Cinema

Trump convitato di pietra, l’inquieta industria degli Oscar 2026 finalmente premia Paul Thomas Anderson

Tra allusioni politiche, frecciate di Hollywood arriva il premio finalmente consacratorio al talentuoso regista. La cerimonia racconta un’industria che, nel pieno della tempesta geopolitica, prova ancora a rifugiarsi nel cinema

di Anna Maria Pasetti
Trump convitato di pietra, l’inquieta industria degli Oscar 2026 finalmente premia Paul Thomas Anderson

“Sarete voi la generazione del buon senso, della dignità e della decenza”. Esce dalla bocca del pluri-vincitore Paul Thomas Anderson la frase chiave della Notte degli Oscar 2026, consumatasi nel mezzo della guerra della presidenza Trump. “Voi” — i suoi figli a cui dedica il premio alla miglior sceneggiatura adattata — siete l’unica nostra speranza perché – leggiamo tra le righe – qui mancano totalmente buon senso, dignità e decenza.

Parole forti in una serata hollywoodiana assai meno esplosiva delle bombe che tiravano i French 75, i sovversivi protagonisti del suo Una battaglia dopo l’altra, ribelli all’establishment, al potere vessatorio sui deboli, a mostri lobbisti capaci di eliminare in una camera a gas gli epigoni da loro stessi generati. Insomma, Hollywood non è mai stata dalla parte di Trump, il vero convitato di pietra, e ancor meno può esserlo ora, in piena furia bellica.

Chissà, forse c’era anche imbarazzo da parte dei candidati statunitensi, inconsciamente portatori di una nazionalità di cui è impossibile oggi andar fieri. Ecco perché la libertà di espressione (pro Palestina e contro la guerra) giace sulla giacca di Javier Bardem, quasi “ambasciatore” di quella Spagna dal premier più temerario d’Europa. E poi compare Jimmy Kimmel, il genio censurato dall’inquilino che alterna Mar-a-Lago alla Casa Bianca: “Ci sono alcuni Paesi i cui leader non sostengono la libertà di parola. Non posso dire quali. Diciamo solo che si tratta della Corea del Nord e della CBS”.

Politica a parte, resta il cinema a trionfare, che non è poco. E che cinema. È infatti oltremodo consolatorio, quasi entusiasmante, vedere che finalmente il talento assoluto di Paul Thomas Anderson sia stato riconosciuto. Ricordando che i grandi festival ci misero un nanosecondo a celebrarlo: Orso d’oro alla Berlinale nel 2000 per il folgorante Magnolia, Premio alla regia a Cannes nel 2002 per Ubriaco d’amore, per dirne solo alcuni.

Hollywood è lenta, talvolta non ci arriva proprio a capire i geni, Kubrick docet.

All’edizione degli Oscar del “war time” è arrivata la gloria di sei statuette per PTA con il suo film — forse — più politico e militante (insieme a Il Petroliere), e l’Academy non poteva più svicolare. “Solo” tre per il titolo record di nomination, I peccatori, e va bene così: la sovrastima era evidente a tutti gli analisti. Senza sciorinare la già enunciata lista dei premiati dove, per chi scrive, è purtroppo mancato il brasiliano Agente segreto tra i candidati internazionali, è bello applaudire la vittoria del documentario Mr Nobody Against Putin del danese David Borenstein, con riprese del maestro russo Pavel Talankin, arrivato rocambolescamente e segretamente in Occidente. Del resto questo è il mondo in cui viviamo.

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