di Mario Pomini*

Il punto forte del programma economico della destra italiana, a sentire le prime dichiarazioni dei due leader, sembra essere la ormai nota flat tax, la tassa sul reddito con un’aliquota unica (e bassa). Questa nuova tassa dovrebbe andare a sostituire le quattro aliquote dell’Irpef, l’imposta nata con la grande riforma fiscale nel 1973 che dopo un cinquantennio di onesto lavoro verrebbe messa in soffitta.

A dire il vero, non è la prima volta che la compagine conservatrice tenta la cosiddetta rivoluzione fiscale, per usare un’espressione in voga negli anni Ottanta e Novanta. Notevole, quanto del tutto infruttuoso, è stato il tentativo operato dal ministro Giulio Tremonti con la legge delega del lontano aprile 2003, quando il centrodestra aveva la maggioranza assoluta nei due rami del Parlamento. La riforma Tremonti, in realtà, prevedeva due aliquote sul reddito, quindi era una quasi flat tax. La prima aliquota era del 23% fino a 100.000 euro e poi passava al 33%. Cambiava anche il nome e l’Irpef diventava Ire, imposta sul reddito. La delega fiscale però non venne esercitata, almeno per quanto riguarda l’imposta personale sul reddito, e quindi l’esperimento delle due aliquote naufragò. La ragione fondamentale è che la sua introduzione avrebbe causato una forte caduta del gettito fiscale, non sostenibile con un debito pubblico che già allora superava il 100% del Pil. Preoccupazioni di altri tempi, verrebbe da dire.

La sostituzione dell’imposta progressiva sul reddito con una nuova imposta con aliquota costante e bassa, la flat tax appunto, è stata un’idea molto popolare negli anni Ottanta e Novanta, soprattutto negli Usa. Sembrava che la sua introduzione potesse rendere il sistema fiscale, almeno una sua parte, più semplice e meno gravoso per i cittadini. Il padre nobile di questa idea è stato il premio Nobel conservatore Milton Friedman che nel suo Capitalismo e libertà del 1960 la propose apertamente in sostituzione dell’imposta progressiva. La discussione sulle strategie di riforma del fisco fu molto accesa durante gli anni del Reaganismo economico, la ventata neoliberista che si sviluppò dopo la crisi degli anni Sessanta. Ma nemmeno la prima (Economic Recovery Act del 1981) e la seconda (Tax Reform Act del 1986) riforma fiscale delle due amministrazioni Reagan seguirono la strada, che sembrava spianata, della flat tax. Le due riforme molto più prosaicamente ridussero del 50% il carico fiscale sui redditi medio alti, lasciando in eredità un enorme debito pubblico che triplicò in pochi anni. L’idea di una tassazione proporzionale rimase ancora nell’aria negli ma poi venne definitivamente accantonata anche negli Usa, dove era nata. Non trovò applicazione nemmeno nell’amministrazione Trump e nella sua riforma fiscale del 2017, chiamata significativamente Tax Cuts and Jobs Act.

Abbandonata definitivamente negli Usa, la tassa piatta ha trovato una prima e inaspettata applicazione nei Paesi ex-socialisti passati rapidamente all’economia di mercato. I primi Stati ad adottare il nuovo schema fiscale sono state le piccole repubbliche baltiche dell’Estonia e della Lituania nel 1994. I Paesi che negli anni Novanta sono passati alla tassa piatta sono circa una ventina. Si tratta di economie in via di sviluppo come la Mongolia, il Madagascar, la Bolivia oppure a basso reddito come Romania o Ungheria. Nei Paesi con tassa piatta l’aliquota unica è compresa, di norma, tra il 10 e il 20% del reddito. Il fatto notevole è che nessun paese industrializzato ha scelto questa via fiscale, nemmeno gli Usa come abbiamo visto. L’unica importante eccezione è rappresentata dalla Russia che è passata alla tassa piatta sul reddito nel 2001 (con aliquota del 13%, portata recentemente al 15% per i redditi elevati), ma si tratta di una economia che si basa essenzialmente sulla esportazione di materie prime e non su proprie attività produttive, come gli eventi degli ultimi mesi hanno tragicamente rivelato. Esaltata dagli intellettuali di matrice liberista come la soluzione ai problemi della bassa crescita economica, negli ultimi due decenni la flat tax è uscita rapidamente dall’agenda fiscale dei paesi ricchi che invece hanno seguito la strada più tradizionale di una revisione, al ribasso, delle aliquote. La flat tax è risultata, più che uno strumento per rendere il fisco semplice ed equo, il segno di una forte arretratezza sociale ed economica.

Per quali ragioni la tassa piatta di matrice liberista ha trovato una modesta applicazione a livello interazionale? Le ragioni le spiega sinteticamente Vito Tanzi, uno dei più importanti studiosi di finanza pubblica a livello internazionale, nel suo recente Public Finance (2020). La tassa piatta sul reddito ha due problemi insormontabili, che ne hanno reso molto problematica l’applicazione. Il primo è che avendo un’aliquota molto bassa la tassa piatta non garantisce un livello sufficiente di entrate per finanziare lo Stato Sociale. In effetti, nei paesi in cui è applicata, in Europa e fuori dell’Europa, lo Stato Sociale è quasi inesistente, lascando gli individui senza alcuna protezione sociale e con poche tutele economiche. In altre parole, chi vuole realmente la tassa piatta deve indicare quali spese ridurre, ma questo non sembra il caso della destra italiana, oppure affidarsi al debito pubblico, che però ha già raggiunto l’iperbolica quota del 150% del Pil.

Il secondo problema riguarda il rispetto dell’elementare principio di equità. Una tassazione sul reddito con aliquota costante tende a violare il principio di progressività del tributo, principio che è alla base dell’idea moderna di equità nella ripartizione del carico tributario. Questione fondamentale a cui si è stata data una semplice risposta pratica con la progressività, differenziando appunto le aliquote in base al reddito. Nel 1973 le aliquote dell’Irpef erano ben 32 (dal 10 al 72%) e disegnavano una progressività molto spinta, ora sono quattro e l’effetto redistributivo si è molto affievolito.

In definitiva, tramontata del tutto nella scena internazionale, relegata nella sua applicazione ai paesi poveri o a basso reddito, non realizzata a suo tempo in Italia nemmeno dal centrodestra per ragioni di bilancio, la flat tax sopravvive solo nella retorica del chiassoso mercato elettorale italiano (da parte della destra), che evidentemente è a corto di vere proposte per un fisco più semplice ed equo. Se qualche decennio fa questo schema fiscale poteva sembrare in qualche modo interessante e credibile, ora sappiamo, dati alla mano, che non risolve nessuno dei problemi del nostro sistema fiscale, ma anzi ne aggiunge di nuovi aumentando le disparità tra contribuenti e creando aree ingiustificate di privilegio fiscale a carico della società.

*Professore associato di Economia Politica presso l’università di Padova

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