Dostoevskij, l’ultraviolenza (metaforica) e gli ascolti di Guccini sono buona parte dei riferimenti del terzo disco di Kid Yugi, “Anche gli Eroi Muoiono”, in uscita venerdì 30 gennaio. L’artista massafrese, classe 2001, è una delle penne più interessanti della nostra scena urban. Le aspettative attorno al progetto erano alte e, tutto sommato, sono state rispettate. L’album presenta sì sedici tracce, ma anche qualche featuring di troppo. Si inizia con “L’ultimo a Cadere” e l’intro contiene la voce di Giovanni Lindo Ferretti dei CCCP, tratta da una sua canzone, “Occitania”, che parla della persecuzione dei Catari.
Le strofe di Yugi sono per lo più crude ed affilate. C’è solamente un brano potenzialmente radiofonico, “Eroina”. Il titolo è nato “da un gioco di parole: il femminile di ‘eroe’ e la sostanza stupefacente”. Per il rapper “gli eroi sono morti”. Probabilmente non sono mai esistiti. La sua visione, realistica, non passa per la glorificazione umana. Anche le persone più “pure” hanno dentro di sé un lato “mostruoso”. I confini sono più sfumati che mai, non esiste il partito dei buoni e quello dei cattivi. L’album, pur non essendo il miglior progetto di Yugi, scorre bene. In “Push It” il rapper si adatta ad Anna, cantando su un sound “Miami-based”. Il brano, pur essendo una delle hit da TikTok più forti del disco (grazie, soprattutto, alle strofe di Anna), risulta essere un po’ slegato rispetto al filo conduttore del disco. “Salgo sul tuo disco baby raddoppio gli streaming”, rappa Anna. E così sarà.
Le ultime tre tracce del progetto sono le più intime e complete. “Una canzone dedicata a tutti i ragazzi che si sono persi a causa di scelte sbagliate. Il più delle volte suggeriti in maniera infame dal contesto e dalle persone che li circondavano”, dice il rapper a proposito di “Per il Sangue Versato”. Yugi parla anche del senso d’impotenza che si prova nell’essere artista nei momenti in cui una persona (cara) ha una salute precaria. L’arte e la musica alleviano, ma non guariscono. L’ultima traccia, “Davide e Golia”, “Chiude il disco con un’idea che mi ronza per la testa: non siamo parte del conflitto, siamo il conflitto, siamo sia Davide che Golia. Ogni esistenza deve confrontarsi con l’ineluttabilità della propria condizione”, ha proseguito Kid Yugi che, in occasione dell’uscita di “Anche gli Eroi Muoiono”, ha approfondito la nascita e la genesi del progetto durante un incontro con la stampa.
Nella copertina ti vediamo (metaforicamente) nella bara. È per esorcizzare il tema?
Esteticamente parlando ho deciso di far morire me stesso, sia per non tirarla ad altri, e soprattutto perché il tema centrale del disco è quanto nella società odierna l’eroe vero sia l’uomo comune. È anche un modo per esorcizzare tutte le aspettative che gli altri (ma anche un po’ io) fanno su di me. Muoio come uomo comune, come tutti gli altri.
Non hai addosso una croce, ma tieni in mano un coltello. Perché?
Il pugnale è una scelta estetica, una figura ricorrente. Non ha un significato allegorico specifico.
Il coltello messo nelle mani, oggi, potrebbe avere anche altri significati…
Nelle mani di un morto un coltello non è tanto pericoloso. È la mano che tira la coltellata, non il coltello. Credo anche che un eroe con una croce non sia tanto credibile. Nel disco parlo anche, a livello metaforico, di quanto lottare contro qualcosa sia indispensabile nella nostra condizione di essere umani. Non tanto per vincere qualcosa, ma come catarsi.
I tuoi testi sono pieni di citazioni e di giochi di parole: ti influenza, nella scrittura, il pensiero che i fan e gli addetti ai lavori analizzino minuziosamente le tue barre?
Penso che nella società odierna l’essere umano sia stato un po’ deumanizzato. Scherzando coi miei amici dicevo che questo è il post-futurismo. I futuristi cercavano, con la loro poesia e con la loro arte, di imbrigliare il rumore che facevano le macchine. Nella società odierna, quello che cerco di fare è cercare di imbrigliare il rumore che riesce a produrre l’uomo attraverso la macchina. Penso sia il modo più contemporaneo di scrivere.
“Odiavo i ricchi perché odiavo essere povero. Ora li odio ancora perché sono uno di loro”, dici in “L’Ultimo a Cadere”. Come gestisci il conflitto con te stesso?
La traccia in cui lo spiego meglio è “Davide e Golia”. Nel brano provo a spiegare quanto ogni essere umano sia allo stesso tempo Davide e Golia. Nessuno trascende da questa lotta interiore. C’è questa incombenza dell’ineluttabile che ha sempre il fiato sul nostro collo e quella secondo me è un’espressione di micro-violenza interiore.
E il conflitto esterno?
C’è anche una macro-violenza che è esterna. È sicuramente la violenza delle strade: in altri posti è sfociata addirittura in guerre. Non penso di essere nella posizione di poter insegnare niente a nessuno. Ci sono ragazzi che si perdono per strada dietro dinamiche ideali che molte volte manco gli appartengono, che non hanno veramente senso. Se si parla con un ragazzo di strada, sembra che veramente ci sia solo questo. E poi sono concetti veramente molte volte ipocriti, perché la strada è sicuramente il luogo più ipocrita che abbia mai visto nella mia vita. Quindi volevo dedicare una canzone a tutti i ragazzi che perdono la propria vita in senso fisico o anche in termini di tempo dietro queste stron***e della strada.
Nei brani citi Craxi e Andreotti, ma non Meloni, Gaza, l’America e tutto ciò che sta succedendo. È una scelta consapevole, mirata, quella di parlare al passato prossimo?
Il tempo fa un grande favore agli gli esseri umani: nel bene o nel male cristallizza le cose. Fotografare il presente e avere la vanagloria di pensare di essere quantomeno autentico e preciso, secondo me è sbagliato. La narrazione delle cose cambia con il tempo. Quando ero piccolo e uccisero Gheddafi si pensava fosse un dittatore orribile. Magari lo era pure, però vedo che ora anche la classe politica sta facendo dei passi indietro sulle opinioni che avevano riguardo a quella fase storica. Il tempo è giudice delle cose, nonostante ci siano manipolazioni di esseri umani cattivi su come debba essere scritta la storia.
Sei l’artista che ha venduto più copie fisiche nel 2024. Senti di aver ampliato il bacino dei tuoi ascoltatori?
C’è anche gente adulta, degli insospettabili, che mi fermano. Mi hanno scritto addirittura dei monaci esorcisti quando è uscito “Tutti I Nomi Del Diavolo”.
I tuoi dischi sono sempre più oscuri? Cos’è cambiato dal primo progetto, “The Globe”?
Più che oscuri direi che sono disillusi.
Contro cosa combatti?
Sicuramente contro me stesso, come tutti gli esseri umani. Quando si spengono le luci e si rimane soli c’è sempre un momento in cui devi fare i conti con sé stessi, con le aspettative che ci siamo creati e con chi si è davvero. Poi, sicuramente il mio temperamento, che è abbastanza timido, si scontra con quello che è il mio ruolo, che invece mi dovrebbe vedere sempre sotto i riflettori. Nel disco ho voluto prendermela un po’ con l’ipocrisia che vedo nella società. Ingoiamo bugie dalla mattina alla sera.
Chi è l’artista che ti ha formato ed ispirato di più?
Noyz Narcos, perché quando ero piccolo lui parlava alla gente come me, nonostante lui venisse da Roma e io venissi da una delle province più povere d’Italia. Mi ci sono affezionato e, dopo averlo conosciuto e aver collaborato con lui, è come se l’80% dei miei sogni si siano realizzati in questo momento. Ma se prendessi totalmente come punto di riferimento dei rapper sulla scrittura, si rischia che il genere diventi autoreferenziale.
Quanto è distante il rap italiano da quello americano?
Abbiamo preso in prestito la cultura, però oggi posso dire che ci siamo quasi a farla nostra. Però ovviamente là c’è la barriera linguistica. L’inglese si presta meglio a questa disciplina perché è una lingua tronca, a differenza dell’italiano che è piana. Quindi sicuramente partiamo svantaggiati.
Da cosa e da chi hai preso spunto per il disco?
Ho ascoltato molto Guccini per fare questo disco, per quanto sembri una cosa totalmente lontana da me. Mi ha emozionato e mi ha in qualche modo aiutato.
Potresti prendere in considerazione il Festival di Sanremo?
Credo di continuare a fare il rapper. Una persona che stimo molto mi disse una frase bellissima: “L’intelligenza è sapere chi sei”. Quello è il massimo grado di intelligenza. Sarei uno stupido a pensare di poter competere a livello di corde vocali con qualcuno che sa cantare molto meglio di me. Il rap è la mia dimensione. Per ora non mi vedo a Sanremo perché banalmente non ho ancora ben capito in base a cosa si giudicano le canzoni. Se bisogna giudicare il testo, le capacità canore delle persone o il modo in cui una persona esprime sé stessa. Non lo so, non la vedo mia. Poi sono, banalmente, molto geloso della mia musica. Quindi soffro un po’ quando viene giudicata puramente numerico. Se ad una mia canzone venisse dato un voto ci rimarrei malissimo, sia che fosse un 10, che uno 0.
Una traccia si intitola “Gilgamesh”, perché?
La citazione fa parte del mio minuscolo bagaglio culturale, Gilgamesh era il re di Uruk, e dopo la morte del suo migliore amico, parte alla ricerca del segreto per l’immortalità. La traccia è un insieme di immagini che possono fare parte di una vita. Il ritornello si conclude con “Nasci, cresci, figli, tomba” perché siamo tutti molto attaccati alla vita, ed è una cosa bellissima. Non credo sia un difetto. Non so se Dio esiste, ma facciamo finta che ci possa guardare dall’alto, a quel punto direbbe: “A quali elementi della vita sono attaccati?” Probabilmente a cose che forse non sono manco così importanti.
Il riferimento a Chuck Norris, invece?
È stato l’emblema dell’uomo indistruttibile ed è stato anche uno dei canoni con cui alcuni ragazzi si sono un po’ costruiti e raccontati, anche se in maniera sicuramente menzognera.
Citi anche Dostoevskij: che ruolo ha avuto nella tua formazione?
È lo scrittore, il romanziere che più mi ha cambiato la vita. Quando lessi per la prima volta, a 13 anni, “Delitto e il castigo”, pur non capendoci niente, comunque mi arrivò qualcosa della sua sofferenza, e pensai: “Se un russo cresciuto nell’impero zarista quasi 200 anni fa può parlare ad un ragazzo cresciuto in provincia di Taranto altrettanti anni dopo, significa che le parole hanno una forza che supera addirittura chi le utilizza”. Nel tempo ho letto tutto di lui. E ho capito che non aveva degli eroi nei suoi romanzi. O gli eroi che aveva erano umani. Nel disco, inoltre, ho cercato di non lasciarmi andare all’ispirazione facile.
Ci sono eroi che possono cambiare il mondo?
Chi si perde troppo e solo nei pensieri, secondo me, non cambia il mondo. Se si sta tutto il giorno a pensare non fai la rivoluzione, non cambi le cose. Anzi, finisci per allagare tutti i tuoi stessi pensieri. Citando “Delitto e castigo”, Dostoevskij a un certo punto divide gli esseri umani in tre categorie: chi non fa niente, chi tende all’assoluto e chi è abbastanza intelligente da voler tendere alla propria condizione, senza però capire come arrivarci. Gli ultimi sono quelli che soffrono di più.
Nella tracklist è presente anche “Bullet Ballet”, film giapponese di Tsukamoto. Come hai trovato il filo conduttore col testo?
Tsukamoto è uno dei miei registri preferiti. Oggi il mondo è opprimente rispetto all’individuo. Siamo una pedina in mano alla società. Il film parla di questa persona che perde tutto e si lascia andare alla violenza. Ovviamente, come “Bullet Ballet”, è metaforico anche nella mia musica. Non sto dicendo alle persone di uscire e fare la notte del giudizio. L’essere umano però arriverà ad un punto in cui sarà così estremato che avrà bisogno di lasciarsi andare alla violenza. Molte volte verso sé stessi, che è ciò che ci distrugge. Quindi mi auguro che questa violenza venga trasformata da tutti in arte o in qualcosa di buono.
Temi che il mondo esterno non veda l’ora di smascherare il tuo lato “eroico”?
No, perché l’ho mascherato io in primis, li ho sicuramente fregati sul tempo. Il disco nasce per quello, per smascherare tutti noi dalle narrazioni.
“Push It”, ha ricevuto giudizi contrastanti. Che rapporto hai con le critiche?
Il pezzo con Anna a me piace, mi diverte, ed è quello l’importante. Poi l’ho fatto live e la gente era molto divertita. Esiste musica anche che diverte e basta. Non per forza bisogna cercare di tendere alla ricerca del tempo perduto in ogni canzone che si scrive, perché sennò sarebbe una società molto noiosa.
“Per Te che Lotto” è dedicata a tua sorella. Che rapporto avete?
Mia sorella è finita in ospedale per un problema di salute, per cui io e la mia famiglia ci spaventammo moltissimo. C’è una frase bellissima in “Novecento” di Alessandro Baricco, in cui c’è uno dei protagonisti che si trova in una nave. L’imbarcazione stava traballando e se ti trovi in quella situazione non puoi fare tanto sei sai solamente suonare la tromba. Ecco io non sono medico, mia sorella stava male, e questa cosa occupava la totalità dei miei pensieri. Però oltre a scrivere canzoni, non potevo fare nient’altro per mia sorella. Ho deciso di dedicarle questo brano, perché mi sentivo veramente impotente rispetto alla gravità della situazione.
Ora come sta?
Sta bene, si è ripresa alla grande, però sono state due settimane veramente difficili da affrontare. Anche il mese dopo, che era una sorta di riabilitazione, è stato veramente pesante. Era come se vivessi questo magone, la cosa di non essere né un dottore, né una persona che potesse aiutare in qualche modo dal punto di vista pratico. Magari un domani, grazie a quella canzone, ripenserò a quel momento buio ridendo.
Prima “The Globe”, poi “I Nomi Del Diavolo” ed ora “Anche gli Eroi Muoiono”. Possiamo ragionarla come una trilogia conclusa?
La interpreto più come essere maggiormente esaustivi su quel concetto. “The Globe” l’ho scritto che ero un emerito sconosciuto. Ora la gente mi considera come se fossi un supereroe, molte volte. Queste aspettative distruggono me e tutti coloro che ne ripongono su di me. Non penso di essere un supereroe. Anzi, poi quando l’immagine che molti hanno di me, soprattutto i più piccoli, si scontra con l’immagine mi auto-percepisco, è una continua fustigazione verso sé stessi, di autoflagellazione. Quello è il ruolo più devastante a livello psicologico e umano che mi succede. Perché appunto non è la morte dell’anti-idolo, è proprio un’affermazione totale che nessuno può essere un idolo, perché siamo tutti esseri umani. Se c’è stato un idolo, nella storia, credo sia stato Gesù. Ovvero uno che si uccide per salvare tutti gli altri. Io non sono Gesù.
È nei tuoi piani la scrittura di un libro?
Sì, ma ho paura di iniziarlo perché temo di rendermi conto di non esserne capace. Però è sempre stato tra i miei sogni nel cassetto. Non l’ho mai iniziato ma, quando non potrò più dare nulla al rap, vorrei cimentarmi anche nella scrittura in prosa. Mi piace tanto anche il teatro, pensiamo ad esempio a Shakespeare.