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Pusher ucciso, due Dna sulla pistola a salve sequestrata nel boschetto di Rogoredo

La traccia genetica non indica necessariamente una responsabilità: diversi i casi in cui chi ha sparato non ha lasciato la propria traccia sull'arma impugnata. Gli inquirenti indagano anche sugli eventuali rapporti del poliziotto che ha sparato con la vittima
Pusher ucciso, due Dna sulla pistola a salve sequestrata nel boschetto di Rogoredo
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Sono arrivati i primi risultati genetici sulla pistola a salve sequestrata nel boschetto milanese di Rogoredo dove il 26 gennaio scorso è stato ucciso Abdherraim Mansouri, 28 anni, colpito con un colpo di pistola esploso da un poliziotto durante un controllo anti spaccio. Le prime comparazioni – effettuate dalla genetista Denise Albani della Polizia Scientifica – hanno restituito i primi risultati: due i profili di Dna che hanno restituito un match, ma le comparazioni tra le tracce trovate sull’arma e quelle dei possibili sospetti proseguiranno anche nei prossimi giorni. Sui profili estratti ed analizzati il riserbo è massimo. La traccia genetica non indica necessariamente una responsabilità: diversi i casi in cui chi ha sparato non ha lasciato la propria traccia sull’arma impugnata.

Il pubblico ministero Giovanni Tarzia e gli agenti della Squadra Mobile continuano a indagare non solo su quanto accaduto nel pomeriggio del 26 gennaio nella zona nota per lo spaccio, ma anche sulle ombre del poliziotto accusato di omicidio volontario e sugli eventuali rapporti con la vittima (leggi l’articolo di Davide Milosa). Le versioni degli interrogatori degli altri quattro agenti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, sentiti ieri in Questura, sono state diverse rispetto a quelle rese come testimoni e vengono definite “univoche e concordanti”.

Questa fase viene definita “fluida” da chi indaga e che si dice “preoccupato” da possibili fughe di notizie che potrebbero tradursi in inquinamento probatorio. Tra gli elementi ancora da chiarire c’è il perché uno degli agenti indagati si sia allontanato dal boschetto, sia tornato al Commissariato di Mecenate e sia ritornato sul luogo della sparatoria con uno zaino il cui contenuto potrebbe essere noto a più divise. L’agente che ha sparato, il più anziano dei colleghi ma non con la carica più alta tra i presenti nella zona boschiva, continua a ribadire di aver visto il pusher di 28 anni puntargli contro una pistola e quindi di aver sparato per paura. Una versione che non spiega un altro indizio investigativo: l’aver atteso – a dire di chi indaga – ben 23 minuti dal momento dello sparo alla chiamata ai soccorritori.

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