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“Uno mi frena davanti, gli vado quasi addosso e gli faccio oh oh cogl**ne. Così nasce Oh oh cavallo. Era il pezzo che mi mancava”: Roberto Vecchioni e il segreto di “Samarcanda”

Il cantautore svela la genesi della hit pubblicata nel 1977

di Redazione FqMagazine
“Uno mi frena davanti, gli vado quasi addosso e gli faccio oh oh cogl**ne. Così nasce Oh oh cavallo. Era il pezzo che mi mancava”: Roberto Vecchioni e il segreto di “Samarcanda”

È diventato virale il video in cui il cantautore Roberto Vecchioni, ospite giovedì scorso a “Splendida Cornice” di Geppi Cucciari, ha raccontato come è nato uno dei ritornelli più famosi della musica italiana. La canzone in questione è “Samarcanda”, brano del 1977, che ha come ritornello: “Corri cavallo, corri, ti prego fino a Samarcanda io ti guiderò. Non ti fermare, vola, ti prego. Corri come il vento, che mi salverò…Oh oh cavallo, oh, oh cavallo, oh oh cavallo, oh oh, cavallo, oh oh“.

In molti si sono chiesti perché l’artista abbia scelto come frase perno proprio “Oh oh cavallo” e la spiegazione è arrivata anche in televisione, oltre che nel libro “L’orso bianco era nero. Storia e leggenda della parola“.

“Avevo fatto la canzone mentalmente in autostrada mentre mi dirigevo a Bologna. – ha detto a Geppi Cucciari – Ma mancava quella cosa brillante che poi c’è stata, quella frase che facesse capire che la canzone ‘spaccava’. Ecco, come si dice oggi, come dicono oggi, ragazzi. E allora arrivo a Bologna e uno mi frena davanti…Io sto per andargli addosso e gli faccio ‘Oh, oh, coglione !’ Ed è lì che è venuto ‘Oh, oh, cavallo!'”.

Le note di “L’ orso bianco era nero. Storia e leggenda della parola”

“Questo libro ha a che fare con la linguistica come io assomiglio a un orso bianco o se preferite nero. Non ho nessuna intenzione di sciorinarvi un’opera corretta, metodica, e men che meno colta, accademica, incomprensibile ai più e infine del tutto inutile a chi sfaccenda pieno di cazzi suoi col tempo che vola. D’altronde non ho neanche voglia di mortificare una scienza (arte?) meravigliosa riducendo tutto all’osso e tirar fuori un “bigino” per deficienti. L’intento è un altro: è quello di farvi innamorare. Avete letto bene! Farvi innamorare della parola. Penserete “questo è matto”. Scommettiamo? Sono i miei ottant’anni d’amore, raccolti da decine e decine di fogli sparsi qua e là nel tempo, stipati in block-notes, quaderni, schemi per lezioni, sghiribizzi personali, letture sottolineate, ricerche notturne, confronti, domande infinite, scoperte mai immaginate da altri, un gioco famelico a sapere e chiarire, un’ubriacatura di luci intermittenti, ipnotiche, fatali, perché più ci entravo in quelle parole, più sentivo una foga irrefrenabile a entrarci, e capivo, comprendevo a pieno la “vera” essenza di tutto, la corposità, la fisicità di quelli che pensiamo solo suoni e invece sono codici risolti perché perfette in noi si rivelino le emozioni, le commozioni nostre e degli altri; le parole sono un groviglio logico di foni, suoni che specchiano l’uomo. Questa era la mia felicità”.

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