Niente accise mobili all’ordine del giorno del cdm. Cosa sono e perché lo sconto sulla benzina si fermerebbe a pochi cent
L’escalation della crisi in Medio Oriente e gli effetti sui prezzi del petrolio hanno riportato al centro del dibattito politico italiano il meccanismo delle accise mobili, cioè il taglio dell’imposta sui prodotti energetici finanziato con il maggior gettito Iva incassato dallo Stato per effetto del rincaro dei carburanti. Previsto dalla legge finanziaria per il 2008 (governo Prodi). è stato modificato nel 2023 dall’esecutivo di Giorgia Meloni. Che nei giorni scorsi ha confermato come il governo stesse valutando se attivarlo, come chiesto dalle opposizioni, per compensare in parte gli automobilisti dagli aumenti del costo dei carburanti. Ma all’ordine del giorno del cdm convocato per le 17 un decreto ad hoc non c’è. Alle condizioni attuali, l’effetto finale sulle tasche dei consumatori sarebbe stato infatti limitato a pochi centesimi di euro al litro. Per fare di più servono coperture aggiuntive, difficili da trovare nel bilancio pubblico se si considera che la guerra allontana gli obiettivi di crescita e deficit previsti lo scorso autunno.
Come funzionano le accise mobili
Torniamo al funzionamento delle accise mobili. Il sistema nasce nel 2007 con la legge finanziaria del governo guidato da Romano Prodi e viene utilizzato per la prima volta nel 2008 con un decreto firmato dagli allora ministri Pier Luigi Bersani e Vincenzo Visco. L’idea era quella di compensare almeno in parte i rincari dei carburanti. Visto che quando il prezzo del petrolio sale e aumenta il prezzo alla pompa cresce automaticamente anche l’Iva, la norma consentiva di utilizzare quell’extragettito (“extra” rispetto alle previsioni ufficiali) per ridurre temporaneamente le accise restituendo ai contribuenti una quota delle maggiori entrate fiscali. Nel 2023, mentre infuriavano le polemiche per l’aumento del prezzo del pieno seguito alla decisione di non confermare il taglio delle accise adottato dal predecessore Mario Draghi, il governo Meloni ha poi modificato il funzionamento del meccanismo con il decreto carburanti. La nuova versione consente – via decreto del ministero dell’Economia di concerto con quello dell’Ambiente – la riduzione delle accise in caso di scostamento tra prezzo effettivo del petrolio, sulla media del precedente bimestre, e previsioni contenute nei documenti di finanza pubblica. Senza bisogno (come nella prima versione) che le quotazioni internazionali del petrolio salgano di almeno il 2%.
Benefici limitati sul prezzo finale
Il margine di intervento è però limitato. Essendo l’Iva sui carburanti al 22%, ogni aumento del prezzo industriale genera la stessa quota di extragettito. Finora gli attacchi all’Iran e le contromosse di Teheran, facendo salire il Brent verso e in alcune fasi oltre la soglia dei 100 dollari al barile, si sono tradotti in rincari alla pompa di circa 17 centesimi al litro per la benzina e oltre 40 centesimi per il gasolio dall’inizio di marzo. L’accisa mobile, considerato che l’extragettito viene calcolato solo sulla componente industriale del prezzo, garantirebbe stando alle simulazioni sconti rispettivamente di poco meno di 4 e poco meno di 8 centesimi al litro, compensando solo una parte dell’aumento dei prezzi. Come evidenziato da Assoutenti, una riduzione di 5 centesimi di euro al litro comporterebbe, considerata anche l’Iva che pesa sulle accise, un risparmio da circa 3 euro su un pieno da 50 litri, pari a -73,2 euro su base annua ad automobilista. A cui va sommato l’effetto indiretto legato al contenimento dei prezzi dei prodotti trasportati su gomma. Troppo poco per Federconsumatori, che chiede una riduzione di 20 centesimi al litro per garantire risparmi diretti di circa 230 euro annui, e per l’Unione nazionale consumatori, secondo cui il taglio dovrebbe essere di almeno 10 cent. Il presidente Massimiliano Dona, dopo la notizia che il cdm non affronterà il tema, attacca: “È un autogol, dato che più tempo si fa passare più serviranno soldi per stoppare l’escalation dei prezzi”.
Il precedente del 2022
Per garantire un sollievo tangibile servono però risorse ulteriori. Il precedente più recente risale alla crisi energetica del 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Il governo Draghi attivò il meccanismo dell’accisa mobile con un decreto del ministero dell’Economia del 18 marzo, utilizzando l’extragettito Iva registrato nell’ultimo trimestre del 2021 pari a 308 milioni. L’effetto si fermava a 8,5 centesimi al litro. Ci volle un altro intervento, con 7 miliardi di risorse aggiuntive coperte in parte dalla tassa sugli “extraprofitti” delle imprese energetiche, per arrivare allo sconto complessivo di 25 centesimi al litro annunciato dall’allora premier. Meloni, arrivata a Palazzo Chigi quell’autunno, decise subito di ridurre il taglio e non inserì in legge di Bilancio la proroga dell’intervento per il 2023. Nonostante le ripetute promesse di abolizione delle accise fatte quando era all’opposizione.