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Il boss “Scarface” comandava dal carcere tra droga, estorsioni e pizzo: 19 arresti

L’inchiesta “Libeccio” della Dda di Catanzaro svela come i capi della cosca Nicoscia gestivano affari e intimidazioni dalle celle di alta sicurezza. Tentativi di infiltrazione anche negli appalti da 37 milioni per l’aeroporto di Crotone. L'allarme del procuratore di Catanzaro Salvatore Curcio
Il boss “Scarface” comandava dal carcere tra droga, estorsioni e pizzo: 19 arresti
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“La priorità sono i carcerati e quello che resta dopo ce lo dividiamo noi”. L’intercettazione finita nell’inchiesta “Libeccio” rende l’idea di come i boss di Isola Capo Rizzuto, mentre erano detenuti, riuscissero a gestire gli affari del clan: dalle estorsioni al traffico di droga, passando per le frizioni avvenute dietro le sbarre. Martedì all’alba è scattato il blitz dei carabinieri di Crotone e del Ros che hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa dalla giudice per le indagini preliminari, Arianna Roccia, su richiesta della Dda di Catanzaro guidata dal procuratore Salvatore Curcio. In manette sono finite 19 persone (18 in carcere e una ai domiciliari), indagate a vario titolo per associazione mafiosa, estorsione, rapina impropria, accesso indebito ai dispositivi idonei alla comunicazione da parte dei soggetti detenuti e traffico di droga. Il provvedimento di arresto è stato eseguito non solo in provincia di Crotone, ma anche nelle strutture carcerarie di Catanzaro Siano, Tolmezzo, Spoleto, Cassino e Napoli Secondigliano.

Scarface

Al centro dell’inchiesta c’è il boss Pasquale Manfredi, detto “Scarface”, affiliato alla cosca Nicoscia di Isola Capo Rizzuto. È il figlio di Mario Manfredi, ucciso in un agguato nel 2005. Nonostante una condanna definitiva a 15 anni di carcere per mafia e un’altra condanna, non definitiva, all’ergastolo per omicidio, Scarface dal regime di alta sicurezza nel carcere di Napoli faceva tutto: concludeva affari, interveniva sul trasferimento dei detenuti da una casa circondariale all’altra e dirimeva questioni familiari.

Come quella verificatasi nel carcere di Rovigo dove un detenuto aveva litigato con suo figlio, Antonio Manfredi, pure lui arrestato. È proprio quest’ultimo che, in un’intercettazione, spiega i consigli ricevuti dal padre su come comportarsi ripetendo tutto il discorso che avrebbe dovuto fare al detenuto con il quale aveva avuto il diverbio: “‘Francé vedi che papà mi sta dicendo questo qua! Di chiuderla bella pulita, pulita’. Quando vedi che lui insiste, che ancora comincia a fare il lunatico, ‘Francé, papà mi ha detto di chiuderla, però papà mi ha detto un’altra cosa pure: che se insisti e mi tocchi un capello, t’ammazza pure a tua madre quella puttana!’. Lo prendi e lo picchi!”.

Il procuratore

A spiegare cosa succede all’interno delle carceri italiane è il procuratore Curcio: “L’operazione – ha affermato in conferenza stampa – rivela l’ennesimo campanello d’allarme. Infatti è stata diretta verso soggetti detenuti, cinque in regime di alta sicurezza, che impartivano ordini dal carcere, interagendo e interloquendo con l’esterno ma anche tra di loro, da un carcere all’altro”. Le comunicazioni, neanche a dirlo, avvenivano per telefono. Ed è sempre il boss “Scarface” a dettare gli ordini parlando con Daiane Perziano. Anche lei arrestata, oltre a essere “la principale finanziatrice dell’associazione”, la donna “doveva fungere da intermediaria con l’esterno, occupandosi di trascrivere i messaggi” che il boss “indirizzava agli altri sodali”. “Gli devi dire a ‘S’ pure, a Simone… – dice Scarface – con la massima urgenza che mi servono tre schede urgentemente, una per lui, una per la casa e una per te!… con la massima urgenza però Dà (Daiana, ndr)! Anzi quattro schede che una gliela diamo a quel ragazzo che è di Crotone”.

Droga ed estorsioni: per Pasquale Manfredi era la sua “azienda”. Che doveva essere tutelata anche dagli errori degli stessi figli. Inveendo contro uno di loro, il capocosca si sfoga con Daiana Perziano: “Gli avevo detto non prendere iniziative, fatti i cazzi tuoi che non sono cose che appartengono a te… Me la sto facendo io questa impresa. Piano, piano, piano, piano sto facendo questi sacrifici… e adesso ha mischiato altre persone con l’azienda che sto facendo io! Ma è una cosa giusta?”. Il riferimento era al business della droga. Delle estorsioni si occupava anche suo cognato Tommaso Gentile, anche lui arrestato nell’operazione “Libeccio” e già in carcere, da dove addirittura ammoniva, sempre telefonicamente, gli imprenditori spiegando loro a chi avrebbero dovuto pagare il pizzo. L’emissario di Gentile, infatti, un giorno “prese un telefono cellulare con custodia celeste – ha raccontato una vittima ai carabinieri – dicendomi che era collegato in viva voce Tommaso Gentile, figlio di Franco, che era detenuto, e mi invitò a parlare con lui. Io mi rifiutai e nell’occasione sentii una voce dall’altro capo del telefono di un soggetto che mi fu detto essere Tommaso Gentile, il quale mi riferì che se avessi preso un appalto a Isola mi sarei dovuto rivolgere al Capicchiano”.

Appalti

A proposito di appalti, la cosca di Isola Capo Rizzuto ha tentato di infiltrarsi anche in quello per la costruzione del muro di recinzione dell’aeroporto, in località Sant’Anna. L’importo dei lavori era di 37 milioni di euro per cui “una milionata – dice l’arrestato Simone Morelli – ce la devono versare”. “Questa indagine – ha affermato il procuratore Curcio – ha rivelato la precarietà e la permeabilità non solo dello stato di detenzione, ma anche delle sezioni di alta sicurezza, le quali risultano tali solo nominalmente e sono assolutamente inadeguate a garantire l’effettiva impermeabilità del circuito. Questa è la nota distintiva di questa investigazione e induce a una riflessione. Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e il Ministero della Giustizia sono impegnati a ridisegnare i circuiti di detenzione e, quanto prima, riteniamo possibile un intervento decisivo affinché il circuito di alta sicurezza torni a essere effettivamente tale e non rimanga una mera indicazione nominale”.

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