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“Dopo gli ordini di Trump devo tagliare il personale del mio laboratorio. Così si distrugge la ricerca negli Usa”

Paolo (nome di fantasia) è a capo del dipartimento di Neuroscienze in un celebre ateneo statunitense. Ecco come le decisioni della Casa Bianca hanno impattato sul suo lavoro
“Dopo gli ordini di Trump devo tagliare il personale del mio laboratorio. Così si distrugge la ricerca negli Usa”
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Un intero dipartimento che va a picco, con un laboratorio che sta subendo la riduzione del personale di circa il 30% a causa dei tagli dell’amministrazione Trump. È la testimonianza diretta di Paolo (il nome è di fantasia), ricercatore italiano negli Usa che ha scelto di raccontare la sua esperienza in forma anonima dopo aver supportato per anni da lettore la sezione Cervelli in fuga e ilfattoquotidiano.it. A capo del dipartimento di Neuroscienze in un celebre ateneo statunitense, nelle scorse ore Paolo è stato costretto a licenziare un ricercatore a metà del suo lavoro di ricerca e non potrà rinnovare il contratto a un altro collaboratore presente nel team dal 2021.

“Ho ricevuto una brutta notizia proprio questa notte – racconta a ilfattoquotidiano.it – avevo assunto un ricercatore straniero con un diversity supplement (che consente di includere nell’ambito di ricerca categorie sottorappresentate) del National Institute of Health (NiH), ma il finanziamento è stato cancellato a causa di un ordine esecutivo e dobbiamo licenziarlo”. Con le dimissioni forzate, verrà bruscamente interrotto un progetto iniziato un anno e mezzo fa e pensato per una durata di tre anni: “Lui lascerà il lavoro a metà e rimarrà disoccupato“. È il secondo taglio in poche settimane. Lo scorso autunno, Paolo e un collega avevano avviato un processo di selezione per un nuovo posto da ricercatore a tempo determinato. Dopo aver identificato due finalisti tra sette candidati, tre giorni prima di formalizzare la prima offerta di lavoro, poco dopo l’inizio dell’amministrazione Trump, un ordine esecutivo ha bloccato i fondi costringendo l’Università a cancellare il bando. “È una cosa bruttissima da fare, sia professionalmente che dal punto di vista umano – dice Paolo -. Mina la legittimità dell’istituzione e ha un impatto pesante sulla nostra ricerca. Avevamo identificato un candidato eccellente, con un curriculum eccezionale, che voleva venire a lavorare con noi sui progetti finanziati dall’Nih: così si distrugge la ricerca”. Gli studi degli accademici licenziati o mai assunti, in questo caso, avrebbero contribuito al deep brain stimulation, un trattamento di stimolazione profonda del cervello per la cura di malattie neurologiche su cui il laboratorio di Paolo è specializzato.

“Questi trattamenti – spiega – sono utilizzati per curare l’epilessia, la depressione o altri disturbi, come quelli ossessivo-compulsivi, nei casi in cui sono refrattari ai farmaci”. Ora, insieme alla carriera dei ricercatori, a essere compromesso è lo stesso progresso scientifico degli Usa. “Questo blocco comporterà un ritardo di almeno un anno e mezzo rispetto ai nostri piani originali, con conseguenze significative per la continuità della ricerca scientifica nel nostro campo”. La resa è ancora lontana. Nei giorni scorsi Paolo ha sottomesso tre richieste di finanziamento per avviare un nuovo bando l’anno prossimo, e nel buio che sta assalendo la ricerca americana c’è chi sta correndo ai ripari facendo appello ai finanziamenti privati da fondazioni, come quella di Bill & Melinda Gates, a cui il magnate americano ha donato 200 miliardi di dollari soltanto per far fronte alle decisioni di Trump. “Forse la filantropia, che negli Usa è molto forte, potrebbe attutire lievemente i danni, ma la realtà immediata è che dobbiamo ridurre il personale, non ci sono alternative”.

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