La crescente tensione a Taiwan può essere paragonata, con le dovute proporzioni, al conflitto esploso in Ucraina? Non esattamente: la geografia fisica, le politiche di riarmo e il livello d’attesa dell’aggressione distinguono le due storie in modo abbastanza netto. Intanto, Taiwan, un tempo conosciuta col suo nome spagnolo di Formosa, è un’isola: su una superficie grande una volta e mezzo la Sardegna (36.000 kmq) ospita una popolazione numerosa quanto l’intero Nord Italia (23 milioni). Ed è importante dire che ha un’elevazione media di 1.150 metri sul livello del mare. In pratica, ci sono solo due aree pianeggianti: la più estesa è sul lato occidentale, prospicente alla Repubblica Popolare Cinese (RPC), va dalla capitale Taipei fino quasi all’estremo sud dell’isola, per una lunghezza di circa 450 chilometri una profondità media di meno di 30, l’altra è sul lato nord-orientale, come superficie è paragonabile alla provincia di Genova, è all’interno della hisien (contea, provincia) di Yilan, si affaccia sul mare per 30 km.

È ben evidente, quindi, che l’ex Formosa spagnola è una vera e propria fortezza naturale. Lo è ancora di più perché su tutto il lato occidentale la profondità delle acque marine oscilla fra 50 e 100 metri, con una media di 70. L’acqua è poca, la papera non galleggia, o meglio: il mare è troppo poco profondo per i sottomarini cinesi e non potrebbero mai essere usati per un maxi-sbarco sulla costa. Tuttavia, queste acque poco profonde offrono ai taiwanesi le condizioni perfette per piazzare migliaia di mine a scopo difensivo: certamente, l’operazione non può essere effettuata in tempo di pace, per non danneggiare i commerci, ma in caso di minaccia è di agevole realizzazione per un Paese che all’inizio del 2022, addirittura prima della guerra in Ucraina, aveva aumentato il suo budget militare di ulteriori 8,6 miliardi di dollari. Per capirsi, in Italia c’è chi si è stropicciato gli occhi per l’annuncio tedesco di investire 2 miliardi di euro una tantum in armi.

Aggiungiamo anche che Taipei non si è affidata solo ai benefici offerti dalla geografia fisica, ma ha costruito anche fortificazioni sulle coste, soprattutto nel sud-ovest, e ha piazzato basi navali e aeree a fianco di quasi tutti i porti e gli aeroporti commerciali più sensibili, nel caso la RPC tentasse una invasione. Certamente, l’Ucraina a confronto è quasi diciassette volte più estesa, ma è il cuore della steppa europea, cioè di un’area bassa e pianeggiante. Inoltre, presenta quasi 2.000 km di confine terrestre con la Russia e altri 1.000 con la Bielorussia, quasi tutti in regioni di pianura o di basse colline, senza difese naturali fino a gole e fiumi già in territorio ucraino su cui attestare delle difese.

Aggiungiamo che Taiwan dispone anche di centinaia di aerei, sistemi antiaereo e antinave di ultima generazione, fra cui i famosi missili Harpoon, ben noti nel Mar Nero, impiegabili sia da bordo che da batterie costiere, la cui portata permette di coprire tutta l’area dello stretto. Come se non bastasse, come ricordato di recente dal noto esperto militare e antiterrorismo Renato Scarfi, “a Formosa sono 70 anni che si preparano all’eventualità di uno sbarco cinese”. A ciò si aggiunga che “Taiwan avrebbe acquisito la capacità di colpire la Cina continentale con missili la cui portata sarebbe superiore ai 1500 km e si starebbe dotando di missili a lunga gittata che avrebbero, in caso di conflitto, la capacità di colpire bersagli nel cuore del territorio cinese”. Siamo ben lontani dalla situazione tragicomica delle forze armate ucraine nel 2014, all’epoca della prima aggressione russa alla Crimea e al Donbass, ma anche dalla ingenua insistenza di Kiev nel negare il rischio di un’invasione – e la necessità di prepararsi a tale eventualità – fino al 23 febbraio scorso. Per Taipei il dubbio non è il se e il dove, ma solo il quando.

In uno scenario del genere, da Guerra Fredda mai conclusa, Washington e Pechino fanno, a parti invertite, gli stessi ragionamenti: alla RPC conviene agire adesso, dato che Taiwan non è stata ancora adeguatamente rafforzata e gli americani non si sono ancora completamente orientati verso la regione Asia-Pacifico? Agli statunitensi conviene mettere in sicurezza l’ex Formosa, nel mentre della costruzione di un nuovo sistema di sicurezza democratico e anticinese, dato che la RPC non ha ancora costruito una forza aerea e navale capace, non tanto di respingere gli Usa e i loro alleati, ma almeno di avere la certezza di schiacciare la stessa Taiwan? La mossa di Nancy Pelosi, una politica di lungo corso e sempre oppositrice – da sinistra – dei comunisti cinesi, ha confermato, come si vede dalle immagini delle esercitazioni, che gli Stati Uniti – presi da soli o con i loro sistemi di alleanze – sono per la RPC un avversario di un’altra categoria. Come ha affermato Steven Goldstein, studioso dell’Università di Harvard, “quando i Cinesi si arrabbiano con gli Stati Uniti per Taiwan, puniscono Taiwan”. E allora gli americani, parlando di difendere la democrazia con Taiwan, si preparano a giustificare, davanti al Congresso e in campagna elettorale di midterm, la necessità di investire nella sicurezza di Taipei quanto e più che in quella di Kiev.

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