Cinema

“Le cose non dette” – Gabriele Muccino torna con un film caoticamente corale, ma qualche scena stecca di brutto

Nel suo nuovo film, il regista ripropone la sua esagitata visione corale con una storia di coppie in crisi, tradimenti e confronti tra generazioni tra citazioni colte e momenti di overacting

di Davide Turrini
“Le cose non dette” – Gabriele Muccino torna con un film caoticamente corale, ma qualche scena stecca di brutto

Quando Simone de Beauvoir incontra Franco Califano e le corna deflagrano tra le costine dei romanzi Adelphi e il catalogo Alpitour, Le cose non dette (dal 29 gennaio in sala) è la nuova fatica, proprio fisica e corporea, che consacra il Muccino touch dopo vent’anni di onorato servizio di esagitazione formale. Il movimento di macchina a precedere la corsa, con urla e strepiti nello scapicollarsi a perdifiato di tutti i personaggi muccianiani (uomo o donna, vecchio o giovane, poco importa), tocca il suo apice tra i dedali marocchini tutti simili di Tangeri, dove è ambientato sostanzialmente l’intero film. Più de L’ultimo bacio, più di Ricordati di me, più di A casa tutti bene, l’ideologia stilistica dell’esagitazione trova il suo habitat privilegiato in un frenetico discorso di doppia coppia, più figlia e amante (al pepe, si diceva nelle commedie sexy anni Ottanta) che cercano di ritrovare il bandolo della matassa esistenziale in un momento di crisi sentimentale e affettiva.

Il cinquantenne Carlo (Stefano Accorsi, stranamente ricciolino e modello Lou Ferrigno) è un ordinario di filosofia alla Sapienza che sembra in crisi creativa (scrive anche romanzi), ma non fa altro che coprire alla moglie Elisa (Miriam Leone, giornalista di grido a Vanity Fair, anch’essa senza più bussola professionale) la tresca con Blu (Beatrice Savignani), una sua assatanata studentessa che fa anche la cameriera in un ristorante dove spesso lui ed Elisa vanno a cena assieme alla coppia di amici Paolo (Claudio Santamaria, bonario e fesso amicone di Carlo) e Anna (una ferocissima Carolina Crescentini), anch’essi ai ferri corti con Paolo che ha un debole silente per Elisa. E se Carlo ed Elisa sembrano essere in crisi perché non riescono ad avere figli, Paolo e Anna hanno una figliola, la tredicenne Vittoria (Margherita Pantaleo), che sembra uscita da un film horror.

Oppressa dall’isterica asfissia materna, apparentemente taciturna, in realtà Vittoria si rivela come posseduta da tutti gli estremi psicofisici della pubertà che sfocia in adolescenza: prova la prima masturbazione, adora in modo maniacale Paolo, sa mentire e trasformarsi oltre le formalità tra giovani e adulti. L’occasione per far scontrare coppie in frantumi e spigoli caratteriali è la gita per tutti e cinque a Tangeri, in Marocco: meta classica per scrittori in cerca di nuova ispirazione, ma anche ultimo possibile scenario in cui piomba Blu per prendersi definitivamente il suo Paolo. Tutto in Muccino ribolle: il sesso, la rabbia, lo strazio, le balle, il tradimento. E tutto ribolle dentro a queste autentiche performance di atletica leggera dove Paolo insegue Blu, Anna insegue Vittoria, Carlo insegue Paolo, Elisa insegue Carlo, ecc… davanti allo sguardo involontariamente comico di una attonita concierge dell’hotel.

La struttura narrativa tesa verso uno slabbrato climax si arricchisce di stralci di passato soprattutto tra Paolo e Blu, prevede visivamente e inizialmente (poi si perde) una palpitazione cardiaca (proprio la si sente) su sfondo improvviso da frame nero, e si impreziosisce di citazioni del prof Accorsi (“Oggi s’impara, domani si vince”, ma anche “le idee sono come storie d’amore, arrivano quando meno te lo aspetti”) qui su sfondo Roma Capoccia del romanesco Santamaria.

Le cose non dette, come ogni film di Muccino che si rispetti, è un film ostinatamente e caoticamente corale, ma spesso e volentieri qualche caratterizzazione sfugge di mano e qualche scena stecca proprio di brutto: la Crescentini in perenne overacting; Accorsi con la sovraesposizione della sua celebre smorfia ansiogena con labbro mezzo sollevato che si trasforma continuamente nell’espressione “ma cos’è sto fetore?”; la sostanziale impalpabile presenza della Leone. Anche se, più di tutto e di tutti, è il mosaico ricostruttivo dei punti di vista alla Rashomon, rispetto a un delitto e davanti alla commissaria di turno, che invece di cucire carsicamente la trama ne disfa banalmente l’ordito.

Tratto dal romanzo sofisticato e upper class Siracusa (Fazi editore) scritto da Delia Ephron, sorella di Nora (sceneggiatrice di C’è posta per te) e con Muccino qui allo script, Le cose non dette chiude il pacchetto contemporaneità forzata con il brano omonimo appositamente scritto e gorgheggiato da Mahmood, scambiato per un discutibilissimo atto di ribellione.

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