Cultura

Una settimana di bontà 1975: in scena al teatro Fontana di Milano un ritratto grottesco e tragico sugli Anni di piombo

Nessuna pretesa di cronaca storica, qui è il racconto dal basso a dominare: in una narrazione suddivisa in sette quadri, vediamo emergere l’ipocrisia umana dietro la patina di perbenismo. Il risultato è uno spettacolo spassoso, stridente e molto attuale

di Gabriele Gelmini

Un ritratto lucido e spietato della stagione più sanguinosa della nostra Repubblica. Si può riassumere così la trama di Una settimana di bontà 1975, uno spettacolo grottesco e tragico sugli Anni di piombo, andato in scena al teatro Fontana di Milano dal 13 al 15 febbraio.

Nessuna pretesa di cronaca storica, qui è il racconto dal basso a dominare: in una narrazione suddivisa in sette quadri, vediamo emergere l’ipocrisia umana dietro la patina di perbenismo, il conformismo dietro le pretese di rivoluzione, la tradizione più conservatrice dietro i grandi ideali. Il risultato è uno spettacolo spassoso, stridente e per certi versi molto attuale.

Nel primo episodio vediamo sette ragazzi che discutono della propria compagnia di amici, parlando di un ragazzo (che chiamano, apparentemente in maniera affettuosa, ‘il Nano’) che in quel momento non c’è. Uno dei personaggi fa sapere al resto del gruppo di aver letto sul giornale che proprio quel giorno si inaugura ‘la settimana di bontà’. Nel resto della pièce, invece, lo spettatore assisterà a sette situazioni, in linea con i giorni della settimana, che giocano con lo stile del teatro dell’assurdo e che consegnano alla scena un quadro a tinte fosche di un periodo contraddittorio della nostra storia, mentre la Storia con la S maiuscola resta sullo sfondo.

Un esempio è l’episodio del mercoledì: in scena un gruppo di innocui anziani che passano la giornata al parco e che, per creare un diversivo alla monotonia della propria quotidianità, si inventano un sequestro: distraggono una mamma e sostituiscono un bambolotto al bimbo nel passeggino. Salvo poi scoprire di aver rapito un adulto dalle sembianze di bambino: un ‘nano’ appunto. O ancora il quadro del venerdì, quando alla fine di una dura settimana di lavoro un gruppo di professionisti si incontra per sfogare le proprie frustrazioni pestando un passante in difficoltà. Su tutti, però, trionfa il quadro della domenica: di nuovo un ‘nano’, assente sulla scena, viene invitato a pranzo nella cornice rassicurante della cucina di una famiglia borghese: padre padrone, madre assillante, figlio con idee rivoluzionarie e figlia in età da marito. La scena procede per battute fulminanti e situazioni paradossali, fino al tragicomico finale.

La pièce, un inedito di Tonino Conte scritto proprio nel 1975, faceva già emergere in quella contemporaneità la ferocia della realtà sotto la finta maschera del cambiamento. Il cast, formato dal regista Emanuele Conte (figlio dell’autore) e dagli attori Ludovica Baiardi, Raffaele Barca, Christian Gaglione, Charlotte Lataste, Antonella Loliva, Marco Rivolta e Matteo Traverso, porta così in scena un testo che non a caso risulta estremamente attuale anche oggi, a più di 50 anni dalla sua stesura.

Una settimana di bontà 1975: in scena al teatro Fontana di Milano un ritratto grottesco e tragico sugli Anni di piombo
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