Dai banchi di scuola alla televisione. Sempre, mantenendo saldo un rapporto che ha nella comicità uno tra i vari trait d’union. Andrea Pisani e Luca Peracino, meglio conosciuti come i PanPers, hanno iniziato a pensare e scrivere gag e battute durante le lezioni. Da allora, non hanno più smesso. Si conoscono bene molto bene e, quando chiediamo loro di descriversi a vicenda con tre aggettivi, la prendono a ridere come fanno gli amici di vecchia data.
Scherzano sui loro luoghi di nascita, sulle abilità segrete (“Andrea ha un sinistro magico a calcio, Luca è un ottimo equilibrista”) e di scrittura comica. Adesso, conducono insieme a Belén Rodríguez la sesta edizione di “Only Fun”, programma partito lo scorso 5 febbraio e in onda ogni giovedì in prima serata sul Nove. Prima di approdare in tv, però, hanno fatto una gavetta veloce, “con i pro e contro del caso”. E hanno sperimentato tutti i linguaggi: dal web fino alla dimensione live.
Partiamo dall’inizio. Come è nato il progetto PanPers?
Andrea: Siamo amici da quando avevamo quattro anni. La nostra unione non è un sodalizio artistico, ma un’amicizia nata già dalla scuola materna nel paesino di Cumiana, in provincia di Torino. Abbiamo frequentato insieme anche il liceo scientifico e, tra i banchi, abbiamo iniziato a trovare modi alternativi per intrattenerci durante le lezioni. Ci misuravamo in gare di battute e ci prendevamo in giro con i bigliettini. Da lì è iniziata la passione comica. Poi, terminata la scuola superiore, abbiamo provato davvero a scrivere dei pezzi da portare sul palco. Senza troppa gavetta, con i pro e i contro che ne conseguono, siamo finiti a Colorado a 21 anni. Crediamo comunque sia stata una crescita costante.
C’è un motivo preciso per cui avete iniziato a fare comicità?
Luca: Siamo cresciuti con Zelig e Mai dire Gol, avevamo dei buoni esempi. Far ridere ci veniva bene e ci divertiva. Abbiamo provato a farlo ed è diventato, per fortuna, il nostro lavoro. Non c’è stato un momento preciso in cui abbiamo capito che potevamo vivere strappando un sorriso alle persone, è un po’ una magia.
Rispetto a quando avete cominciato, com’è cambiato il vostro lavoro?
L: È in continua evoluzione, le situazioni di cui si ride cambiano. Ci sono periodi in cui piacciono di più i tormentoni, altri in cui vanno per la maggiore i personaggi o i monologhisti. Ora sta piacendo molto la stand-up. Ci sono temi che rimangono eterni, altri che erano in voga negli anni 80 che oggi non farebbero ridere.
Il politicamente corretto influenza le battute dei comici?
L: Esiste da sempre, solo che prima non si chiamava così. Il mondo pensa e ragiona, le persone parlano e la cultura evolve in un certo modo. Frasi che 40 anni si potevano dire, ora per molti sono offensive e questo si è accettato. Secondo me è ben diverso dalla censura, che entra in gioco quando qualcuno decide per te che non puoi dire qualcosa. Il politicamente corretto è un po’ più logico, sta al gusto personale di ognuno decidere se essere scorretto o meno.
A: Non è che non puoi più dire quello che vuoi, ma devi essere consapevole che le parole avranno delle conseguenze e devi essere tu a decidere se sobbarcartele. Se vuoi evitare problemi devi essere più gentile; se invece non te ne frega niente, nessuno ti impedirà di essere scorretto. Questo proibizionismo, come tutti i tipi di proibizionismo, crea delle nicchie di gente che vuole essere nutrita dal prodotto vietato. Si vede in America e nella stand-up italiana, c’è chi sfrutta questa tendenza per essere ancora più cattivo, sapendo che avrà del seguito. Il sentirsi braccati dal perbenismo lessicale, per me, è un falso mito.
Sta facendo discutere molto la scelta di Andrea Pucci di rinunciare al Festival di Sanremo. Che ne pensate?
A: Se c’è un direttore artistico che, per una serie di motivi, convoca il comico più bravo nella dimensione live – e in giro confermano tutti i colleghi, tranne chi rosica – le critiche possono arrivare per le scelte di umorismo o pareri personali, ma ci sono da fare considerazioni effettive. Pucci è un professionista che ha una clamorosa energia dal vivo. L’Ariston per i comici è un palco difficile, serve uno che riesca a sfondare il muro dello snobismo sanremese. Lui non avrebbe fatto politica, ma il comico. Non è un criminale, non è giusto che per tre-quattro battute che magari hanno superato la linea del buon gusto, della decenza, del rispetto, il popolo insorga per tematiche strettamente ideologiche. È stata fatta una scelta artistica che può non essere condivisa, ma se arriviamo al punto di intimidire una persona così tanto che si senta costretta a rinunciare al palco popolare per antonomasia, penso che sia un errore nel ‘Matrix’.
Vi siete cimentati entrambi anche con il cinema, ma i vostri nomi sono spesso associati in primis ai PanPers. Quanto è difficile in Italia scollarsi dalle etichette?
A: Difficilissimo. L’Italia è uno dei Paesi più complicati da questo punto di vista. Per togliersi le etichette ci vogliono anni, strategie, percorsi lunghi e potrebbe anche non succedere mai. La gente ha una certa idea di te perché deve collocarti in un posto nella sua testa. In America, ad esempio, è più facile trovare personaggi poliedrici, qui è più complesso, anche perché probabilmente non ci sono personalità così tridimensionali. Devi essere fortunato e molto strategico quando decidi di affibbiarti la prima etichetta. Credo che se avessimo raggiunto l’apice con il Grande Fratello, sarebbe stato molto più difficile lasciar scivolare via il marchio. Luca Argentero ci ha messo 10 anni.
Sentite di essere riusciti a togliervi di dosso la vostra etichetta?
A: Noi abbiamo fatto con grande orgoglio Colorado per dieci anni, è stata quella l’etichetta più difficile da togliere. Anche perché il programma ha avuto successo e raggiunto una grande forbice di pubblico, però è stato anche molto criticato e percepito come di serie B. Io non l’ho mai pensato, c’erano dei grandi professionisti e comici; poi anche robe un po’ più infantili, ma c’era da considerare un ampio target. È stato complesso toglierci questa targhetta. Non tanto perché ci vergogniamo di quello che abbiamo fatto, non l’abbiamo mai pensato, quanto per non essere ricondotti a un programma che aveva un determinato stampo e linguaggio, figlio di quel periodo.
In questo periodo siete in onda con la sesta edizione del programma comico Only Fun sul Nove. Quanto c’è bisogno di ridere oggi?
L: Ce n’è sempre bisogno, non è mai un modo sbagliato per affrontare le situazioni. I comici usano la loro visione del mondo e quello che accade per prenderne il lato ironico e far scaturire una risata.
A: C’è da dire che, dopo 5-6 anni abbastanza bui, è anche un buon periodo per i programmi comici. Ogni anno c’è qualche evento di Zelig; vanno in onda Only Fun, Crozza e Comedy Match sul Nove, la Gialappa’s sull’8, su Prime Video c’è LOL. Mi aspetto che prima o poi si anche Netflix si muova in questa direzione.
Insieme a voi alla conduzione c’è Belén Rodríguez, come vanno le cose tra voi?
L: Si è creato un bel legame. Lei è molto talentuosa e ha una verve comica. Averla sul palco è un passo avanti, forse lei non può dire lo stesso di noi (ride, ndr)
A: Secondo me un programma comico è perfetto per Belén. Lei vive un po’ in quell’aura di mito, femme fatale, icona di bellezza. Only Fun la umanizza, è perfetto per far vedere che è simpatica, si prende in giro. Lati positivi da mostrare in una figura come la sua che magari la gente, distrattamente o per superficialità, può giudicare in altro modo.
Alcuni giorni fa a “Che Tempo che Fa” ha avuto il coraggio di parlare di alcuni suoi momenti di fragilità.
L: È un grande segno di forza ed è umano. Lei ha l’esperienza televisiva alle spalle per potersi aprire e raccontarsi, non succede niente. È una cosa bella.
Voi che rapporto avete con le vostre fragilità?
A: Una delle formule che io adotto per superare i momenti difficili è la risata. L’esorcizzare, lo sdrammatizzare e il prendersi in giro, anche con gli amici, secondo me è il modo migliore per andare avanti. Non credo che sia davvero terapeutico, ma sicuramente distraente. È una forma di cura più lenta, ma funziona.
In una scala da uno a dieci, quanto vi “sopportate” dopo tutti questi anni insieme?
L: Ci sopportiamo nel senso buono del termine. Ci conosciamo veramente dall’asilo, accettiamo pregi e difetti dell’altro, abbiamo trovato un equilibrio.
A: In questi quasi 20 anni ci sono stati alti e bassi, se dobbiamo dare un dato numerico direi che oscilliamo tra il sette e l’otto. Obiettivamente andiamo d’accordo.