Lorenzo Jovanotti ha presentato “JovaYork – La musica dell’anima” su Sky che svela non solo il “making of” del suo ultimo album “Niuiorcherubini”, ma anche la città americana vista dagli occhi del cantautore. In una conversazione con “Il venerdì” de “La Repubblica”, l’artista ha raccontato del suo percorso musicale, ma anche di alcuni eventi privati legati al passato, ma anche al presente.
“Una volta ho chiesto a De Gregori: ‘Ma perché quando uno ha vent’anni scrive venti canzoni al giorno e poi ci vogliono 200 giorni per scriverne una?’. – ha ricordato Jovanotti – Lui mi ha dato una risposta molto bella: ‘quando hai vent’anni sei dentro a un mondo che ti riflette e che tu rifletti, devi semplicemente riportare in versi quello che vivi’. La musica è una cosa da ragazzi, ha a che fare con la formazione delle tue idee, con il corpo, la vitalità, la sessualità. È una danza, poi può anche essere un lento, ma è quella roba lì”.
Jovanotti è sempre on the road, che sia una bici o altro mezzo: “Andarmene per me è sempre stata la spinta principale, fin da bambino. Se me lo avessi chiesto a due anni, avrei detto: voglio andar via. Percepivo una pazzia e non volevo starci dentro. Le famiglie sono tutte una follia, ma sono come la democrazia: non c’è niente di meglio“.
Poi un ricordo tra passato e presente: “Mi piaceva andare a Piazza San Pietro la domenica mattina, guardare tutto quel casino dal mio metro d’altezza, i pellegrini, i cardinali. E l’estate, a Cortona, stavo fuori dalle otto del mattino a mezzanotte. Il mondo non mi sembrava pericoloso. Credo che ai ragazzi oggi questa cosa manchi un po’. Sono immersi dentro a un flusso di informazioni così vario, così violento. Penso spesso a cosa voglia dire per loro e credo significhi crescere in un altro modo: più sensibili, più intelligenti, ma anche più fragili, più esposti”.
Insomma un “ragazzo” coraggioso: “Non ho mai paura per me, ma per gli altri. Quando Teresa si è ammalata ho avuto tantissima paura, un terrore. Non ho mai paura per me, ma per gli altri. Quando Teresa si è ammalata ho avuto tantissima paura, un terrore assoluto che non sapevo come gestire. Era come non sapessi dove metterlo, come conviverci. Non avevo un posto, per la paura. Non l’ho mai considerata funzionale”.
“Mi sono chiuso senza neanche accorgermene. – ha raccontato – Ero troppo concentrato su quel che c’era da fare, ho dimenticato l’esistenza di Instagram e di tutto il resto. Non sono capace di esporre il dolore, è un mio tabù. Capisco che per qualcuno possa essere terapeutico, non per me”.
Altre cose che l’artista fa fatica ad accettare: “Un certo modo di mostrare la ricchezza. Non lo giudico, nei rap, nella musica latino-americana ne intravedo perfino il senso, ma non mi ha mai interessato. Droghe? Mai stato capace. Nemmeno uno spi- nello. E non è che io sia bacchettone, semplicemente guardavo l’effetto che aveva sulle persone e non lo volevo su di me. Ho altre dipendenze però, come la botta di adrenalina di un concerto, di quando scrivi una canzone, o arrivi in cima alle Ande in bicicletta con dieci gradi sottozero. Sai quelle epifanie cosmiche, dissoluzioni dell’ego, i momenti in cui dici: adesso posso pure morire”.