È dopo la strage di via d’Amelio che Riina comincia a sentire puzza di bruciato. A Brusca, il boia di Capaci, confida: “In qualsiasi momento, vedi che ci sono i picciotti, Matteo e Graviano, che sanno tutte cose”. Tutte cose? Cosa intende Riina con tutte cose? Che cos’è che sanno “il secchio e la corda”, Matteo e Graviano, Diabolik e Madre natura? Il 15 gennaio del 1993 Riina viene arrestato mentre sta andando a una riunione della Cupola: se lo avessero seguito avrebbero preso tutti i colonnelli di Cosa nostra. Compresi Messina Denaro e Graviano. Che invece in quei mesi organizzano le stragi del 1993, quelle delle bombe piazzate fuori dalla Sicilia. È il secondo livello della destabilizzazione, quello che prevede di colpire il patrimonio artistico del Paese. Una mossa raffinata: i mafiosi l’hanno pensata da sola? O gli è stata suggerita? Quelle bombe non danneggiano solo basiliche ed edifici storici ma uccidono anche civili, ragazzi, persino neonati. Poteva anche andare peggio. Il 21 gennaio del 1994 Giuseppe Graviano è di nuovo nel centro di Roma, in via Veneto. La fontana di Trevi, dove lui e Matteo si erano dati appuntamento quasi due anni prima, non è lontana, ma quella è soprattutto una zona residenziale: a pochi metri c’è l’ambasciata degli Stati Uniti, poi tutta una serie di alberghi di lusso. Come il Majestic, dove in quei giorni alloggia Marcello Dell’Utri. Ormai da molti anni l’ex dipendente di Rapisarda è tornato a lavorare per Berlusconi. È stato il suo braccio destro nella nuova avventura imprenditoriale delle tv commerciali e lo è anche nell’ultimo delicatissimo progetto: creare una nuova forza politica. È per questo motivo che Dell’Utri è al Majestic: sta definendo gli ultimi dettagli prima di svelare al Paese la sua creatura, Forza Italia, il partito che tre mesi dopo vincerà le elezioni. Quelli sono giorni frenetici: Dell’Utri si muove tra la sua suite e una saletta riservata dove incontra gente per tutto il giorno: riceve una o massimo due persone per volta. Molti anni dopo il cameriere dell’albergo che andava a prendere le ordinazioni ricorderà che spesso gli ospiti di Dell’Utri parlavano con un evidente accento del Sud: sono siciliani, forse qualcuno è calabrese. Giunto davanti al bar Doney, Graviano dà un’occhiata dentro: poi guarda l’orologio, si ferma e aspetta. Passano pochi minuti e compare Gaspare Spatuzza, uno dei suoi uomini più fidati. I due entrano al bar, si siedono, ordinano qualcosa da bere. Il boss è felice, ha un’aria gioiosa: a Spatuzza spiega che loro, cioè i mafiosi, hanno appena ottenuto tutto quello che cercavano. Che grazie a persone serie che avevano portato avanti la cosa, sempre loro si erano “messi il Paese nella mani”. Chi sono queste persone serie? Il mafioso fa il nome di Berlusconi, “quello di Canale 5”, e del “compaesano nostro”, cioè Dell’Utri. Poi, però, dice a Spatuzza che occorreva dare un altro “colpetto”, quello “di grazia”: bisognava fare un attentato contro i carabinieri. Spatuzza esegue, ma viene tradito dall’elettronica: due giorni dopo il telecomando che avrebbe dovuto attivare l’autobomba piazzata all’ingresso dello stadio Olimpico non funziona. Passano altre 48 ore e Berlusconi annuncia la sua discesa in campo col celebre discorso sull’Italia che è “il Paese che amo”. Graviano, nel frattempo, è ormai tornato a Milano Il 27 gennaio va a cena con alcuni amici al ristorante “Gigi il cacciatore” di via Procaccini: non fa in tempo a sfogliare il menù che nel locale arrivano gli uomini della Dia. Madre natura finisce in manette, le bombe si fermano di colpo. In pochi mesi verranno arrestati tutti i protagonisti di quella stagione di terrore. Tutti tranne uno. C’è chi si è pentito, chi è rimasto muto fino alla fine dei suoi giorni, chi dopo anni di silenzio ha cominciato a mandare strani messaggi. È quello che ha fatto Graviano: recentemente ha parlato di “imprenditori del nord che non volevano fermare le stragi”, sostenendo di aver avuto rapporti economici con Berlusconi, incontrato per tre volte a Milano. Brusca, invece, fa parte di quelli che hanno saltato il fosso per collaborare con i magistrati. Tra le altre cose, ha raccontato di una chiacchierata tra mafiosi. Si parlava di orologi di valore. A un certo punto, è Messina Denaro a intervenire: “Graviano ne ha visto uno al polso di Berlusconi che vale 500 milioni”. Brusca lo guarda e chiede: “Ma perché? Si vedono”. Il mafioso fa sì con la testa. Berlusconi, da parte sua, ha sempre smentito ogni virgola di questa storia, facendo annunciare querele dai suoi avvocati. Denunce che finora non risulta siano arrivate. Mentre l’ex presidente del consigli oggi sogna addirittura il Quirinale, la procura di Firenze indaga ancora su di lui e su Dell’Utri: li sospetta di aver avuto un ruolo nelle stragi del 1993, quelle pianificate proprio da Messina Denaro e Graviano, il “secchio e la corda”, Diabolik e Madre natura. Il primo è al 41 bis dal 1994, da quel blitz al ristorante Gigi il cacciatore. Il secondo, invece, è stato latitante dal 2 giugno del 1993 al 16 gennaio 2023. Fino ad allora nessun magistrato sembrava essersi accorto di questo mafioso magro con la passione per le belle donne e gli abiti di lusso. Poi c’è stato un infame: “Matteo, vedi sta arrivando un mandato di cattura per te”. E Matteo è diventato un fantasma. Il fantasma della Seconda Repubblica. A qualcuno, forse, andava bene così.

Questo ritratto di Matteo Messina Denaro, che abbiamo aggiornato con la notizia del suo arresto, è stato pubblicato su FQ MillenniuM n. 52 di dicembre-gennaio 2022

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