiasi giornale mai visto in Italia, simili un po’ a quelle di «Le Monde».
Mi chiese se lavoravo in Calabria: «Benissimo», disse, «allora lei sarà il nostro corrispondente dalla Calabria, regione in cui manca ancora un corrispondente». Mi sentii mancare, visto che volevo fuggire dalla Calabria e non restarci, ma ringraziai: meglio di niente, per cominciare. Quando venni a Roma per partecipare alle prime riunioni in piazza Indipendenza mi ritrovai con una trentina di ragazzi e ragazze intorno a un enorme tavolo e feci una curiosa scoperta: io ero l’unico giornalista di quella congrega, l’unico che sapeva dove mettere le mani in un giornale, che conosceva tecnica e tipografia, cosa che poi mi avrebbe costretto a un lungo periodo di turni di notte come redattore capo alle chiusure.
L’idea di quell’adunata di ragazzi era geniale. Scalfari aveva fatto selezionare giovani movimentisti, estranei ai partiti, qualcuno di Lotta continua, qualcuno di Avanguardia operaia, anarchici e cani sciolti che parlavano una babele di gerghi sinistresi e assembleari, più un congruo numero di ragazze femministe. Erano tutti più giovani di me, che avevo già trentasei anni ed ero alla mia quarta esperienza professionale. L’atmosfera era caotica e tutto era farcito dei luoghi comuni degli anni Settanta in un’Italia alle viste del terrorismo, perennemente sull’orlo della guerra civile.
Tutto era divertente, sgrammaticato, entusiasmante, folle ma prevedibile. Molti di quei ragazzi diventarono giornalisti famosi, altri si persero per strada e un paio si suicidarono. L’area politica era quella di una sinistra libertaria senza patria che andava dai socialisti come me a quelli che lambivano aree armate, con una prevalenza di visionari affabulatori, e altri che non parlavano mai ritenendo la parola stessa una contaminazione borghese.
Io facevo ancora avanti e indietro dalla Calabria. La notte chiudevo il giornale a Cosenza, guidavo giù per le montagne fino a Paola e saltavo su qualsiasi convoglio diretto a nord, sbarcavo a Roma, andavo a «Repubblica» dove si preparavano i “numeri zero” (cioè di prova) e poi prendevo il Rapido delle dodici che mi portava a Paola per tornare all’altra redazione, dove facevo il giornale quasi da solo o con quattro gatti perché il direttore era spesso assente. Ero molto logorato, ma felice. Scrissi un articolo che entusiasmò Scalfari: Cara donna, ti ammazzo. Era una raccolta delle infinite violenze contro le donne in Calabria e c’era anche il caso di una moglie decapitata sul ceppo dal marito come una moglie di Enrico VIII, il quale però queste faccende di dettaglio le lasciava al boia. Andavo bene, Eugenio mi apprezzava e così la sera dell’Epifania del 1976, mentre mi trovavo nella tipografia calabrese a chiudere il giornale, il centralinista mi chiamò urlando. Aveva un nome mai più sentito e una faccia simpatica sempre sor-ridente: si chiamava Docimo. E urlò: «Dottore Cuzzandi, c’è ’u dutturi Scalvàri a ’u telefono!»
Presi dunque «’u dutturi Scalvàri» che con voce impostatissima, aulica, roca, profonda, scandì: «Volevo comunicarle che oggi il Consiglio di amministrazione di “Repubblica” ha deliberato la sua assunzione». Quando racconterò questo frammento di storia patria (per me) a De Benedetti, il suo commento sarà: «Tipico di Eugenio. Naturalmente il Consiglio di amministrazione era soltanto lui».