Le immagini dei lussuosi mall di Dubai, solitamente brulicanti di turisti e acquirenti internazionali, restituiscono oggi un panorama surreale: serrande abbassate, boutique di alta moda chiuse e infiniti corridoi di marmo improvvisamente deserti. L’escalation del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran ha congelato in poche ore uno dei mercati più dinamici e strategici per la moda globale. Tra aeroporti bloccati e un turismo inevitabilmente in stallo, i contraccolpi economici si sono riversati in tempo reale sui mercati finanziari, affossando i titoli di colossi come LVMH, Kering e Richemont a Piazza Affari e sulle principali Borse europee.
Il peso specifico di questa paralisi è dettato infatti dai numeri: il Medio Oriente rappresenta oggi tra il 5% e il 9% della spesa globale nel settore del lusso. Le stime pre-conflitto del report Bain-Altagamma fotografavano un’area in salute: nel 2025 il mercato locale era cresciuto tra il 4% e il 6%, e per il 2026 le proiezioni indicavano un’ulteriore espansione del 6%, consacrando il Golfo come hub cruciale per la tenuta del comparto. Ora, in un settore che vive fisiologicamente di fiducia, turismo e mobilità, quello scenario è stato letteralmente spazzato via.
L’allargamento della guerra in Medio Oriente è deflagrato infatti nel momento forse più stridente per l’industria del settore: il pieno svolgimento delle settimane della moda di Milano e Parigi. Accostare la brutalità di un conflitto armato alle passerelle, lo sappiamo bene, può sembrare fuoriluogo, ma se siamo qui a farlo è perché ridurre la moda di lusso a una mera frivolezza per ricchi è un errore di prospettiva. Quella del fashion è prima di tutto un’industria, una colonna portante dell’economia reale.
Dietro i negozi chiusi nel Golfo Persico non c’è solo il capriccio negato a una clientela d’élite, ma la stabilità economica di intere catene di approvvigionamento. Basti pensare al nostro Paese: secondo i dati elaborati dalla Camera Nazionale della Moda Italiana (CNMI) e da Confindustria Moda, l’intera filiera del tessile, moda e accessorio dà lavoro a circa 600.000 persone in Italia e genera un fatturato che pesa per circa il 5% sull’intero PIL nazionale. Da quegli scontrini milionari non battuti a Dubai o a Doha dipendono le sorti e i posti di lavoro di migliaia di artigiani, pellettieri e operai italiani, dal momento che la stragrande maggioranza dei top brand globali produce proprio nel nostro Paese borse, calzature e capi di altissima gamma.
La portata di questa paralisi commerciale e le sue immediate conseguenze sono al centro delle cronache dei media stranieri. L’agenzia Reuters e la stampa newyorkese delineano un quadro di chiusure a catena, in risposta a un’escalation di raid aerei che ha causato centinaia di vittime. Kering (la holding proprietaria di Gucci, Balenciaga e Bottega Veneta) ha temporaneamente chiuso le proprie boutique in Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein e Qatar, sospendendo ogni viaggio d’affari nella regione. Stessa sorte per le attività gestite da Chalhoub Group, operatore da 900 store per marchi come Versace e Jimmy Choo, che ha blindato i negozi in Bahrein e mantenuto le aperture negli Emirati o in Arabia Saudita consentendo al personale di presentarsi solo su “base volontaria”. Una brusca frenata che blocca gli investimenti di un mercato vitale che, secondo i report della società di consulenza Bain & Co. citati dalla stampa internazionale, rappresentava ormai la fetta più brillante e dinamica della spesa globale, arrivando a pesare fino al 10% sui bilanci mondiali del lusso.
BREAKING: DUBAI MARINA MALL IS BASICALLY EMPTY
Video from earlier this morning. pic.twitter.com/9VZquZk9fY
— Sulaiman Ahmed (@ShaykhSulaiman) March 5, 2026