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Ecco il decreto che riapre la strada al nucleare. E l’asso lo cala Calenda

Sulle rinnovabili in Italia c'è puzza di stallo e si va a tutto gas. Invece in Europa nel solo settore della produzione elettrica il peso dei combustibili fossili è calato del 19% nel 2023
Ecco il decreto che riapre la strada al nucleare. E l’asso lo cala Calenda
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Et voilà, il piatto è servito: il decreto che riapre la strada al nucleare in Italia, senza neanche l’ombra di una nuova consultazione popolare, segna l’inizio di una nuova stagione ideologica, più che energetica. I cittadini si sono già espressi due volte tramite referendum. Eppure, evidentemente, la democrazia non è ritenuta utile quando disturba il piano energetico dei soliti noti.

Come da copione, si comincia stanziando fondi per studi, ricerche, ma soprattutto per la comunicazione: 7,5 milioni di euro destinati a raccontarci quanto il nucleare sia bello e pulito. L’incognita non è nemmeno se questi soldi saranno ben spesi, ma a chi finiranno. E qui il silenzio è più radioattivo del combustibile di terza generazione.

Il carbone, quel caro vecchio amico

Proprio mentre il nucleare viene rispolverato come fosse l’ultima trovata, il vero colpo di scena lo prepara Carlo Calenda. Dopo aver sincronizzato il passo con Salvini e Forza Italia, cala l’asso: tenere il carbone acceso fino al 2038, per accompagnare dolcemente il phase-out.

Io sento puzza di stallo più che di transizione. Il governo acconsente, con parere favorevole.

Lo diciamo da anni — e lo dicono i più importanti ecologisti e studiosi italiani: il nucleare, in Italia, ha l’unico scopo di fungere da cavallo di Troia per tenere in vita le fonti fossili. Altro che energia pulita! È una strategia per dilazionare la conversione, rendendola sempre più irrealizzabile.

Drill baby drill

Le destre europee e Trump, con la sua guerra commerciale ingaggiata attraverso i dazi, hanno un obiettivo comune: lo smantellamento del Green Deal, grazie a cui l’Europa sta faticosamente costruendo la propria indipendenza e sicurezza energetica. Se in Italia andiamo ancora a tutto gas, in Europa non è così: nel solo settore della produzione elettrica, il peso dei combustibili fossili è calato del 19% nel 2023; quello delle rinnovabili è salito a un record del 44%. Dal 2019, le fonti rinnovabili hanno permesso di evitare importazioni di combustibili fossili per 59 miliardi di euro.

Eppure, a poche ore dalla scioccante dichiarazione dell’EPA statunitense — ormai occupata militarmente da Trump — sull’“inoffensività” del cambiamento climatico, anche in Italia si torna indietro. La transizione ecologica diventa una battaglia ideologica e ci si butta fra le braccia degli interessi fossili, mentre Paesi come Spagna e UK dimostrano che puntare sulle rinnovabili genera bollette più basse e un futuro un po’ meno incenerito.

Un grazie sincero a Umbria, Toscana e Sardegna, che in Conferenza Stato-Regioni hanno detto no al nucleare. Tuttavia, bisogna essere onesti: quelle stesse regioni sono in forte ritardo sull’installazione delle rinnovabili. Alcune leggi locali sono persino più restrittive di quelle del governo centrale. Troppe paure, troppa propaganda, troppi comitati che ostacolano anche gli impianti rinnovabili.

La verità è che anche il nostro campo ha molto da farsi perdonare: timori, tatticismi, rincorse del consenso a breve termine. In Spagna, Portogallo, persino nell’UK di Starmer, si investe senza paura in grandi impianti rinnovabili. Da noi invece, si tergiversa.

Dobbiamo formare i nostri amministratori e dirigenti locali perché sappiano cogliere le opportunità che le energie pulite offrono ai territori. Nessuno dice che sia una passeggiata, ma è necessario. Per il clima, per i figli e per smettere di dipendere da combustibili che ci portano dritti verso la catastrofe.

Mi rivolgo a Schlein, a Conte, e a chiunque creda ancora nel dovere di costruire un’alternativa seria e credibile: serve coerenza, serve una visione. Serve — finalmente — una politica energetica degna del suo nome. E, magari, un pizzico di coraggio in più.

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