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“Vivevo sano, mi consideravo immune dalle malattie. Poi una mattina sotto la doccia ho sentito un sassolino: era un tumore al seno”: parla Claudia Zanella

L’attrice racconta a Repubblica come ha scoperto la malattia, le cure al Gemelli e l’importanza della diagnosi precoce

di Redazione FqMagazine
“Vivevo sano, mi consideravo immune dalle malattie. Poi una mattina sotto la doccia ho sentito un sassolino: era un tumore al seno”: parla Claudia Zanella

Pensava che uno stile di vita sano fosse una garanzia. Alimentazione attenta, niente fumo, niente alcol, sport quotidiano, lavoro costante su corpo e mente. Claudia Zanella, attrice con una carriera iniziata da bambina, si sentiva protetta. “Mi consideravo immune dalle malattie”, ricorda oggi. “Pensavo che vivere bene fosse una garanzia. Niente familiarità, nessun segnale. E invece… la malattia è arrivata comunque”, racconta in un’intervista a la Repubblica. Aveva 38 anni, una figlia di poco più di un anno. E invece il tumore al seno è arrivato lo stesso, in modo improvviso e silenzioso.

Era il 2017 quando tutto è cambiato mentre era sotto la doccia: “Una mattina ho sentito un sassolino sotto la pelle del seno, un piccolo nodulo che poche settimane prima non c’era. Mi sono irrigidita”. Un dettaglio minimo, ma sufficiente a far scattare l’allarme. Quella sera avrebbe dovuto uscire per una cena leggera, invece la paura ha preso forma. “Ero con un’amica ginecologa del Gemelli. Le ho raccontato quello che avevo sentito e mi ha detto con dolcezza ma fermezza: ‘Controllalo subito’”. Gli accertamenti sono arrivati in fretta: “Era un tumore”. In quel periodo la sua vita personale era già attraversata da una frattura profonda: la separazione dal regista Fausto Brizzi, sposato nel 2014 e padre di sua figlia Penelope Nina. La malattia si è inserita in una fase di estrema vulnerabilità: “Quando ricevi una diagnosi così, il mondo si sgretola”, spiega. “Guardavo mia figlia, così piccola e inconsapevole, e qualcosa dentro di me si trasformava. Dovevo andare avanti per lei”.

La scoperta precoce ha fatto la differenza. Il tumore era in fase iniziale: “Ho affrontato una piccola operazione”, racconta. Ma chiarisce subito che il momento più difficile non è stato quello chirurgico. “La parte più dura non è la sala operatoria: sono le notti in cui l’ansia ti divora. È una battaglia silenziosa che combatti con te stessa”. Dopo l’intervento è iniziata la terapia ormonale: “All’inizio l’idea di prendere quelle pastiglie mi spaventava: rendevano concreta la malattia. Poi ho capito che erano una protezione, un alleato”. Il percorso di cura si è svolto al Policlinico Gemelli di Roma, un luogo che Zanella ricorda con gratitudine:“Arrivi in ospedale portando una paura che pesa come cemento. Al settimo piano mi sono sentita subito accolta, ascoltata, protetta”. Non solo competenza medica, ma umanità quotidiana. “Gesti piccoli, una parola nel momento giusto, una mano che sistema una coperta. Ognuno toglieva un pezzo di quel peso”.

Da quell’esperienza nasce una consapevolezza che oggi sente il bisogno di condividere: “La paura del cancro, a volte, fa più paura del cancro stesso. Ma quando intorno a te c’è un’équipe capace di contenerla, il cammino cambia. Diventa più leggero”. Una volta superata la fase più dura, ha scelto di trasformare l’esperienza in impegno. Il suo riferimento è diventato Komen Italia, la onlus che da oltre vent’anni promuove la prevenzione del tumore al seno e organizza screening gratuiti in tutta Italia. La Race for the Cure, spiega, non è solo un evento simbolico: “È un’esplosione di vita. Cammini accanto a donne che hanno attraversato l’inferno, ciascuna con la propria storia. Capisci che non sei sola”.

Il messaggio che sente più urgente riguarda la prevenzione. “Vorrei dirlo con forza: lo stile di vita sano è fondamentale, ma non basta sempre. Nel mio caso non è bastato”. La diagnosi precoce, sottolinea, le ha salvato la vita. Un concetto ribadito anche da Riccardo Masetti, fondatore di Komen Italia: “La diagnosi precoce permette percentuali di guarigione superiori al 90%, con terapie meno invasive. È un beneficio enorme anche per il sistema sanitario”. La guarigione non è stata un semplice ritorno alla normalità. “È stato un territorio nuovo da abitare”, racconta. La priorità è diventata una sola. “Per due anni non ho lavorato. Ho dedicato tutto il tempo a mia figlia. Avevo bisogno di esserci, di vederla crescere giorno per giorno. La prevenzione è un atto di responsabilità verso se stesse”, conclude. “E può davvero salvare la vita”.

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