Moda e Stile

Le immagini dei mall di Dubai deserti sono virali, così la guerra in Medio Oriente gela i colossi della moda: a rischio il 9-10% della spesa globale del lusso

L'escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran paralizza uno dei mercati più dinamici per la moda. Tra mall deserti e scali bloccati, i colossi come LVMH e Kering corrono ai ripari, mentre la filiera produttiva italiana teme il colpo di grazia

di Ilaria Mauri
Le immagini dei mall di Dubai deserti sono virali, così la guerra in Medio Oriente gela i colossi della moda: a rischio il 9-10% della spesa globale del lusso

Le immagini dei lussuosi mall di Dubai, solitamente brulicanti di turisti e acquirenti internazionali, restituiscono oggi un panorama surreale: serrande abbassate, boutique di alta moda chiuse e infiniti corridoi di marmo improvvisamente deserti. L’escalation del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran ha congelato in poche ore uno dei mercati più dinamici e strategici per la moda globale. Tra aeroporti bloccati e un turismo inevitabilmente in stallo, i contraccolpi economici si sono riversati in tempo reale sui mercati finanziari, affossando i titoli di colossi come LVMH, Kering e Richemont a Piazza Affari e sulle principali Borse europee.

Il peso specifico di questa paralisi è dettato infatti dai numeri: il Medio Oriente rappresenta oggi tra il 5% e il 9% della spesa globale nel settore del lusso. Le stime pre-conflitto del report Bain-Altagamma fotografavano un’area in salute: nel 2025 il mercato locale era cresciuto tra il 4% e il 6%, e per il 2026 le proiezioni indicavano un’ulteriore espansione del 6%, consacrando il Golfo come hub cruciale per la tenuta del comparto. Ora, in un settore che vive fisiologicamente di fiducia, turismo e mobilità, quello scenario è stato letteralmente spazzato via.

L’allargamento della guerra in Medio Oriente è deflagrato infatti nel momento forse più stridente per l’industria del settore: il pieno svolgimento delle settimane della moda di Milano e Parigi. Accostare la brutalità di un conflitto armato alle passerelle, lo sappiamo bene, può sembrare fuoriluogo, ma se siamo qui a farlo è perché ridurre la moda di lusso a una mera frivolezza per ricchi è un errore di prospettiva. Quella del fashion è prima di tutto un’industria, una colonna portante dell’economia reale.

Dietro i negozi chiusi nel Golfo Persico non c’è solo il capriccio negato a una clientela d’élite, ma la stabilità economica di intere catene di approvvigionamento. Basti pensare al nostro Paese: secondo i dati elaborati dalla Camera Nazionale della Moda Italiana (CNMI) e da Confindustria Moda, l’intera filiera del tessile, moda e accessorio dà lavoro a circa 600.000 persone in Italia e genera un fatturato che pesa per circa il 5% sull’intero PIL nazionale. Da quegli scontrini milionari non battuti a Dubai o a Doha dipendono le sorti e i posti di lavoro di migliaia di artigiani, pellettieri e operai italiani, dal momento che la stragrande maggioranza dei top brand globali produce proprio nel nostro Paese borse, calzature e capi di altissima gamma.

La portata di questa paralisi commerciale e le sue immediate conseguenze sono al centro delle cronache dei media stranieri. L’agenzia Reuters e la stampa newyorkese delineano un quadro di chiusure a catena, in risposta a un’escalation di raid aerei che ha causato centinaia di vittime. Kering (la holding proprietaria di Gucci, Balenciaga e Bottega Veneta) ha temporaneamente chiuso le proprie boutique in Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein e Qatar, sospendendo ogni viaggio d’affari nella regione. Stessa sorte per le attività gestite da Chalhoub Group, operatore da 900 store per marchi come Versace e Jimmy Choo, che ha blindato i negozi in Bahrein e mantenuto le aperture negli Emirati o in Arabia Saudita consentendo al personale di presentarsi solo su “base volontaria”. Una brusca frenata che blocca gli investimenti di un mercato vitale che, secondo i report della società di consulenza Bain & Co. citati dalla stampa internazionale, rappresentava ormai la fetta più brillante e dinamica della spesa globale, arrivando a pesare fino al 10% sui bilanci mondiali del lusso.

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