Dietro l’immagine pubblica di una madre amorevole e autrice di libri per l’infanzia, si nascondeva una calcolatrice spietata, disposta a tutto per mantenere il proprio status sociale. Una giuria di Park City, nello Utah, ha giudicato la 35enne Kouri Richins colpevole di omicidio aggravato, falsificazione e frode assicurativa per aver assassinato il marito Eric con una dose massiccia di Fentanyl. La sentenza definitiva, che potrebbe tradursi in un ergastolo, verrà emessa il prossimo 13 maggio.
Il movente: debiti, un amante e una polizza falsa
Il processo ha smontato pezzo per pezzo la facciata di Kouri Richins. Secondo quanto emerso in aula grazie al lavoro del procuratore Brad Bloodworth, la donna si trovava in una situazione finanziaria disastrosa, gravata da debiti per circa 4,5 milioni di dollari legati alla sua attività di agente immobiliare. Il suo obiettivo era duplice: liberarsi del marito per vivere alla luce del sole la sua relazione extraconiugale con Robert Josh Grossmann (che in aula ha però minimizzato il legame) e, soprattutto, incassare i soldi per evitare la bancarotta. “Voleva lasciare il marito ma non voleva lasciargli i suoi soldi”, ha riassunto il procuratore Bloodworth durante la sua arringa, descrivendo l’imputata come una persona ossessionata dall’apparenza e dal denaro. Per garantirsi un futuro florido, Richins aveva stipulato un’assicurazione sulla vita del marito da 2 milioni di dollari, falsificando la firma dell’uomo.
I due tentativi di avvelenamento e la traccia digitale
Il piano omicida non è andato a segno al primo colpo. L’accusa ha dimostrato che Kouri aveva già tentato di uccidere Eric il giorno di San Valentino del 2022, nascondendo il potente oppioide sintetico all’interno di un panino. L’uomo si sentì male, ma sopravvisse. Poche settimane dopo, il 4 marzo, la donna ci ha riprovato con successo, sciogliendo nel bicchiere del marito un “Moscow mule” letale. L’autopsia rivelò nel sangue della vittima una concentrazione di Fentanyl — procurato illegalmente da un’infermiera con un passato di tossicodipendenza, poi diventata testimone chiave — cinque volte superiore alla dose mortale. A blindare l’impianto accusatorio è stata la cronologia del telefono cellulare dell’imputata. Gli investigatori hanno scovato ricerche online inequivocabili: “Qual è una dose letale di Fentanyl?”, “se qualcuno viene avvelenato, cosa viene scritto sul certificato di morte?” e persino query su come impedire alla polizia di recuperare i messaggi cancellati. “Non ci si occupa di queste ricerche in caso di overdose accidentale”, ha fatto notare il pm alla giuria.
Il cinismo del libro sul lutto (scritto da altri)
Il dettaglio che ha reso il caso un fenomeno mediatico nazionale negli Stati Uniti riguarda la gestione del post-delitto. Rimasta vedova, Richins aveva pubblicato un libro illustrato per bambini intitolato “Are You with Me?” (Sei con me?), concepito per aiutare i più piccoli — inclusi i suoi tre figli — a elaborare il trauma della perdita di un genitore. La donna era persino andata in televisione a promuovere l’opera poco prima che le manette scattassero ai suoi polsi. Le indagini hanno svelato l’ultimo tassello di questa finzione: il testo non era nemmeno farina del suo sacco, ma era stato commissionato a un’agenzia di ghostwriting. Una mossa cinica che, letta a posteriori, suona come un macabro completamento del suo piano criminale. Per Kouri Richins, tuttavia, i problemi giudiziari non si esauriscono con il verdetto dell’omicidio. In un procedimento separato e non ancora arrivato a dibattimento, la donna dovrà difendersi da ulteriori 26 capi d’accusa legati esclusivamente a reati di natura finanziaria.