Cultura

Chi ha sdoganato le cronache della televisione e dei suoi divi su un quotidiano? Chi ha lanciato il primo (e forse ultimo) tabloid all’inglese? La storia di Nino Nutrizio e de La Notte in un doc

Se volete saperne di più sul quotidiano milanese che ne 1952 in sei mesi arrivò a vendere 250mila copie (80mila solo a Milano) superando i big della carta stampata basta seguire su Sky Arte il documentario Tabloid all’italiana – Nino Nutrizio e La (sua) Notte, diretto dalla figlia di Nutrizio, Cristina, ex assistente di Dario Fo

di Davide Turrini
Chi ha sdoganato le cronache della televisione e dei suoi divi su un quotidiano? Chi ha lanciato il primo (e forse ultimo) tabloid all’inglese? La storia di Nino Nutrizio e de La Notte in un doc

Le stellette per giudicare i film (e le palline per il pubblico)? Se le sono inventate a La Notte. Chi ha sdoganato le cronache della televisione, dei suoi divi e dei personaggi creati su un quotidiano? La Notte. E chi di fronte alla storica tetraggine grafica dei quotidiani alla Corriere della Sera ha inserito bande, strisce e titoli in rosso fuoco? La prima pagina di La Notte. Ne volete ancora? Su La Notte c’erano “La pagina delle grane” (buche e lampioni che non funzionano a man bassa), le vignette sostituivano le foto dei fatti di cronaca che non arrivavano e i titoli pulp uscivano dall’imbalsamatura del giornalismo borghese.

Se volete saperne di più sul quotidiano milanese che ne 1952 in sei mesi arrivò a vendere 250mila copie (80mila solo a Milano) superando i big della carta stampata basta seguire su Sky Arte il documentario Tabloid all’italiana – Nino Nutrizio e La (sua) Notte, diretto dalla figlia di Nutrizio, Cristina, ex assistente di Dario Fo. Appunto, La Notte nato nel giorno di Sant’Ambrogio del 1952 in chiave strumentalmente politica grazie ai soldi dell’industriale del cemento Carlo Pesenti per sostenere la “legge truffa” si trasformò presto in una sorta di unicum del giornalismo in Italia degli anni cinquanta e sessanta, diventando il primo tabloid all’inglese (e forse anche l’ultimo, dicono i maligni) presente nelle edicole italiane.

A dirigere l’impresa fu il dalmata, di nobili origini veneziane, Nino Nutrizio che, invece di rimanere al timone per qualche mese programmato, a dirigerlo ci rimase 27 anni. Sempre in prima fila a verificare morti e feriti di omicidi e stragi (a Terrazzano dove l’eroe fu Tom Ponzi, per dire) o a ricevere la dettatura telefonica del pezzo di un cronista come un segretario qualsiasi, Nutrizio seppe cogliere l’animo popolare delle masse stanche di quotidiani di partito ideologizzati ed elucubranti brogliacci da borghesia accigliata. Non solo il rispetto delle “tre S” (sangue, sport e spettacolo) da tabloid ma la pervicacia, l’insistenza, la puntualità di essere vicino, addosso a quei fatti di cronaca popolari (cronaca nera, bianca e rosa) che smuovono emozionalità e viscere, anticipando la tv commerciale nonché il click baiting del web.

Nutrizio diventa anche celebre in tv quando in una tribuna politica sfodera un pacco di riso e uno di spaghetti e chiede a Berlinguer, fresco e fiero sponsor del compromesso storico tra PCI e DC, come “democrazia e comunismo” possano cuocere assieme nella stessa pentola. E se oggi titoli come “divi caffellatte” o “la meno bruttina” farebbero insorgere ordini, ministeri, presidenti e deputati, Nutrizio (uomo di destra? e allora non può dirigere un giornale?) assunse, nonostante una sorta di divieto sessista aziendale, quelle che diventeranno penne di punta del giornalismo italiano.

A partire proprio da due donne, Natalia Aspesi (all’esordio con un articolo su La Notte di una mostra di cani) e la celebre Sveva Casati Modigliani (al secolo Bice Cairati) che quasi si inventò un incontro/intervista coi Beatles in concerto a Milano. E poi ancora, tra le firme ancora in erba di La Notte: Enzo Biagi, il mai troppo ricordato Gigi Garanzini, e quel Vittorio Feltri che pare essere il vero epigoni di Nutrizio. Anzi, se volete addirittura vedere piangere Vittorione nostro, basta seguire il documentario e lo troviamo sciogliersi al ricordo di lui giovanissimo cronista che chiama il giornale per uno scoop e imbarazzato all’altro capo del telefono trova il direttore che gli urla “Detta!”.

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