Tra il sottile pulviscolo della contemporanea poesia di La mattina scrivo ci si può infilare in molti modi. Pensando che sia un film sulla precarietà del mondo del lavoro (e lo è). Pensando che sia un film sul senso del sacrificio affinché l’arte e l’artista possano agire liberi (e lo è anche questo). Oppure pensando che questa storia di un oggi slittante e sfuggente, filmata con mirabile e ruvida grazia dalla regista francese Valérie Donzelli, racconti qualcosa di ancora più critico: l’indecifrabilità dei ruoli sociali.
Il quarantenne Paul (Bastien Bouillon) è un fotografo parigino che rinuncia a 3mila e rotti euro al mese garantiti e a un bell’appartamento per fare lo scrittore. Lo vediamo fin dai primi istanti del film: Paul è già immerso anima e corpo nella dinamica di un lavoro di fatica – demolire a cottimo muri e pavimenti di un appartamento – per quella che diventa una vera e propria necessità di sopravvivenza.
Lasciato dalla moglie (la stessa Donzelli), che si porta i due figli già grandicelli in Canada, poco apprezzato dal padre che, irritato, non comprende la sua scelta radicale (“perché non scrivi un libro che venda?”), dopo aver dato fondo ai propri risparmi e aver venduto le sue preziose macchine fotografiche Paul finisce per abitare in un sottoscala umido e buio. È costretto a limare su ogni voce di spesa, a fare il taxista abusivo ma soprattutto ad accettare volontariamente lavoretti da tuttofare (tagliare l’erba con le cesoie, pulire vetri, smontare mobili), accettando su un’app dello smartphone (Jobbing, sic) mansioni assegnate attraverso una rapidissima asta al ribasso online tra concorrenti.
Grazie a questa cercata flessibilità lavorativa il protagonista è convinto di riuscire a ritagliarsi la mattina per scrivere il suo quarto romanzo, dopo che i primi tre – come gli ricorda la direttrice della casa editrice (Virginie Ledoyen, chi si rivede!) – sono stati apprezzati dalla critica ma non hanno venduto granché. Cinquemila copie comunque, in Italia, sarebbero oro per tre quarti degli scrittori semiprofessionisti.
Questo graduale scivolamento verso l’indigenza rende Paul una figura difficilmente inquadrabile nelle caselle della riconoscibilità sociale. Ed è proprio questa eccezionalità nella povertà a rendere il personaggio una figura emblematica e magnetica: impolverata, affaticata e pervicace, quasi sempre scolpita in primi piani o a mezzo busto, spesso colta in una smorfia di stupito, accennato sorriso.
“Sono come molti altri, attirato dalla flessibilità del sistema e paradossalmente dalla libertà che permette. È una trappola ben pensata. Una giusta combinazione di libertà e della sua privazione”, spiega la voce fuori campo di Paul che innerva il tessuto dell’intero film.
Il romanzo giusto, comunque, arriverà. S’intitolerà À pied d’œuvre (titolo originale del film e del vero libro da cui è tratto), che tradotto vorrebbe dire qualcosa come “pronto a tutto” o anche “sempre pronto per iniziare un lavoretto”. Del resto, per sintetizzare la nuova opera all’editrice, Paul sottolinea: “Parla del mio ombelico, di te, di me, dei miei figli e pure del nostro mondo”. Donzelli è capace di ritrarre con rapidità, senza ridondanze formali né retorica drammaturgica (nelle produzioni italiane sarebbe stato un terribile melodramma tragico), l’atipico e ostinato understatement di Paul. Impossibile rimanerne indifferenti. Ancora una volta, va riconosciuto il coraggio del distributore nostrano Teodora.