Leo DiCaprio, Timothée Chalamet o Michael B. Jordan? Mai la categoria per il miglior attore agli Oscar è stata così contesa e chiacchierata come quest’anno. Intanto formalmente nella cinquina 2026 ci sarebbero anche Wagner Moura, protagonista del film brasiliano L’agente segreto, ed Ethan Hawke per Blue Moon.
In un paese normale, non ossigenato in modo tossico dal divismo totalizzante di social e fanbase, Moura sarebbe perfino il vincitore morale di questa gara tra maschi. La sua fragile eppure decisa interpretazione di un padre in fuga durante la dittatura brasiliana sa di brillante e serio understatement che nessun’altra caricatura e sovrabbondanza hollywoodiana possa offrire in questi tempi turbolenti (come nel profondo è il personaggio del paroliere Lorenz Hart a cui dà forma piccina Hawke).
Ma torniamo al terzetto che si sta battendo con ogni arma consentita e non per primeggiare. Diciamo che intanto in autunno, quando Marty Supreme (qui la nostra recensione) doveva ancora uscire, DiCaprio per il suo Bob Ferguson di Una battaglia dopo l’altra pareva avere già vinto l’Oscar. Poi appunto è arrivato l’inverno, Chalamet e infine le 16 nomination per Sinners.
A quel punto la figura grottesca di Bob/DiCaprio nel film di P.T. Anderson ha cominciato a mostrare le sue venature modeste, quella sua artificiosa goffaggine all’interno di un film che vive di un’urgenza politica sì, ma esteticamente e filosoficamente snob. Di fondo il Bob di Una battaglia dopo l’altra è un’unghia del mignolo del Rick Dalton di C’era una volta a Hollywood, sballottato su un set che richiede un’azione continua e quindi costretto a far ridere tra vestaglie lebowskiane, acconciature improbabili e vuoti di memoria da sketch tv.
Anche per questo quando è sbucato un personaggio ipocrita e narciso come il protagonista di Marty Supreme, un figuro strambo anch’esso ma di una purissima popolare negatività, che Timothée Chalamet ha accostato DiCaprio e messo anche subito la freccia per sorpassarlo. Anche nel film di Josh Safdie si corre per un’ora e mezza senza un attimo di respiro, solo che qui Chalamet in canottiera, sudato ed esaltato, saltellante attorno ai tavoli da ping pong, fanfarone perdente, ha un appeal ben più energico e coinvolgente del rivoluzionario che strabuzza gli occhi.
Dopodiché, appunto, ecco le 16 nomination a Sinners dove in mezzo svetta quella di Michael B. Jordan che nel film del sodale Ryan Coogler interpreta i due fratelli gemelli, gangster tirati a lucido nel Mississippi del 1932, Stack e Smoke. I due, lesti con la pistola, con i proventi della mala di Al Capone aprono un juke joint, localino che offre blues dal vivo, balli, giochi d’azzardo e alcool per soli neri. Localino che durante la notte verrà accerchiato da zombi famelici bianchi.
Non che Jordan abbia mai variato molto le sue interpretazioni da Creed, lavorando quasi esclusivamente sul magnetismo atletico in scena e poco più. Solo che qui c’è un treno in corsa che si chiama Sinners, qualcosa che forse in Europa non abbiamo ancora ben intuito nella sua portata più socio-politica oltre le singole nomination e statuette. Quindi premiare la figura di rilievo del racconto, il/i maestro/i di cerimonia Jordan/Stack&Smoke, acquisirebbe un significato ancora più urgente di qualsivoglia battaglia democratica per i migranti alla Anderson.
Se poi Chalamet aveva un’incollatura di vantaggio su Jordan fino a pochi giorni fa, il 30enne (Jordan ne ha 39, DiCaprio oramai papino a 51) protagonista di Marty Supreme si è andato a impelagare in una polemica divenuta presto social. In una chiacchierata con Matthew McConaughey, parlottando scherzosamente sul ruolo del cinema odierno, ha pressappoco affermato: “Non voglio mica lavorare in un balletto e all’opera. Quelle cose che tieni in vita anche se a nessuno importano più”. Parole che hanno suscitato un putiferio con tutto il settore danza e sinfonica in subbuglio, mentre a Jordan basta tenere accesa un po’ di musica del diavolo e lasciarla in sottofondo per arrivare all’Oscar.