Crime

“Ci sono tre inchieste aperte da tre anni, c’è chi vorrebbe fare qualcosa ma sembrano impantanati. C’è questa volontà di spostare l’attenzione da parte dell’inchiesta vaticana”: il sit-in di Pietro Orlandi

È sceso in piazza a Roma per ricordare sua sorella Emanuela, scomparsa nel 1983

di Alessandra De Vita
“Ci sono tre inchieste aperte da tre anni, c’è chi vorrebbe fare qualcosa ma sembrano impantanati. C’è questa volontà di spostare l’attenzione da parte dell’inchiesta vaticana”: il sit-in di Pietro Orlandi

Come ogni anno anche ieri, 24 gennaio, Pietro Orlandi è sceso in piazza a Roma per ricordare sua sorella Emanuela, scomparsa nel 1983, nel giorno del suo compleanno. Il 14 gennaio, la cittadina vaticana avrebbe compiuto 58 anni di cui gli ultimi 43, avvolti in un oscuro mistero legato a scenari internazionali di ogni sorta.

“Se siete qui è perché avete un forte senso di giustizia e non siete qui solo per Emanuela, questo incontro non è solo per lei ma per tutte le persone che vivono un’ingiustizia”, ha detto Orlandi alle persone radunatesi in Piazza Risorgimento sotto la pioggia.

“Ci sono tre inchieste aperte da tre anni, c’è chi vorrebbe fare qualcosa ma sembrano impantanati. C’è questa volontà di spostare l’attenzione da parte dell’inchiesta vaticana”, ha detto in riferimento alla pista parentale che coinvolge Mario Meneguzzi, zio di Emanuela Orlandi. Una pista già archiviata dagli inquirenti con un nulla di fatto, all’epoca delle prime indagini.

Laura Casagrande indagata “per false informazioni ai pm”

Orlandi è poi intervenuto sull’ultimo colpo di scena della Procura di Roma, l’iscrizione nel registro degli indagati di un’amica di Emanuela: Laura Casagrande, per “false informazioni ai pm”. “L’indagine su Laura Casagrande nasce dalla commissione a cui lei ha raccontato delle cose in modo molto strano”, ha detto il fratello della cittadina scomparsa”. Laura frequentava la stessa scuola di musica di Emanuela Orlandi che aveva sede presso la Basilica di Sant’Apollinare a Roma. La stessa scuola da cui Emanuela scomparve il 22 giugno del 1983. Poche settimane dopo, i presunti rapitori telefonarono proprio a casa sua perché trovarono il suo numero nel taschino dei jeans della Orlandi. Era scritto anche sul suo libro di solfeggio. La Casagrande disse all’epoca che le due ragazze si scambiarono i numeri in vista delle vacanze estive. Interrogata dalla bicamerale di inchiesta che sta indagando sul caso, la donna ha dichiarato di non ricordare più nulla di quanto avvenne all’epoca.

“Io non so perché e dubito che si possa indagare una persona perché “non ricorda” la procura avrà i suoi motivi. Non penso nemmeno che la Casagrande che ormai è una signora ma all’epoca era solo una ragazzina, possa essere stata complice di chi ha rapito Emanuela ma potrebbe aver fatto da “gancio”, anche involontariamente per portare Emanuela in mano a qualcuno. Avrà visto qualcosa ma si sarà messa paura, forse è stata minacciata. Ma in questi 43 anni questa persona ha sempre generato sospetti. All’epoca l’unica pista era quella del terrorismo internazionale. Quindi a chiamare a casa Casagrande erano stati i terroristi, si pensava. Quindi è strano che quando telefonarono a casa sua, la madre che rispose al telefono, passò loro Laura che aveva solo 15 anni. Dietro questa storia c’è qualcosa di strano. Non porterà alla verità ma potrebbe essere un tassello importante per capire la “manovalanza” coinvolta nel rapimento di Emanuela”.

Il portatore di luce

Pietro ha poi tirato in ballo una lettera, già nota, che arrivò il 25 luglio del 1983 al loro avvocato Gennaro Egidio. “Era firmata dal “portatore di luce” e dentro c’era scritto che dietro la scomparsa di Emanuela c’era un piccolo gruppo di creditori a cui erano stati sottratti dei soldi. Parliamo dei soldi che si persero nel crack del Banco Ambrosiano e della questione della morte di Roberto Calvi. Strano che il Vaticano ci avesse suggerito un avvocato che si era occupato di quella questione. Uno dei piccoli creditori era l’Eni.

Quando si parla dei soldi di Calvi non si parla dei suoi soldi ma anche dei soldi del narcotraffico legati al Sud America, non erano pochi spicci. Ne ha parlato in tempo più recenti anche monsignor Angelo Balda, membro di Cosea (coinvolto in Vatileaks 2, ndr) e disse che il rapimento di Emanuela era collegato alla sottrazione di soldi che andarono a finire in Polonia. Si tratta di gruppi di credito finanziario diverso. Questa è una pista che non viene approfondita abbastanza, è rimasta sospesa. E poi l’appello a Papa Leone: “Non ha detto una parola su Emanuela, così come ha fatto Ratzinger. Così gli hanno detto di fare, devono fingere. Il loro atteggiamento ha fatto capire alla gente che nascondono qualcosa su mia sorella, che hanno delle responsabilità. Mi sembra chiaro che nascondono qualcosa, spero la Procura faccia un passo avanti”.

La vittimizzazione secondaria

Nel corso dell’incontro è intervenuta l’avvocato di Pietro Orlandi Laura Sgrò. “Emanuela Orlandi è stata vittima di sequestro – ha dichiarato – e forse di qualcos’altro ma insieme a lei ci sono altre vittime: i suoi fratelli, le sue sorelle, tutta la sua famiglia. Trovo vergognoso quello che è successo negli ultimi tempi, parlo come avvocato e come donna. Andare a scarnificare la vita dei familiari delle vittime per cercare del torbido dove non c’è (in merito probabilmente ai servizi che si sono concentrati sulla figura dello zio di Emanuela, ndr), mortificare chi soffre da 43 anni non è giornalismo investigo né libertà di espressione. Si chiama vittimizzazione secondaria. Loro sono vittime, non devono giustificare nulla. Mi sono indignata per quello che ho visto. Ho letto una valanga di odio contro la famiglia, montano odio contro chi soffre”.

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