Cultura

“Ho deciso di scrivere un libro per mettere ordine ai pensieri, perché sono come i piccioni: mangiano, tubano, cagano… Fanno un casino tremendo”: Enzo Iacchetti e il suo ’25 minuti di felicità’

Enzo Iacchetti, 71 anni da Maccogno, pardon Luino, è la favola buffa e proletaria della comicità italiana sul finire del secolo scorso. Così come il suo libro (Bompiani) è il suo manifesto compendio biografico che sta lì nelle librerie come a dire “io ho vissuto”

di Davide Turrini
“Ho deciso di scrivere un libro per mettere ordine ai pensieri, perché sono come i piccioni: mangiano, tubano, cagano… Fanno un casino tremendo”: Enzo Iacchetti e il suo ’25 minuti di felicità’

Avremmo voluto sentirlo raccontare di quando interpretava Jake Blues sul palco dell’Arena Puccini di Bologna nell’estate del 1993 assieme, tra gli altri, ad Antonio Albanese. O quando portava il vassoio di pastarelle (vere!) col cordino giallo come nastro nello studio di Dido… menica su Italia 1 nell’autunno 1992 assieme a Zuzzurro e Gaspare.

Enzo Iacchetti, 71 anni da Maccogno, pardon Luino, è la favola buffa e proletaria della comicità italiana sul finire del secolo scorso. Così come 25 minuti di felicità (Bompiani) è il suo manifesto compendio biografico che sta lì nelle librerie come a dire “io ho vissuto”. Dato che il far ridere è spesso ritenuto sinonimo di vuota leggerezza, Iacchetti riempie la sua arte “malinconica per costituzione” della risata di una etica ribelle e di una sussurrata ironica solitudine esistenziale (“mi avvio a diventare un classico”). Con quella sua chitarrina sudata lavorando una settimana fitta in una ghiacciaia, con quel suo amato quadernetto (lanciato per rabbia e recuperato da un’autrice del Maurizio Costanzo Show) dove ha raccolto poesie bonsai scritte e recitate mentre faceva il cameriere sul confine svizzero, Iacchetti è uno spellacchiato Wilie E. Coyote che un giorno cattura il Beep Beep ma si accorge che in fondo non andava poi così veloce.

“Ho avuto la fortuna di vivere nell’epoca della più bella musica mai composta, dei più bei film mai girati e delle più belle idee mai concepite”. Insomma, difficile far di meglio di chi c’era e c’è stato per questo omino dall’ “assurda capigliatura” destinato alla ragioneria o all’acquisto di una tabaccheria. La passionaccia del dare e fare spettacolo nasce là sul Lago Maggiore all’inizio dei sessanta tra cagnotti da ingurgitare per sfida, lo spaccio con “delivery” di vini e liquori del severo padre, quando il Molleggiato appare in tv come un Dio muovendosi più come Jerry Lewis che come Elvis. Enzino si sforza di cantare, ma la sua silhouette è quella dolceamara del comico. Ironia e note, del resto, lo faranno esplodere sulla poltrona del Parioli, ma in mezzo c’è il mare (o il lago).

L‘Enzino capellone, diplomato ragioniere, che suonicchia nei gruppi beat, le mire paterne del lavoro serio, di fronte al direttore di banca per farlo diventare impiegato, le scarta così: “No, non ho intenzione di tagliarmi i capelli. Al limite posso pettinarmeli, ma più di quello no. Ma soprattutto non ho intenzione di smettere di suonare. La musica non è negoziabile. È la mia vita. Sono io. Non posso smettere di essere io”. In un film partirebbero i violini suonati dal vento. Per Iacchetti si aprono invece le porte casuali del Derby di Milano. Anche se lui non è di quelli della prima e seconda tornata di star. Lui finisce nella terza fascia serale (quella oltre l’una) ed è pure presente quando la celebre retata della polizia sancisce la chiusura definitiva del locale. Come se fosse una mise en abyme, dentro la malinconia comica iacchettiana si riversa nuovamente la sua vita vera, in un meccanismo destinato all’infinito.

Così quando decide che il suo turno è andato e continuerà a sopravvivere servendo ai tavoli, ecco la selezione rocambolesca al Costanzo Show. Il 31 ottobre 1990 è la data dell’esordio. Bonsai sono ancora le poesie, ma grazie ad una idea repentina di Costanzo in diretta diventano canzoncine. Sul palco del Parioli Iacchetti ci finirà per altre 191 volte in quattro anni. Da qui arriverà Striscia la Notizia che durerà altri 31 anni con Berlusconi che lo palpa per sentire se un comunista ha ancora dei bambini nelle tasche, la fidanzata velina Maddalena Corvaglia che vuole andare in discoteca e lui preferisce ciabatte e divano, e pure il gran rifiuto per i pacchi di mamma Rai. Santissima trinità iacchettiana: suo padre, Costanzo e Giorgio Gaber.

Un comunista a Mediaset l’hanno già detto e scritto ovunque. Eppure in 25 minuti di felicità emerge l’Enzino furibondo, quello politico esploso da Bianca Berlinguer un paio di mesi fa. Il comico “con licenza di arrossire” è un pacifista piuttosto incazzoso che odia le armi (e per questo si fa una naja lunghissima) con radici salde nel terreno comunista settentrionale d’inizio secolo. L’aneddoto del nonno che minaccia col forcone repubblichini e nazisti che gli vogliono rubare le galline (e i nazi scappano!) sembra proprio uscito dall’hype iacchettiano del tardo 2025 proPal. E visto che è sull’onda dell’ira funesta, il comico cremonese si toglie perfino un sassolone, ricordando ad un Claudio Baglioni smemorato, allora selezionatore a Sanremo che scartò il suo brano Migranti, scritto da Guccini, che “la memoria le gambe non le ha proprio, ha direttamente i piedi attaccati alle chiappe”. 25 minuti di felicità in fondo, nel suo tortuoso tentativo di essere cronologicamente consequenziale, sembra rispondere a quello che gli suggerisce il papà morto giovane, con cui Enzino dialoga di recente molto spesso: “Scrivi un libro. Così tutta questa confusione si calma”. Spiega Iacchetti verso il fondo: “Ecco perché alla fine ho deciso di scrivere questo libro. Per mettere in ordine i pensieri. Perché i miei pensieri, e la mia vita sconosciuta, sono come i piccioni: mangiano, tubano, cagano, sporcano i monumenti… insomma, fanno un casino d’inferno”.

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