Moda e Stile

Sotto il diluvio di Roma, la meraviglia imperfetta di Valentino: il trionfo delle “Interferenze” di Alessandro Michele

Tra il traffico in tilt e una pioggia poetica, l'imprevisto diventa arte. Dal bottone sganciato del Bernini agli echi della guerra, fino al grandioso party a Villa Ludovisi in onore di Valentino Garavani: il nostro racconto

di Ilaria Mauri
Sotto il diluvio di Roma, la meraviglia imperfetta di Valentino: il trionfo delle “Interferenze” di Alessandro Michele

Una pioggia battente, scrosciante e incessante si è abbattuta su Roma per tutta la giornata, lavando i sampietrini con una furia che non si vedeva da tempo. Ieri sera, l’incrocio fatale tra questo diluvio ostinato e il caotico traffico delle 18, l’ora di punta per eccellenza, ha paralizzato l’Urbe. I 740 selezionatissimi ospiti invitati ad assistere alla sfilata Autunno/Inverno 2026-2027 di Valentino hanno impiegato anche mezz’ora per percorrere i pochissimi chilometri che li separavano da Palazzo Barberini. Eppure, questo cortocircuito meteorologico e urbano è sembrato il prologo perfetto, quasi teatrale, per una collezione che ha fatto dell’imprevisto il suo manifesto.

Oltrepassato il grande cancello, Palazzo Barberini accoglieva i convenuti con la sua magniloquenza seicentesca. Edificato per volere di Maffeo Barberini, salito al soglio pontificio nel 1623 con il nome di Urbano VIII, il palazzo è il tempio in cui si è consumata una delle sfide artistiche più affascinanti della storia. Ma prima ancora di alzare gli occhi alle volte, il percorso immaginato da Alessandro Michele, direttore creativo della maison, costringeva lo sguardo a posarsi su un dettaglio millimetrico. Lì, tra i tesori della Galleria Nazionale di Arte Antica, si trova il celebre busto del cardinale Pietro Valier, scolpito da Gian Lorenzo Bernini. Osservando il marmo apuano, si nota un particolare folgorante: un bottone della mozzetta del prelato è scivolato fuori dall’asola.

Quell’irregolarità ricercata, quell’illusione di morbida convessità che piega la rigidità della pietra, è tutt’altro che un vezzo secondario. Fu la prima, geniale “interferenza” con la perfezione assoluta del ritratto marmoreo, divenuta poi la firma inconfondibile di Bernini. Quel bottone a metà è il gesto che umanizza la magnificenza e che poi, nel linguaggio berniniano, diventa vita, vibrazione, verità. Da lì Michele ha fatto partire una riflessione su tutte le interferenze della perfezione: quelle del corpo, del tempo, della memoria, della storia, del desiderio.E proprio da qui, da questo bottone sfuggito alla regola, Alessandro Michele ha preso ispirazione per l’intera sfilata. Non a caso, l’invito recapitato agli ospiti era proprio la riproduzione in ottone smaltato di quel bottone, custodito in un portagioielli di raso rosso con incisa la frase sibillina: “Quod est perenne gaudium, requirere“. Un sollecito ambiguo a ricercare la gioia eterna, in cui lo spostamento di una virgola può mutare il senso del destino. L’imperfezione del marmo ha dato così il la a una profonda riflessione filosofica ed estetica su tutte le interferenze che incrinano, e per questo rendono viva, la perfezione.

Salendo verso il grande salone della sfilata, gli ospiti hanno attraversato il campo di battaglia architettonico in cui si misurarono i due maestri del Barocco italiano. Da un lato la scala quadrata di Bernini, ampia, solenne, un dispositivo di affermazione che guida il passo e rassicura disciplinando il corpo; dall’altro la scala ellittica di Francesco Borromini, che curva la geometria, disorienta, costringe a negoziare il proprio equilibrio. In questo scontro tra l’ordine gerarchico apollineo e la vertigine dionisiaca, lo spazio di Palazzo Barberini non si pacifica mai, ma resta un campo di tensioni irrisolte. Un concetto sublimato nel salone principale, dove il rigore delle pareti viene letteralmente scardinato dal soffitto: l’affresco del Trionfo della Divina Provvidenza di Pietro da Cortona smaterializza la volta, lasciando irrompere un cielo vertiginoso che terremota l’architettura. Nel testo della collezione Michele lo ha detto con precisione: il palazzo non è “un’architettura pacificata”, ma “un campo di interferenze” dove forze opposte coabitano senza annullarsi. È lì che il vestito smette di essere solo superficie decorativa e diventa un dispositivo che negozia disciplina e desiderio, norma e gesto individuale.

In questo massimalismo seicentesco, la moda di Alessandro Michele ha risuonato amplificata. I colori degli abiti sembravano riflettersi e fondersi con le cromie degli affreschi, in un dialogo ininterrotto tra passato e presente. In prima fila, un parterre de rois osservava rapito: Giancarlo Giammetti, socio storico e anima gemella di Valentino Garavani, sedeva accanto a star del calibro di Gwyneth Paltrow, Colman Domingo, Pierfrancesco Favino, Chiara Ferragni, Georgina Rodriguez, Bianca Balti, Ghali e Silvia Venturini Fendi, quest’ultima corsa poi ad abbracciare lo stilista al termine dello show.

Sotto i loro occhi è andato in scena un trionfo di trasparenze liquide, ricami cristallini, e applicazioni materiche. La collezione “Interferenze” ha esplorato i contrasti più netti: il dialogo tra pieni e vuoti, l’eleganza che sfuma nello sportivo, gli orli cortissimi che si scontrano con lunghezze iper-drammatiche, i jeans super skinny abbinati a pepli di antica suggestione e a capispalla dalle spalle imponenti, chiaro rimando agli anni Ottanta. Il corpo è stato esposto e poi celato, in un continuo slittamento di codici. Da un lato una costruzione quasi liturgica del drappeggio — quel linguaggio che Valentino Garavani aveva elevato a forma di preghiera visiva — dall’altro il gusto micheleiano per la deviazione, per l’asimmetria, per ciò che è “un po’ storto” e proprio per questo vitale. In passerella non c’era alcun tentativo di armonizzare tutto: convivono corto e iper-lungo, eleganza e sport, trasparenza e opacità, color block e fantasia, conformità e trasgressione. Era l’idea stessa di Roma a incarnarsi negli abiti: una città in cui i secoli non si cancellano, si sovrappongono. I colori dei vestiti, poi, sembravano prendere luce dai soffitti, dagli ori, dai finti cieli di Cortona. Il salone agiva come una cassa di risonanza visiva: il bordeaux, i rosa polverosi, i verdi acidi, i neri profondi, i lampi d’argento e il rosso Valentino finale si riflettevano nel barocco circostante e ne uscivano più densi, più teatrali, più romani.

La moda vive di sopravvivenze, di futuri che mai si trascorrono, poi si bloccano, poi diventano, poi qualcuno li riprende”, ha spiegato Michele incontrando i giornalisti a fine show. “Io sono di per sé l’interferenza e quindi sono io che disturbo questa messa in onda. Il mio lavoro è un’interferenza: lavoro dentro il nome di un altro”. In questa frase c’è tutta la sua posizione dentro Valentino: non la volontà di restaurare un ordine perfetto, né quella di sabotarlo per il gusto del rumore, ma il tentativo di abitarlo e incrinarlo dall’interno. Ha ricordato come la moda viva di sopravvivenze, di futuri interrotti, di forme che riemergono, si bloccano, si deformano, ritornano. E ha legato questa idea al momento storico: un tempo che percepisce come deformato, vulnerabile, attraversato dalla guerra. Perché le interferenze non sono solo estetiche, sono anche profondamente umane e drammaticamente attuali. Il designer ha ricordato le parole della madre, bambina durante la Seconda Guerra Mondiale: “Una volta mi disse che non avrei mai dovuto pensare che qualcosa fosse scontata. Mi disse: ‘Sai, io sono una donna adulta, ma se mi volto, vedo la guerra‘. E quindi mi turba l’idea che ci venga sottratto qualcosa per cui abbiamo lottato così tanto… mi sento a disagio. Poi ho scelto un lavoro per privilegiati”. Tra l’altro, a causa dell’aggravarsi della guerra in Medio Oriente, nessun esponente della famiglia reale del Qatar, proprietaria del fondo Mayhoola che detiene il brand, ha potuto presenziare all’evento.

La sfilata è uscita idealmente dalle mura del palazzo grazie a un imponente progetto di live streaming urbano: dieci maxi schermi gestiti da Urban Vision Group hanno trasmesso lo show in diretta nelle piazze di Roma, Milano e Napoli. L’idea era quella di una moda che deve fuoriuscire dal palazzo patrizio per mescolarsi e contaminarsi con la vita vera della strada, in un meta-evento democratico. Il gran finale della passerella è stato l’ultimo colpo di scena: un lungo abito dalla schiena scoperta a “V” e strascico teatrale, declinato nell’iconico Rosso Valentino. Un omaggio silenzioso e commovente al maestro e fondatore Valentino Garavani, scomparso lo scorso gennaio.

E proprio nel solco tracciato da Garavani, amante leggendario delle feste faraoniche che infiammavano le notti romane, la serata si è conclusa con un party esclusivo ed eccezionale. Gli ospiti si sono spostati al Casino dell’Aurora di Villa Boncompagni Ludovisi, un luogo magico che custodisce l’unico affresco murale a olio mai realizzato da Caravaggio. E proprio questa è la bellezza di Roma. Una città che, come ha sussurrato Alessandro Michele, “di per sé è tutta storta. È nata dritta e poi è diventata meravigliosamente storta. E dimostra che, quindi, le cose sbagliate sono anche perfette”.

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