La politica torna a incrociare le dinamiche del Festival di Sanremo. Questa volta a intervenire è il vicepremier e leader della Lega, Matteo Salvini, che ha scelto di rivolgere un plauso pubblico a Ermal Meta, trasformando però l’apprezzamento per l’artista in una clamorosa gaffe. Dal canto suo, il cantautore di origini albanesi continua il suo percorso all’Ariston portando in gara il brano “Stella Stellina“, accompagnato da un forte messaggio pacifista rivolto al Medio Oriente, pur smarcandosi da qualsiasi strumentalizzazione o categorizzazione politica.
La gaffe di Salvini
L’intervento del ministro delle Infrastrutture è arrivato tramite una dichiarazione ufficiale: “Faccio i miei complimenti a Ermal Meta ed al suo perfetto utilizzo della lingua italiana. In Italia vivono e lavorano milioni di donne e uomini nati in un Paese straniero e perfettamente integrati nella nostra società, per me sono preziosi e benvenuti. Io contrasto da sempre clandestini e delinquenti, e sono sicuro che anche Ermal Meta condivide questo mio pensiero. Un abbraccio al fiero popolo albanese, viva Sanremo, la lingua e la musica italiana!”, ha detto riferendosi alle origini del cantante. Peccato, però, che il cantante sia in Italia da trent’anni: come lui stesso ha raccontato in diverse interviste, quando è arrivato a Bari con la madre e la sorella aveva tredici anni.
Il tributo di Meta alle vittime di Gaza
Mentre la politica commenta, Ermal Meta si concentra sul peso specifico della sua esibizione. Ogni sera, sul palco dell’Ariston, l’artista porta un dettaglio dal forte valore simbolico: i nomi dei bambini rimasti vittime del conflitto a Gaza ricamati sul bavero della camicia. “È un simbolo”, ha spiegato il cantautore. “Ho letto una volta che ogni nome su una persona rappresenta un incantesimo. Tanti incantesimi sono stati spezzati, quindi mi sembrava doveroso almeno dare un nome a un volto che una persona può immaginare, magari ascoltando la mia canzone”. Un gesto nato anche da un’esigenza intima e dal senso di impotenza di fronte alla guerra: “Forse era un modo anche per non sentirmi da solo sul palco, perché in fin dei conti non sto parlando di me. Ma forse sto parlando anche di me, della mia incapacità di fare qualcosa”.
L’Eurovision e il rifiuto dell’etichetta “sociale”
La determinazione del cantante emerge chiaramente anche in prospettiva internazionale. Interrogato sulla possibilità di approdare all’Eurovision Song Contest e sulla delicata questione della partecipazione di Israele, Meta non ha mostrato alcun timore di boicottaggio: “Se c’è Israele meglio, canterei con più convinzione la mia canzone”. Nonostante il forte impatto delle sue scelte sul palco, l’artista ci ha tenuto a mettere un freno alle categorizzazioni della critica, rifiutando categoricamente la patente di cantante “impegnato”. “Non voglio che si dica che lui è quello dei temi sociali, non è così”, ha puntualizzato con fermezza. “La mia discografia è pienissima di tante canzoni di diversa natura. Se c’è una cosa che non mi rappresenta veramente è questa definizione. Un cantautore ha il compito di raccontarsi e di raccontare attraverso quello che vive intorno”.