Cinema

Risate in apnea, corpi elettrici e tic immortali: al Bergamo Film Meeting 2026 riesplode il fenomeno Louis De Funès

Sale esaurite e sette titoli per riscoprire, al Bergamo Film Meeting 2026, la furia comica di Louis de Funès: un’energia fisica e popolare che attraversa i decenni e continua a contagiare il pubblico.

di Davide Turrini
Risate in apnea, corpi elettrici e tic immortali: al Bergamo Film Meeting 2026 riesplode il fenomeno Louis De Funès

Smorfie irresistibili, sbuffi da fumetto, gesti improvvisi, versi inconsulti. Louis De Funes è stato la maschera comica popolare della Francia intera per eccellenza. Basta una scrollata su Google “comici francesi” e appare, prima di tutti, sempre lui. Oppure è bastato seguire il Bergamo Film Meeting 2026, dove le proiezioni dei film da lui interpretati hanno fatto il tutto esaurito (l’abbiamo verificato di persona per Oscar alle quattro del pomeriggio, ndr). Sette i titoli riproposti con sagace selettività da una filmografia infinita, alcuni di questi campioni d’incassi assoluti (L’ala o la coscia, Le avventure di Rabbi Jacob, Oscar, Le Grand Restaurant), per delineare, a chi se lo fosse dimenticato, come si rideva spensieratamente fino agli anni Ottanta, giocando persino con tematiche d’attualità (l’invasione del cibo industriale negli anni Settanta in L’ala o la coscia, per dire). Molti in Italia ricordano qualcosa di De Funes, tante risate per qualche apparizione nelle sale, ma mai una vera e propria consacrazione del talento, della versatilità o, come si dice oggi, della performatività di De Funes. Un signore che arriva alla notorietà quando ha ormai cinquant’anni, a metà anni Sessanta, e che fa del suo muoversi saettante, a scatti, nervoso ed elettrizzato un marchio di fabbrica.

“Contemporaneo di Paperino e Paperone, la sua elasticità e la sua dinamica ipervitaminica lo trasformano agli occhi dei più piccoli in un personaggio da cartone animato. In Oscar, con la sua “tirata del naso”, si pone precursore di Jim Carrey. Per cogliere la velocità della sua recitazione occorre guardare i suoi film un fotogramma alla volta”, scrive Alain Kruger nel catalogo del BFM 26.

Originario di una famiglia nobile spagnola, tanta gavetta tra teatro e cinema, una passione per il pianoforte e il jazz statunitense, De Funes emerge a tutto tondo, delineando in autonomia le sue modalità di apparizione e recitazione tra il ’65 e il ’66, quando è co-protagonista assieme a un altro celebre comico francese, Bourvil, prima in Colpo grosso ma non troppo, poi in Tre uomini in fuga. Quest’ultima commedia patriottica e antinazista, ambientata nel 1941, diventa il film più visto in Francia con oltre 17 milioni di spettatori, record battuto soltanto dal Titanic di Cameron.

Le proporzioni del successo di De Funes sono impressionanti. Le prestazioni in scena altrettanto. In una manciata di anni (1965-1975), interrotti dal primo infarto, e poi di nuovo da metà anni Settanta a inizio anni Ottanta, De Funes affina il personaggio dell’ometto borghese, brontolone, mugugnante, collerico, furbo, vestito con formale eleganza, in preda a tic, bocche arricciate, occhi serrati. In Le Grand Restaurant, direttore del ristorante Chez Septime, col vizio di tirare per dare ordini rigidissimi ai sottoposti, parte come un pazzo a elencare in tedesco la ricetta del soufflé. Tale è il piglio e la recitazione in apnea teutonica che, a un certo punto, un’ombra gli disegna sulla fronte un ciuffo nerissimo e tra naso e bocca un quadratino di baffetti hitleriani.

E nonostante la salute non proprio salda, e l’età non più da ragazzino, De Funes è stato un’autentica furia nel ballo. Le coreografie sia in Le Grand Restaurant (un ballo cosacco coi piatti in mano), ma soprattutto in Le avventure di Rabbi Jacob (una danza sfrenata tra rabbini in mezzo al quartiere ebraico di Parigi), lo vedono al centro del gruppo di ballerini, leggero come una piuma eppur vivace tanto quanto i colleghi professionisti. De Funes supera, nella scala della risata francese, per agilità sia Bourvil sia Fernandel, poi arriva perfino accanto a una figura inaudita come Coluche, che affianca in L’ala o la coscia (1976). Padre e figlio perennemente squilibrati (In viaggio con papà, con Sordi e Verdone, ha un debito imbarazzante nei confronti di questo film), dove De Funes interpreta il più importante critico culinario francese (ricordate la scena dei brufoli che sbucano all’improvviso per via di una forzata intossicazione alimentare?) e Coluche dovrebbe sostituirlo, ma preferisce fare il clown in un circo.

Ebbene, De Funes è nel tessuto sociale francese come nessuno prima di lui. Guardate anche solo come vengono affrontati i temi “bollenti” degli ebrei e dei neri in Le avventure di Rabbi Jacob. L’intera operazione filmica è una sciabolata trasversale ai luoghi comuni sul razzismo, nonché una scossa alle convenzioni del politicamente corretto sugli ebrei. Chissà, forse perché De Funes non professava un credo socialista, e anzi era un cattolico praticante, gollista con tendenze realiste, letteralmente nemico del comunismo e dell’Unione Sovietica. In un’intervista a Le Monde nel 1971 spiegava: “Essere di sinistra è una moda, come i capelli lunghi. La risata, invece, resiste. È innocente. Non capisco come si possa cercarvi significati nascosti”.

Un tale ciclone popolare venne riconosciuto con il César alla carriera solo nel 1980. È Jerry Lewis (e chi meglio di lui?) a consegnarglielo, con tanto di tentativo di abbraccio rifiutato da De Funes con smorfie alla sua maniera. Inutile: il suo cinema andrebbe rivisto tutto e velocemente. In streaming non c’è (e figuriamoci). Magari qualche archivio della tv. Incrociamo le dita.

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