Tutto è iniziato con un dettaglio, quasi un inciso, inserito tra le pagine di una vita dedicata allo sci. Gustav Thöni, leggenda dello sport italiano, nel suo nuovo libro Una scia nel bianco (Rizzoli) e in una recente intervista, ha raccontato un episodio che scardina la narrazione ufficiale della Repubblica italiana: la visita di Vittorio Emanuele di Savoia al suo hotel di Trafoi, ai piedi dello Stelvio, nel 1974. Un fatto che, carta costituzionale alla mano, non sarebbe mai dovuto accadere. Quello che poteva sembrare un singolo “sconfinamento” alpino, tuttavia, ha aperto il vaso di Pandora: a confermare e rincarare la dose è arrivato Emanuele Filiberto che, interpellato dal Corriere della Sera, ha ammesso che le incursioni dei Reali in Italia durante l’esilio non furono eccezioni, ma una consuetudine nota e tollerata.
La miccia: l’orologio di Thöni
L’episodio scatenante risale a 52 anni fa. Dopo il Gigante di Sankt Moritz, Vittorio Emanuele e la moglie Marina Doria varcarono il confine per raggiungere l’albergo della famiglia Thöni. “Vollero incontrare tutto lo staff. Ci lasciarono in dono un orologio da tavola“, ha ricordato il campione. In quel momento, la XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione vietava tassativamente l’ingresso e il soggiorno sul territorio nazionale ai discendenti maschi di Casa Savoia. Un divieto rimasto legge fino al 2002, ma che evidentemente, all’ombra delle Alpi, perdeva la sua rigidità.
La confessione di Emanuele Filiberto
Raggiunto dal Corriere della Sera, Emanuele Filiberto di Savoia non si è limitato a confermare l’aneddoto di Thöni (“Se Gustav lo racconta, è sicuramente vero”), ma ha trasformato quel ricordo in una confessione storica: “Altro che una volta sola, l’abbiamo fatto tutti. Gli sconfinamenti sono stati tanti. Io stesso sono entrato più volte in Italia con mio padre”. Secondo il nipote dell’ultimo Re d’Italia, le frontiere venivano attraversate con una certa frequenza per “piccoli viaggi”: pranzi a Torino, visite al Castello di Sarre in Valle d’Aosta, escursioni in Sardegna. “Mio padre era un grande appassionato di sport. E non potendo entrare in Italia, la voglia di incontrare un campione come Thöni era ancora più forte dell’esilio”, ha spiegato.
I carabinieri e i politici a cena
Ciò che emerge dal racconto al Corriere è il quadro di un esilio “poroso”, svuotato nei fatti dalla complicità delle istituzioni o, quantomeno, da una diffusa tolleranza. Alla domanda sui controlli di frontiera, Emanuele Filiberto ha risposto con un dettaglio spiazzante: “I carabinieri salutavano. Facevano proprio il saluto”. Non si trattava, dunque, di ingressi clandestini nel senso stretto del termine, ma di passaggi noti, talvolta condivisi con esponenti della classe dirigente repubblicana. “A tavola, qualche volta, c’erano anche dei politici”, ha aggiunto il Principe, preferendo però non fare nomi. Il volo proibito di Umberto II Tra i ricordi svelati, il più toccante riguarda Umberto II, il “Re di Maggio”. Emanuele Filiberto ha raccontato di un volo privato partito da Ginevra, con Vittorio Emanuele ai comandi. L’aereo sorvolò Torino e poi la residenza reale di Racconigi a bassa quota. “Mio nonno era commosso. Diceva: non possiamo atterrare, ma vedere quei luoghi…”.
Il nodo giuridico
Se sul piano emotivo i Savoia rivendicano questi atti come una risposta a una violazione dei loro diritti umani (poi riconosciuta dalla Corte Europea), sul piano giuridico la questione resta netta. Come spiegato dal costituzionalista Mario Bertolissi sempre al Corriere, “la norma era chiarissima“: se intercettati, i reali avrebbero dovuto essere riaccompagnati alla frontiera.