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Ora le opposizioni non buttino via le 500mila firme raccolte per il referendum: il faro va tenuto acceso

Le oltre cinquecentomila firme non sono state raccolte inutilmente, perché hanno acceso un faro potente su questa riforma, che tuttavia necessita ancora di rimanere alimentato
Ora le opposizioni non buttino via le 500mila firme raccolte per il referendum: il faro va tenuto acceso
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di Roberto Celante

Il Tar del Lazio ha rigettato il ricorso dei promotori dell’iniziativa referendaria popolare contro la delibera del Consiglio dei ministri che ha fissato la data del voto al 22 e 23 marzo, sulla base della richiesta della consultazione popolare presentata dai parlamentari di opposizione.

Il motivo sta direttamente nella lettera del secondo comma dell’art. 138 Cost., secondo cui le riforme costituzionali “sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali”. In questi “o…o…” sta la pari dignità dei soggetti promotori, con l’unica conseguenza possibile, cioè che scatta l’onere di indire il referendum a partire dal momento in cui il primo, in ordine temporale tra i soggetti legittimati, presenta la richiesta di referendum.

Non c’è niente da interpretare nel secondo comma dell’art. 138, perché i Padri Costituenti hanno voluto che la norma fosse chiara, proprio per scongiurare il rischio di conflitti tra poteri dello Stato, derivanti dalla possibilità di addomesticare il testo dell’art. 138, a vantaggio di una strategia di parte.

Che in meno di un mese siano state raccolte oltre cinquecentomila firme è irrilevante, sul piano dell’obbligo di indire il referendum, perché questo era già sorto, per iniziativa parlamentare e lo stesso vale, di conseguenza, per la calendarizzazione della consultazione popolare. Ciò, tuttavia, non equivale a dire che le firme siano state raccolte per niente: esse hanno un valore simbolico e un peso politico inestimabili. Anche io sono tra i firmatari, ma con un obiettivo diverso e non meno importante, rispetto al ricorso contro la delibera del Cdm sulle date della celebrazione del referendum.

Nel contesto dell’informazione dei nostri tempi, in cui solamente un quinto degli italiani legge quotidiani in formato cartaceo (il 30% in digitale), mentre si informa su Facebook addirittura il 36% della popolazione, con i telegiornali che non arrivano al 48% (dati Censis 2025), l’iniziativa della raccolta firme è stata un formidabile strumento per attirare l’attenzione su una riforma costituzionale sbagliata, dannosa e pericolosa.

Sbagliata, perché non risolve, né incide minimamente, sul problema della lentezza dei processi e del rischio di impunità per i criminali, trattandosi di criticità che si potrebbero superare soltanto riformando il diritto processuale, con legge ordinaria.

Dannosa, perché eliminerebbe lo strumento principe a garanzia dell’indipendenza della Magistratura: l’attuale Csm, sostituendolo con tre organi a composizione maggioritaria di nomina parlamentare.

Pericolosa, perché anche senza arrivare ad assoggettare formalmente il pm all’Esecutivo, sia i giudici, sia i pm si troverebbero ad agire con la spada di Damocle delle pressioni dei rispettivi nuovi Csm e della nuova Alta Corte disciplinare, con uno svilimento tanto del principio della divisione dei poteri, quanto del principio di obbligatorietà dell’azione penale.

Le oltre cinquecentomila firme non sono state raccolte inutilmente, perché hanno acceso un faro potente su questa riforma, che tuttavia necessita ancora di rimanere alimentato: serve una campagna referendaria che faccia informazione in modo semplice, determinato e costante. Giuristi autorevoli e società civile sono già attivi; serve, invece, una marcia in più da parte delle opposizioni, perché la posta in gioco è la tenuta della democrazia nel nostro Paese.

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