C’è stato un tempo, lontano ma non troppo, in cui Facebook era il posto dove tutto accadeva. Oggi è diventato il salotto digitale dove si entra più per abitudine che per entusiasmo: un museo interattivo dei ricordi, con qualche discussione fuori controllo e una timeline che sa di déjà-vu. Nel frattempo, mentre altrove scorrono video veloci e pubblici sempre più giovani, Facebook osserva da bordo campo. E a quel punto la risposta è arrivata, concreta e poco filosofica: Mark Zuckerberg ha deciso di mettere mano al portafogli. Meta Platforms pagherà fino a 3.000 dollari al mese i creator per pubblicare contenuti sulla piattaforma e provare a rimetterla in moto.
Il piano si chiama Creator Fast Track. In pratica, Meta offre 1.000 dollari al mese a chi ha almeno 100 mila follower su TikTok, Instagram o YouTube e accetta di pubblicare reel su Facebook. L’assegno sale fino a 3.000 dollari per chi supera il milione di follower, mentre chi ne ha tra 20.000 e 99.999 otterrà tra 100 e 450 dollari mensili. Il contributo è garantito per tre mesi e si aggiunge agli eventuali ricavi pubblicitari. Ma non è aperto a tutti: bisogna avere almeno 18 anni, vivere negli Stati Uniti o in Canada e, dettaglio non secondario, non aver pubblicato reel su Facebook negli ultimi sei mesi. Tradotto: Meta cerca creator attivi altrove, non utenti già fedeli.
Il problema anagrafico
Il punto è che Facebook non è in crisi di tecnologia. È in crisi di identità. O meglio: di età. Per i ragazzi, Facebook è il social dei genitori e dei nonni. È il luogo dove finiscono le catene di Sant’Antonio, i meme riciclati e le opinioni non richieste sotto qualsiasi post. Un ecosistema che difficilmente si presta alla spontaneità veloce dei video brevi che dominano oggi.
E Zuckerberg questo lo sa. Non a caso parla di rinascita dell’“OG Facebook”, dove “OG” (Original Gangster), dovrebbe evocare autenticità, spirito pionieristico, freschezza. Ma il rischio è che suoni più come un tentativo di cosplay digitale: vestirsi da giovane quando ormai si è diventati, inevitabilmente, istituzione.
Pagare per sembrare vivi
L’operazione ha un sapore quasi disperato nella sua lucidità. Facebook non prova più a convincere le persone a tornare: prova a pagare chi può portarle. L’idea è quella di importare contenuti freschi da piattaforme concorrenti, sperando che insieme ai video arrivino anche gli utenti. Alla fine, la questione è meno economica e più culturale. Facebook può tornare a essere il centro della vita digitale o è destinato a diventare un gigantesco archivio della memoria online? Pagare i creator può portare contenuti. Ma non è detto che riporti significato. E forse è proprio questo il punto più ironico di tutta la faccenda: il social che ha insegnato al mondo a condividere tutto, oggi deve pagare per farsi raccontare qualcosa.