“Circa quattro milioni e mezzo di famiglie ‘vulnerabili‘ continueranno a usufruire di forniture di energia elettrica a prezzi calmierati“. Il comunicato diffuso da Palazzo Chigi dopo il cdm di lunedì scorso può aver fatto credere ai distratti che il governo Meloni, in vista della completa liberalizzazione del mercato, avesse approvato una norma per prorogare le tutele nei confronti delle fasce deboli. Ora, con la pubblicazione del decreto in Gazzetta ufficiale, si scopre che dietro quella velina c’è ben altro. La salvaguardia per over 75, disabili e famiglie in condizioni di disagio economico era del resto già prevista: l’unica differenza è che nascerà un nuovo servizio di vulnerabilità con condizioni disciplinate dall’Arera. La vera novità è il rinvio in extremis al 10 gennaio delle aste per l’assegnazione del servizio a tutele graduali, che avrebbero dovuto partire lunedì 11 dicembre, accompagnato da un colpo di mano destinato a travolgere 1.500 lavoratori dei contact center ora attivi per i fornitori della maggior tutela.

“Il governo ha scelto di favorire le compagnie energetiche che vogliono risparmiare ai danni di lavoratori a basso stipendio. Li condanna a perdere l’occupazione. Altro che destra sociale”, attacca Daniele Carchidi della Segreteria nazionale Slc Cgil. I ministri, lunedì scorso, hanno infatti cancellato con un colpo di spugna l‘articolo 36-ter inserito nel decreto Lavoro di maggio, durante la conversione in legge, dal senatore di Fratelli d’Italia Quintino Liris. “Quell’articolo”, spiega Carchidi, “confermava, in vista dei bandi di Arera per l’assegnazione del servizio a tutele graduali, l’applicazione della clausola sociale“. Cioè la norma del 2016 in base alla quale in caso di passaggio di un appalto da un’impresa a un’altra il rapporto di lavoro degli impiegati del call center continua con il subentrante alle stesse condizioni. Dunque le compagnie che per tre anni si aggiudicheranno un lotto di utenti che non hanno scelto un fornitore sul mercato libero (le tutele graduali, appunto) avrebbero dovuto mantenere il rapporto di lavoro con gli operatori che al momento gestiscono l’assistenza telefonica a quei clienti.

“Parliamo di persone che prendono un migliaio di euro al mese a fronte di aziende che hanno fatto margini miliardari. Nonostante questo le compagnie lo vedono come un aggravio dei costi e da tempo premevano perché quella tutela fosse cancellata, in modo da poter ricorrere a neo-assunti con stipendi ancora più bassi”, continua il sindacalista. “La maggioranza ci aveva rassicurati. Invece alla fine il cdm ha modificato la norma – voluta da un partito della maggioranza stessa – sancendo che con la fine del mercato tutelato per quei lavoratori non ci sarà futuro“.

L’articolo 14 del Dl Energia, al comma 4, sostituisce in toto il 36-ter con un nuovo articolo che, con la scusa di “assicurare il regolare svolgimento delle procedure competitive” per l’assegnazione del servizio a tutele graduali ed “evitare incrementi dei costi per l’utenza”, sancisce che i gruppi del mercato tutelato dovranno “continuare ad avvalersi dei servizi di contact center prestati da soggetti terzi con salvaguardia degli stessi livelli occupazionali” solo fino all’individuazione dei fornitori del servizio di vulnerabilità, prevista entro 60 giorni dall’entrata in vigore del decreto o, se anteriore, fino alla scadenza naturale dei contratti. Al massimo da febbraio, dunque, le 1.500 persone che lavorano nei contact center – quasi tutti nel Sud Italia, da Palermo a Catanzaro fino a Taranto e Molfetta – potranno essere lasciate a casa. La Slc ha proclamato sciopero da lunedì, oltre a chiedere un incontro al Mimit e al Mase. Intanto sta valutando se ci sono gli estremi per impugnare il provvedimento.

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