Ho atteso che si affievolisse la musica dell’ultimo ballo allestito in solidarietà alla premier finlandese Sanna Marin, vittima non tanto del suo agire, quanto piuttosto del rumore mediatico emesso da quel mondo superficiale e benpensante che si è precipitato a difenderla ossessivamente da qualcosa che non costituiva in alcun modo una colpa: essere stata immortalata mentre ballava (sic). La clinica ci insegna che i ‘bacchettoni’ che si sono prodigati nell’accusarla vivono di un desiderio inconfessabile, paludando in sentenza di colpa ciò che bramano e non possono avere.

Bisogna tuttavia approfondire, andare oltre il banalissimo concetto di ‘invidia’, per scorgere in questa collettiva levata di scudi in sua difesa una excusatio non petita che ci dà la cifra dell’abbaglio che un certo mondo ‘di sinistra’ ha clamorosamente preso. Sanna Marin incarna la contraddizione tra forma apparente e l’agire in senso diametralmente opposto rispetto a ciò per cui è stata presa ad esempio. Essere stata eletta, donna e giovane, resta a tutt’oggi il suo vero ed unico atto politico rilevante, per questo divenuta icona di una certa sinistra fossilizzata sull’immagine sganciata dalla realtà e di un certo femminismo di maniera, che volendo combattere gli stereotipi di bellezza fine a se stessa in questo caso cade nella trappola di esaltarli, senza curarsi di cosa ci sia dietro la buccia. Sì, perché i suoi primi gesti ‘da politica’ sono stati quanto di più reazionario, conservatore e cinico si possa immaginare.

Anelando ad entrare nella Nato per il giusto timore dell’ingombrante vicino russo, la paladina dei diritti non ha esitato ad accettare in toto la versione del feroce Erdogan, che definisce il popolo curdo sic et simpliciter un ammasso di terroristi da combattere. Così facendo ha politicamente avallato la visione di un uomo le cui rappresaglie persecutorie nei confronti delle minoranze sono tutto ciò che un paese liberale deve rifuggire, accettando di fatto la clausola che, anche se non ne prevede l’immediata estradizione, condivide di fatto la visione brutale e distorta del ras nei confronti di quel popolo senza terra che ha pagato un tributo di sangue altissimo nelle guerra all’Isis, prima che il mondo gli voltasse le spalle. Sangue versato anche per noi, è bene ricordarlo.

Dunque paladina dei diritti di chi? Non certo delle minoranze martoriate e braccate. Paladina allora delle donne? Anche qua l’abbaglio della gauche caviar è stato accecante, tanto cancellare dall’orizzonte le decine e decine di fotografie delle meravigliose (quelle sì) combattenti curde fino a poco tempo fa usate per tappezzare le bacheche virtuali, donne poco avvezze all’eyeliner e alle pose strafighe col chiodo, ma armate in mimetica, in prima fila contro la barbarie dell’Isis, portatrici di ben altri ideali di femminilità.

Ma non è finita. Poco tempo dopo la Marin, pescando dal più antiliberale e sprezzante atteggiamento reazionario, ha un idea davvero ‘progressista’: vietare ai cittadini russi il visto d’ingresso nella sua nazione. In base a quale principio la novella Gandhi afferma che “Non è giusto che mentre la Russia sta conducendo una brutale guerra di aggressione in Europa, i suoi cittadini possano vivere una vita normale, viaggiare in Europa, fare i turisti”? Il medesimo principio per quale alcuni stolti volevano eliminare Dostoevskij dagli insegnamenti negli atenei. Insomma miei cari, la colpa del vostro dittatore la pagheranno i cittadini tutti, senza alcuna distinzione, dissidenti in fuga da Putin compresi. Non male per una paladina delle libertà.

Analiticamente parlando è egualmente contraddittorio il modo col quale la suddetta declini il suo modello di autodeterminazione e difesa della propria libertà individuale. La Marin scaraventa dapprima il suo agire privato in piazza (non solo il ballo trafugato con perfidia, ma anche concerti, pose, balli, servizi per riviste) facendo poi seguire commosse richieste di comprensione per qualsiasi cosa accada entro le sue mura. Non c’era alcuna necessità di scusarsi perché fotografata a ballare, ma costei ha voluto farlo in una conferenza stampa, massimizzando in tal modo quell’esposizione mediatica che apparentemente confligge con chi rivendica il diritto a curare il proprio orto al riparo dallo sguardo dell’altro. Ancora, obbedendo ad un cliché padronale che vuole il privato e il pubblico equivalersi, ella sente il bisogno, sempre in conferenza stampa, di gridare al mondo che non si droga, appesantendo goffamante la questione sbandierando ai quattro venti il suo test antidroga, ‘felicemente ‘ conclusosi con la negatività dello stesso.

Un’ostensione pubblica di un atto medico intimo e privatissimo, un’altra colossale excusatio non petita che obbedisce principalmente al volere pruriginoso e guardone di certi media che pretendono la scansione del privato, e contrasta con un vero desiderio di riservatezza, secondo il quale ella avrebbe potuto dire ‘la mia vita privata, sono affari miei’. Non paga di ciò, la difensore delle libertà inviolabili della donna fa ancora un giro e, davanti agli immancabili microfoni, sente stavolta il bisogno di ‘scusarsi’ (?) per le due donne che nella sua festa privata si stavano baciando (sic). Una posizione più che contraddittoria, quasi schizofrenica, un ossimoro vivente che da un lato rivendica l’autodeterminazione, ma al contempo occupa mane e sera quella posizione di oggetto bramato da un certo mondo maschile voyeuristico.

Più che la paladina dei diritti delle donne, la Marin assomiglia ad un’adolescente che mentre rivendica l’autonomia dal padre ne reclama al presenza in mille modi. ‘Vedi papà? Ballo, ma non faccio nulla di male. Non mi drogo. Scusa le mie amiche un po’ sopra le righe. Stasera ti mando la geolocalizzazione su Whatsapp’.

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