Moda e Stile

I top e flop (ma anche i “nì”) delle sfilate di Parigi: Chanel attualizza il guardaroba di Cocò, Dior ancora non convince. L’abbraccio di Miu Miu e l’inciampo di Vuitton

Tra seconde prove, addii eccellenti e grandi inciampi, la Paris Fashion Week Autunno-Inverno 2026/2027 ha mostrato chi ha davvero trovato una direzione e chi invece resta sospeso tra archivio, nostalgia e confusione

di Ilaria Mauri
I top e flop (ma anche i “nì”) delle sfilate di Parigi: Chanel attualizza il guardaroba di Cocò, Dior ancora non convince. L’abbraccio di Miu Miu e l’inciampo di Vuitton

La settimana della moda di Parigi dedicata all’Autunno/Inverno 2026-2027 passerà agli archivi come la complessa stagione delle “seconde prove”. Se il debutto di un nuovo direttore creativo al timone di una grande maison è sempre un manifesto d’intenti, protetto dall’indulgenza della novità, la seconda sfilata è il banco di prova spietato in cui la visione deve atterrare e farsi vocabolario tangibile. Da Jonathan Anderson, che ha aperto le danze con la sua seconda e attesissima prova da Dior, passando per Matthieu Blazy ormai saldo da Chanel, fino al monumentale ritorno di Pierpaolo Piccioli da Balenciaga, il calendario parigino ha preteso risposte chiare: i designer sanno dialogare con il DNA storico dei marchi vestendo al contempo il nostro presente? Ecco il nostro bilancio ragionato delle collezioni, diviso tra vette di pura poesia sartoriale, perplessità concettuali e scivoloni inaspettati.

I TOP

Tra i top, Balenciaga è stata la sfilata che più chiaramente ha dato forma a un nuovo corso. Sabato 7 marzo, al numero 22 degli Champs-Élysées, la sala immersa in una penombra quasi sacrale e i frammenti visivi costruiti con Sam Levinson hanno predisposto lo sguardo a una collezione che Pierpaolo Piccioli ha chiamato ClairObscur. Il chiaroscuro non era solo un tema, ma il metodo con cui definire un momento delicatissimo della maison: una soglia tra la monumentalità di Cristóbal Balenciaga e l’ombra più urbana, sovversiva, post-street del lungo capitolo Demna. Piccioli ha lavorato come un couturier-pittore: pelle che assorbe il buio, cashmere denso, jersey fluido, paillettes in cinquanta sfumature che sembravano accendersi dall’interno. I cappotti cocoon, i volumi sospesi, i tailleur di pelle con severità quasi manageriale, i trench attraversati da fotogrammi stampati, le D’Orsay sneakers ombré e le nuove borse Hourglass Avenue, George e Midnight City hanno dato corpo a un lessico già riconoscibile. Il punto decisivo è che la collezione non citava Cristóbal: lo evocava. E lo faceva senza amputare l’umanità di Piccioli, la sua attenzione al corpo come centro del processo creativo. È la prova più persuasiva di questa settimana: non un compromesso, ma una sintesi.

Anche Chanel esce vincitrice, perché Matthieu Blazy ha finalmente smesso di “entrare” nella maison e ha iniziato ad abitarla. Al Grand Palais, in una scenografia da cantiere chic con riflessi acquatici e gru colorate, il designer ha costruito una collezione sulla metamorfosi, partendo da una frase di Gabrielle Chanel sul bruco e la farfalla. Era un’idea chiara e, soprattutto, ben tradotta. Il quotidiano e il teatrale, il pratico e il fantastico, il tweed e la leggerezza flapper si sono tenuti insieme con intelligenza. Il tailleur Chanel è rimasto al centro, ma trasformato in giacca da lavoro, blouson, silhouette più sciolta; gli abiti drop-waist, i twinset in jersey, i completi metallici, le plissettature leggere e il finale con il piccolo abito nero aperto sulla schiena hanno raccontato un marchio che si rinnova senza travestirsi da altro. Più che scavare nell’archivio in modo scolastico, Blazy sembra aver scelto una conversazione ideale con Mademoiselle, attingendo direttamente dal suo guardaroba e riproponendolo in chiave contemporanea. Ed è una conversazione che, oggi, comincia a produrre frutti.

Lacoste: Pelagia Kolotouros trasforma il gelido campo centrale Philippe Chatrier del Roland Garros in un palcoscenico per rievocare una memoria storica: l’acquazzone che nel 1923 interruppe il match di René Lacoste in Coppa Davis. La collezione esplora l’eleganza funzionale delle intemperie, portando il concetto di tech-heritage a vette altissime grazie alla collaborazione con Mackintosh, leggendario marchio scozzese. Il risultato è un guardaroba formidabile: poncho che evolvono le classiche polo, lane tecniche accoppiate, gonne trench a pieghe e capispalla gommati impermeabili. Una palette che va dal verde agave post-pioggia al rosso ruggine della terra battuta chiude il cerchio di una sintesi perfetta tra sport e poesia.

Miu Miu ha confermato di essere una delle poche piattaforme dove la moda riesce ancora a parlare del corpo senza banalizzarlo. Nel Palais d’Iéna trasformato in una foresta artificiale, Miuccia Prada ha rimesso il fisico al centro come luogo di appartenenza e autonomia, non come pura superficie da giudicare. I tessuti lavati, il popeline di cotone, il cashmere double, il lino, il tulle ricamato, i fiocchi da intimo e le proporzioni amplificate hanno costruito una femminilità tenera ma non fragile, poetica ma non remissiva. Gli abiti aderivano senza opprimere; proteggevano, custodivano, mettevano in rilievo. Anche il casting, da Gillian Anderson a Chloë Sevigny, da Kristen McMenamy a Gemma Ward, ha dato consistenza a quell’idea di individualità che da anni Miu Miu sa intercettare meglio di chiunque altro. È una collezione meno urlata di altre, ma più profonda. E proprio per questo resta addosso.

Issey Miyake merita un posto tra i top per la capacità di tenere insieme concetto e portabilità. Forse è vero che si avverte più Satoshi Kondo che il Miyake canonico, ma non è necessariamente un difetto. Anzi: è il segno di una continuità viva, non museale. La collezione ha moltiplicato suggestioni, stratificazioni, soluzioni volumetriche, pieghe e costruzioni mobili, ma senza perdere il contatto con l’uso reale. È una moda che pensa molto e veste altrettanto. Non tutta l’eredità deve restare immobile per essere riconoscibile.

Rick Owens resta, semplicemente, Rick Owens: ed è precisamente questo il suo valore. In un sistema che cambia pelle ogni sei mesi, la sua è una delle poche coerenze che non diventano formula. È la voce della coscienza oscura della moda. Il suo stile, gotico e brutalista, può piacere o dividere, ma resta fedele a un’estetica di appartenenza che nutre e protegge una community consolidata nel tempo, immune alle sirene delle micro-tendenze. La collezione Tower, con strutture in Kevlar, pelle taurina, volumi scultorei e un’idea di abito come corazza e manifesto, ha ribadito che Owens continua a parlare a una comunità precisa e consolidata, senza annacquare il proprio immaginario per allargare il consenso.

Alaïa: Questa sfilata segna l’addio di Pieter Mulier, pronto a fare le valigie per prendere le redini di Versace, e si chiude come un cerchio perfetto. Un’ultima passerella coerente, che sublima il lavoro chirurgico e sensuale fatto con il brand, confermandone l’identità precisa e originale. Alaïa resta un tempio della femminilità scultorea; chissà chi ne raccoglierà la gravosa (e meravigliosa) eredità.

Roger Vivier: Gherardo Felloni celebra l’Autunno-Inverno con “CHOC: L’Architecture de la Séduction”, riportando al centro l’iconico Talon Choc creato da Monsieur Vivier nel 1959. Il tacco concavo e scultoreo diventa metafora di una femminilità parigina consapevole: apparentemente instabile, ma in realtà dotata di un sostegno straordinario. Tra stivaletti minimalisti, décolleté armatura impreziosite da strass e meravigliosi cuissardes da Amazzone moderna, Felloni rivendica una sensualità che non è mai debolezza, ma lucida autodeterminazione.

Yohji Yamamoto: Più che una sfilata, un momento di struggente poesia. L’atmosfera era intrisa di quell’inspiegabile malinconia che profuma di addio, quasi un “canto del cigno” per il maestro giapponese. Le sue stratificazioni nere, i tagli asimmetrici e i tessuti stropicciati dal tempo hanno sfilato come fantasmi gentili. Vedere Yohji uscire per i saluti, affaticato ma immenso, ha regalato un brivido di pura commozione a tutta la sala.

Zimmermann, infine: il suo campo d’azione è chiarissimo e, nel bene e nel male, molto preciso. Trailblazer, la collezione ispirata alle pioniere australiane degli anni Venti, è un buon prodotto: coerente, elegante, ben rifinito, pienamente aderente ai gusti di una clientela ampia e fidelizzata. Il dialogo tra utility e lingerie, il drill strutturato, i completi crema da cricket, i foulard trasformati in gonne, il velluto, la seta, l’Art Déco, i charm e le borse Cloud 91 funzionano esattamente per quello che devono fare. E infatti vendono. Soprattutto nelle boutique romane e nelle località resort italiane, dove questo immaginario di dolce vita filtrato dallo sguardo straniero trova un terreno perfetto. Non è una collezione che cambia il discorso della moda, ma non è nemmeno il suo obiettivo. Il suo compito è sedurre con competenza, e lo fa.

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