I FLOP - 3/3
Dior: Era la prova più attesa, e purtroppo la più deludente. Jonathan Anderson, al suo secondo giro di giostra da Dior, sembra non aver ancora trovato la mappa per navigare l’immenso archivio di Avenue Montaigne. Se sugli accessori e la pelletteria il lavoro è impeccabile (e altamente vendibile), sugli abiti il disorientamento è totale. La passerella è sembrata un ibrido malriuscito: da una parte troppi fantasmi stilistici importati dal suo lavoro da Loewe, dall’altra una sequela di suggestioni didascaliche tratte dal costume del Seicento che sfociavano quasi nel cosplay storico. Manca la modernità, manca lo chic parigino, manca Dior.
Louis Vuitton: Dopo stagioni di grande lucidità, la maison inciampa in un flop clamoroso. Nicolas Ghesquière ha messo in scena, nel cortile del Louvre, un racconto sul nomadismo, il folklore, le culture come “antropologia della moda”, ma la collezione è un’incomprensibile accozzaglia di ispirazioni senza un baricentro. Le silhouette imitano goffamente le spalle larghe e l’allure gotica di Rick Owens — un’estetica sideralmente lontana dal viaggio e dal lusso di Vuitton — mescolandole in un calderone con citazioni alla Saint Laurent e stampe bucoliche che sembravano scarti di J.W. Anderson. Una grave crisi d’identità che confonde sia la stampa che, c’è da scommetterci, la clientela.
Elie Saab: Elie Saab è un maestro indiscusso, ma il suo regno incantato è e deve restare l’Alta Moda. Quando il brand cerca di tradurre il suo sfarzo fiabesco nel linguaggio veloce e pratico del prêt-à-porter, il risultato non è all’altezza del suo nome. La collezione è risultata appesantita da decorativismi fuori tempo massimo, tessuti che non reggono il passo con il dinamismo contemporaneo e forme che appaiono stanche e datate per le strade di oggi.
Westwood: Da quando l’iconica Vivienne ci ha lasciati, il marchio fatica a trovare una spinta propulsiva originale. La collezione vista a Parigi è debole, un esercizio di stile ripetitivo che ripropone tartan, drappeggi punk e corsetteria senza quel morso irriverente, politico e viscerale che giustificava il caos. È sembrato di guardare un archivio sbiadito, privo della scintilla vitale.
Loewe: La distrazione ha un prezzo, e in questa stagione lo ha pagato Loewe. Con Jonathan Anderson palesemente assorbito (e affaticato) dal suo nuovo ruolo titanico da Dior, il brand spagnolo è sembrato procedere con il pilota automatico. Sono mancate quelle invenzioni surreali e geniali a cui il designer ci aveva abituati. La passerella si è trascinata in una rassegna di silhouette ripetitive, un compitino ben eseguito ma privo dell’anima sovversiva che aveva reso Loewe il brand più eccitante delle ultime stagioni.