Il mondo FQ

Cinque ‘varchi’ e una domanda su questa manovra della sobrietà

È un’architettura pulita ma la pulizia, in economia, non è innocente. Una legge di bilancio è vera quando trasforma l’uguaglianza da cifra a esperienza
Cinque ‘varchi’ e una domanda su questa manovra della sobrietà
Icona dei commenti Commenti

di Giuseppe Pignataro*

Una legge di bilancio non è solo un bilancio: è il modo in cui un Paese apre o chiude varchi. La Finanziaria 2025 sceglie la via della sobrietà: alleggerire il lavoro, premiare l’investimento, rifinire le detrazioni. È un’architettura pulita ma la pulizia, in economia, non è innocente: può lucidare i corridoi e lasciare chiuse le porte.

Primo varco: le soglie. L’Irpef a tre scaglioni rende stabile l’alleggerimento sul ceto medio-basso; il taglio del cuneo diventa meccanismo a doppia via (integrazione sotto i 20mila, detrazione tra 20 e 40mila); sopra i 75mila arriva un tetto cumulativo alle detrazioni, con correttivi per figli e disabilità.

Purtroppo, però le soglie sono anche confini: intercettano il dipendente standard e sfiorano appena chi vive ai bordi del mercato del lavoro (intermittenti, parasubordinati, autonomi a basso reddito). La povertà italiana oggi non è soprattutto ‘senza lavoro’: è lavoro che non basta. Finché la leva resta la detrazione, l’aiuto arriva tardi, a salti, e spesso non arriva a chi ha redditi spezzati. Qui servirebbe un salto concettuale: un credito in-work rimborsabile, mensile, ancorato all’ISEE e ai prezzi locali. Non un premio: un respiro.

Secondo varco: i luoghi. La manovra parla la lingua dell’offerta: Ires premiale al 20% per chi reinveste utili e assume; crediti d’imposta per beni strumentali nel Mezzogiorno; nuova Sabatini. È giusto forzare l’attrazione degli investimenti. Ma la crescita senza geografia produce miraggi: se nidi, trasporti e case restano scarsi proprio dove il lavoro nasce, l’occupazione ruota e i salari reali evaporano in spese obbligate. Lì una politica della casa diventa politica del reddito: voucher affitto indicizzati ai canoni cittadini, alloggi a canone sociale, corsia rapida per l’efficientamento degli alloggi popolari contro la povertà energetica. Senza ‘abitare’, il reddito non fa frase.

Terzo varco: il tempo. Le risorse sanitarie crescono e si aggiornano tariffe e strumenti; si finanziano pronto soccorso, cure palliative, salute mentale; si premiano gli abbattimenti delle liste d’attesa. È manutenzione dell’universalismo. Ma la giustizia sanitaria non è l’annuncio, è la data di una visita. Ogni mese di attesa è un’imposta in natura che ricade soprattutto su chi non può acquistare tempo nel privato. Il denaro pubblico dovrebbe comprime­re il calendario: standard esigibili su prenotazioni e interventi, pubblicati Asl per Asl; trasporto sanitario di prossimità nelle aree interne. In sanità, l’efficienza è il nome tecnico della misericordia.

Quarto varco: la demografia del bisogno. Bonus bebè, congedi all’80% per tre mesi, nido più generoso, esoneri contributivi per madri: la direzione è coerente con l’emergenza natalità. Ma è una geografia a macchia di leopardo: i 3.600 euro per il nido aiutano dove il nido esiste e costa; altrove sono simbolo. Se l’obiettivo fosse piegare la povertà minorile, l’asse andrebbe spostato su un Assegno unico rafforzato nei primi due decili e ‘territorializzato’ dove la vita è più cara; e su una dote di prossimità ai Comuni ad alta deprivazione: ore di nido garantite, trasporto scolastico, mediazione educativa. La libertà, direbbe Sen, non è avere danaro, è potere trasformarlo in possibilità.

Quinto varco: l’attrito amministrativo. La manovra chiede molti decreti e controlli, rafforza la vigilanza sull’uso dei fondi, programma su più anni. È prudenza. Ma il non take-up — chi ha diritto e non riceve — nasce proprio lì: nella distanza tra riga e sportello. Ogni passaggio in più seleziona i ‘resilienti burocratici’, non i più poveri. L’amministrazione è la vera politica redistributiva: procedure brevi, automatismi, pagamenti prevedibili. Nel contrasto alla povertà la semplicità non è stile: è sostanza.

C’è, infine, una domanda che misura tutto: questa manovra riduce l’incertezza dei fragili? Se le famiglie in fondo alla distribuzione sanno quanto prenderanno, quando e per quanto tempo, la povertà arretra anche a parità di risorse. Se invece l’aiuto è episodico, territoriale, condizionato a scadenze e timbri, l’insicurezza mangia il beneficio. La crescita senza sicurezza è un ponte senza parapetti: basta un soffio per cadere.

Una legge di bilancio è vera quando trasforma l’uguaglianza da cifra a esperienza. In questo caso manca purtroppo l’arco che li tenga insieme: un reddito da lavoro minimo ‘di ultima istanza’ rimborsabile, una politica della casa che segua i prezzi, standard sanitari vincolanti, amministrazione che paga il tempo prima del denaro. Perché lo Stato non è il luogo che distribuisce favori: è il luogo che allarga possibilità. E le possibilità, per definizione, si misurano dal basso.

*Professore Associato di Politica Economica – Università di Bologna

I commenti a questo articolo sono attualmente chiusi.