Su FqMagazine il tema lo avevamo trattato in tempi non sospetti, citando la frase cult di “South Park”: “Per i ricchi c’è l’Ozempic, per i poveri la body positivity”. Ora scende in campo anche il collega e psicoterapeuta Jonathan Alpert sul Wall Street Journal che con il suo titolo non ci gira di certo attorno: “Ozempic ha fatto sparire il peso e l’idea della ‘Body Positivity’”.
Lo specialista americano parte da quella che lui aveva definito “un’ossessione culturale per la magrezza a qualsiasi costo” in un’intervista a Fox News Live. Secondo Alpert, questa dinamica avrebbe sostituito qualsiasi ideale di “Body Positivity”: “Ora sembra appartenere al passato. Vedevamo persone online celebrare la positività del corpo e l’amore per se stessi, e avevamo influencer sui social media che promuovevano questi messaggi. Ma abbiamo assistito a un cambiamento culturale drastico”, aggiunge.
Lo psicoterapeuta sembra attribuire questo stravolgimento culturale all’uso sempre più frequente di farmaci salvavita per il diabete, oggi usati da molti per dimagrire. È il caso del più noto “Ozempic” e di quello meno noto, almeno in Italia, “Mounjaro”, che, attraverso un’iniezione sulla pancia, aiuterebbero a dimagrire molto velocemente. E numerose
celebrities americane hanno apertamente dichiarato di farne uso, o di averlo usato in passato, come Amy Schumer, Robbie Williams e Oprah Winfrey.
L’esistenza di questi farmaci, nelle parole di Alpert, avrebbe contribuito a dissolvere gradualmente i valori della body positivity forse per favorire il ritorno a un ideale di ‘magrezza’ che, posto in queste condizioni, secondo l’autore, potrebbe essere malsano: “Dovremmo essere preoccupati perché perdere molto peso in un lasso di tempo così breve potrebbe non essere necessariamente la cosa più salutare. Temo che stiamo promuovendo la magrezza a un livello malsano. E le celebrità si trovano in una posizione molto favorevole per promuovere la salute e non una magrezza che è malnutrizione o che almeno appare tale”, sostiene l’autore dell’articolo.
Nel suo articolo, Alpert parte dalle storie personali dei pazienti che visita quotidianamente: “Una paziente una volta si è interrotta a metà frase nel mio studio di terapia e si è scusata. ‘Mi sento in colpa a dirlo’, ha detto, ‘ma voglio davvero perdere peso’. In contesti pubblici, con amici e colleghi, parlava senza difficoltà di autoaccettazione e di amarsi per come si è. In privato, nel mio studio, ammetteva di evitare gli specchi, di saltare le foto e di temere gli eventi sociali”, scrive l’analista. In sostanza, secondo l’autore, i pazienti che ammettevano di voler perdere peso “erano ansiosi per come gli altri avrebbero accolto quei sentimenti.
La body positivity, che nell’articolo Alpert definisce “un insieme piuttosto vago di idee pensate per ridurre la vergogna legata all’aspetto fisico”, avrebbe quindi assunto “un peso morale” anche in ambito clinico: “Il disagio verso il proprio corpo veniva sempre più riformulato da clinici e attivisti come un difetto psicologico, e il desiderio di un cambiamento fisico trattato con sospetto, come se tradisse una mancanza di autoaccettazione”. L’autore parla di come alcuni suoi pazienti gli abbiano confessato di “aver modificato i loro racconti per sembrare più autoaccettanti di quanto si sentissero realmente”.
Una dinamica che si sarebbe spostata anche al di fuori dello spazio terapeutico, dove alcune persone “ammorbidivano le parole e calibravano il tono nelle conversazioni quotidiane” per non lasciar trasparire i loro reali sentimenti sul proprio corpo: “Una donna ha ammesso di aver riscritto più volte i messaggi agli amici per assicurarsi di sembrare abbastanza body-positive”, suggerisce come esempio.
Questi sentimenti di presunto disagio, secondo Alpert, sarebbero spariti con l’ingresso in scena di farmaci come Ozempic e Mounjaro: “‘Il farmaco non mi ha cambiata’, ha detto una paziente. ‘Mi ha permesso di smettere di fingere’”, aggiunge l’autore nell’articolo. Per l’esperto, Ozempic sarebbe riuscito a rivelare che “una convinzione ritenuta ampiamente condivisa (la body positivity, ndr) era sostenuta più dalla pressione che da una reale adesione, e si è disfatta non appena l’onestà è diventata più sicura”, afferma. In pratica, dice Alpert, “la storia non è quella di un improvviso desiderio di essere magri, ma della scomparsa della paura di ammetterlo”, sottolinea.
Ciò avrebbe poi portato a desiderare una “magrezza a tutti i costi”, probabilmente favorita dal boom di farmaci dimagranti, a volte usati senza prescrizione medica o acquistati online su siti non verificati. Lo psicoterapeuta non sembra consigliarne l’uso; al contrario ammette di incoraggiare i suoi pazienti ad adottare “cambiamenti nel proprio stile di vita”, evitando dunque perdite di peso molto significative in poco tempo: “(La via di mezzo tra l’obesità e l’eccessiva magrezza, ndr) probabilmente è il punto a cui dovremmo arrivare, cercando di adottare stili di vita sani. E ogni volta che ci spingiamo troppo verso un estremo è lì che entriamo in una zona di pericolo, aveva spiegato a Fox News Live.
Alpert approfondirà il ruolo della terapia nella società americana in un libro intitolato “Therapy Nation: How America Got Hooked on Therapy and Why It Left Us More Anxious and Divided” (in italiano è “Terapia della Nazione: come l’America è diventata dipendente dalla terapia e perché questo l’ha resa più ansiosa e divisa”). Nel volume, in uscita a maggio 2026, l’autore spiega di voler analizzare “come la cultura della terapia contribuisca ad alimentare le ansie che oggi dividono l’America”: “È il momento di prendere in considerazione l’ipotesi che siamo diventati iper-terapizzati”, si legge nella sinossi del libro.