Lo scorso 31 luglio, nei dintorni di Kabul, un drone americano ha ucciso Ayman Al Zawahiri, leader di al-Qaeda dalla morte di Osama bin Laden 11 anni fa, nonché suo ideologo da oltre venti. Una notizia che, complice anche la guerra in Ucraina, è stata accolta con toni più blandi rispetto a quelli conseguenti all’eliminazione del leader dell’Isis, Abu Bakr al-Baghdadi, quasi tre anni fa: al-Zawahiri era infatti il leader ormai in ombra di un’organizzazione terroristica declinante da almeno dieci anni, soppiantata sul piano della barbarie e dell’efficacia operativa dallo stesso Stato Islamico e non più in grado di esercitare un potere attrattivo di rilievo.

La sua morte apre all’usuale incognita sul suo successore ma fornisce anche l’occasione per chiedersi quali siano le prospettive di al-Qaeda stessa all’interno dell’universo jihadista e, di riflesso, quale strada stia prendendo il concetto stesso di jihadismo. “C’è un problema nella modalità con cui gli esperti guardano all’eredità dei leader jihadisti come al-Zawahiri ed è il fatto che spesso i primi tendono ad affidarsi ad analisi datate, risalenti agli anni dell’11 settembre. Ma da quel giorno tanto il mondo quanto il jihadismo sono cambiati e si potrebbe sostenere che lo stesso al-Zawahiri sarebbe finito ugualmente nell’oblio se non fosse stato per la tendenza dei media a raccontarne ogni mossa o spostamento in un luogo o in un altro”, spiega a Ilfattoquotidiano.it Hassan Hassan, esperto di jihadismo.

“Le autorità di sicurezza devono ovviamente rimanere sempre vigili sulle minacce terroristiche, ma l’ossessione dei media sul cambiamento della tonalità di grigio dei capelli di al-Zawahiri nei video in cui è apparso risulta poco utile. Si tratta di un problema da non sottovalutare, nel momento in cui il focus sui dettagli estetici di un leader jihadista diventa prioritario rispetto all’osservazione dei trend sul terreno o all’analisi dei problemi profondi che alimentano il pensiero radicale in giro per il mondo, sia nel Medio Oriente che al di fuori”, aggiunge Hassan, che in un recente commento su Newlinesmag definisce la morte di al-Zawahiri un “anticlimax” rispetto al declino di lungo corso di al-Qaeda, insistendo poi sul disallineamento tra la percezione degli analisti – attenti a vivisezionarne ogni movimento, anche quelli irrilevanti – e quella del mondo jihadista, nel quale la figura del medico egiziano ha perso negli anni molto terreno in termini di popolarità.

Le campagne della “War on terror” iniziate dopo l’11 settembre 2001 non hanno raggiunto lo scopo di eliminare ogni jihadista dalla faccia della Terra ma certamente hanno contribuito a cambiare la natura stessa del fenomeno jihadista, le sue declinazioni sul campo, con la precedenza al jihad localizzato – in funzione della conquista di un territorio – rispetto alle comuni attività di terrorismo internazionale, volte soprattutto alla generazione di insicurezza e terrore nelle società occidentali.

Ed essendo il jihadismo anzitutto un set di idee, azioni ed obiettivi, che hanno poi generato quello che potrebbe essere definito un “brand” in continua evoluzione, in retrospettiva non sorprende che al-Qaeda abbia nel tempo visto erodersi la forza propulsiva della sua “proposta”, superata anche in pragmatismo da quella dell’Isis, che rispetto alla prima ha anche saputo governare meglio i suoi emuli in giro per il mondo.

Al-Qaeda ha in qualche modo dato vita al franchising legato al suo pionierismo, essendo stata la prima organizzazione in grado di colpire con quella violenza un Paese come gli Stati Uniti e avendo in breve stimolato la nascita di emuli. Un franchising che poi l’Isis ha saputo gestire in modo più fruttuoso e a un certo punto anche più credibile, avendo governato per alcuni anni un territorio grande come il Regno Unito (anche a discapito di gruppi qaedisti, con cui si è scontrato). “L’eredità di al-Qaeda – e di al-Zawahiri – è legata a un aspetto mitologico, cioè all’esser stati la prima organizzazione a colpire in modo profondo il cuore dell’Occidente”, spiega Arturo Varvelli, ricercatore a capo dell’ufficio di Roma dell’European Council of Foreign relations. “Ciò ovviamente implica anche che le organizzazioni sorte dopo di lei non siano altro che sue repliche, più o meno riuscite, perché il marchio ‘originale’ è riconducibile ad essa. Al-Zawahiri rappresentava bene tutto questo”, aggiunge Varvelli che insiste anche sul simbolismo di cui bin Laden e al-Zawahiri sono portatori agli occhi della galassia jihadista: quella di “guerriglieri senza macchia”, cioè di jihadisti in grado di spaventare e colpire l’Occidente in modalità spettacolari e soprattutto imprevedibili, senza partecipare in prima persona alle brutali violenze perpetrate, mantenendo una condizione di “padrini” delle operazioni terroristiche, rivendicate di volta in volta in una apparizione in video.

D’altro canto, secondo Varvelli, e malgrado il declino qaedista negli ultimi anni, “la decapitazione dei vertici di al-Qaeda (oltre ad al-Zawahiri si possono citare Hamza bin Laden e al-Masri, uccisi negli ultimi anni, ndr) costituisce una chiara débâcle, anche se è nota la capacità di rigenerarsi dell’organizzazione. Il fatto che al-Qaeda sia rimasta un’organizzazione sì decentrata, ma anche piramidale, verticistica, fa sì che la morte di al-Zawahiri sia comunque un handicap importante“, prosegue.

È bene ricordare anche che al-Zawahiri poteva godere di un credito in qualche modo illimitato agli occhi del mondo jihadista, sia in quanto ideologo di al-Qaeda che in quanto leader vicinissimo ad Osam bin Laden. È difficile che il prossimo leader dell’organizzazione possa vantare lo stesso tipo di credenziali “personali”. L’eredità di Al Qaeda, conclude Varvelli, sta soprattutto nella acquisita e pionieristica capacità di penetrare nelle insofferenze diffuse dei diversi strati sociali dei Paesi a maggioranza musulmana e di polarizzarli, capacità che dovrà essere in qualche modo recuperata dal futuro leader. “L’Isis ha reso questa eredità molto più concreta, puntando al ‘qui ed ora’ e governando per un periodo un territorio molto esteso. L’ideologia di al-Qaeda è invece più longeva e penetrante e si è accompagnata alla capacità di realizzare attentati molto spettacolari”.

È forse questo il rischio più concreto per l’Occidente, di fronte all’innegabile declino di al-Qaeda. L’organizzazione – che ormai è decimata e ridotta a centinaia di unità tra Iraq e Siria, una volta sue roccaforti – potrebbe prima o poi “tornare sulla scena” in modalità scenografiche, organizzando attentati di grossa scala in Occidente, anche senza avere una reale progettualità di governo come l’Isis. L’instabilità della regione, associata anche al graduale disimpegno americano, potrebbe inoltre contribuire, come spesso accaduto, a rimodellare e ravvivare le organizzazioni terroristiche locali riunite sotto al “franchising” qaedista.

Rimane però la realtà di un’organizzazione superata in crudeltà ed estremismo dall’Isis – dalle quali ha addirittura preso le distanze, in alcuni frangenti, perdendo di credibilità agli occhi dei sostenitori almeno come dopo la notizia sui leader qaedisti rifugiatisi nell’Iran sciita, detestato dalla galassia jihadista in quanto Paese in mano agli sciiti. Inoltre, l’organizzazione è stata infiltrata nel corso di vent’anni da decine di agenti segreti occidentali, oltre ad essere guidata, come ricorda Hassan, da leader di mezza età o anziani, veterani di guerre ormai antiche, incapaci negli ultimi anni di frenare le continue emorragie di militanti attirati dalla concretezza e dall’organizzazione militare dell’Isis.

Hassan “suggerisce” che i gruppi jihadisti potrebbero aver imparato una lezione importante, e non da al-Qaeda ma da chi l’ha a lungo combattuta, costituendo comunque un soggetto di tipo diverso: le milizie sciite filo-iraniane e per alcuni versi anche i Taliban. In un’ottica di lungo periodo, e guardando in retrospettiva, si potrebbe sostenere che sia al-Qaeda che l’Isis hanno ad oggi perso le loro guerre perché, in modi diversi, hanno combattuto contro l’Occidente, favorendo in questo modo anche l’ascesa dello stesso Iran nel mondo arabo. I Taliban e le milizie sciite filo-iraniane, invece, si sono concentrate pragmaticamente su battaglie locali, al di là della retorica, e continuano in qualche modo a prosperare: i primi andando addirittura al potere in Afghanistan, le seconde giocando un ruolo molto importante in Iraq, Libano e Siria.

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