Il consumatore acquista una bevanda e paga per il contenitore una cauzione che viene aggiunta al prezzo del prodotto, ma che gli viene restituita totalmente quando riporta l’imballaggio al rivenditore. È il meccanismo alla base dei sistemi di deposito su cauzione (Deposit return system). Già diffusi in molti Paesi europei per incentivare i cittadini a raccolta e riciclo degli imballaggi per bevande monouso, come bottiglie in plastica, vetro e lattine, in Italia potrebbero risolvere più di un problema. Aiuterebbero a raggiungere i target imposti dalla direttiva sulla plastica monouso (Sup) e a recuperare il numero di bottiglie in vetro che le industrie sono costrette a reperire con sempre più difficoltà e a prezzi sempre più alti, anche a causa della guerra in Ucraina. Nell’ambito della campagna ‘Carrelli di plastica’, condotta insieme a Greenpeace, ilfattoquotidiano.it racconta a che punto è il dibattito in Italia. Nel decreto Semplificazione bis di luglio 2021, infatti, è stato inserito un emendamento del deputato Aldo Penna (M5S) che ne prevede l’introduzione. Perché il deposito cauzionale venga applicato, però, occorre un decreto attuativo che avrebbe dovuto essere emanato entro il 5 dicembre 2021. E che ancora non c’è. Nel frattempo, l’Associazione Comuni Virtuosi e altre 15 ong (tra cui la stessa Greenpeace) hanno lanciato la campagna ‘A Buon Rendere – molto più di un vuoto’ proprio per chiedere l’introduzione di un DRS per gli imballaggi monouso per bevande, in plastica, alluminio e vetro.

A che punto è l’Italia – Entro luglio sarebbe dovuto partire al ministero della Transizione ecologica un tavolo di consultazione con gli operatori dei settori interessati, Anci, Ispra e Istituto superiore di Sanità. Obiettivo: superare criticità e ipotetici contrasti tra la norma nazionale e le direttive Ue con cui, finora, il Governo Draghi aveva spiegato la mancata attuazione della disposizione. Motivazioni che, però, non convincono tutti e che hanno spinto il capo delegazione M5S al Parlamento Europeo, Tiziana Beghin, a chiedere lumi con un’interrogazione alla Commissione Ue. Di fatto, mentre organizzazioni come Natural Mineral Waters Europe, UNESDA Soft Drinks Europe, a cui aderisce l’italiana Assobibe e Zero Waste Europe sollecitano l’Ue a riconoscere il ruolo chiave di questi sistemi, come racconta Silvia Ricci, referente Rifiuti ed Economia Circolare dell’Associazione Comuni Virtuosi, “in Italia queste stesse associazioni nazionali nicchiano”. “Paventano conseguenze negative sul consumo di bevande che a noi non risultano – continua – o insistono sul tasto dei costi maggiori che l’introduzione di un DRS avrebbe in Italia (senza entrare nel dettaglio dei numeri e dei soggetti che subirebbero un aggravio dei costi), allineandosi alla posizione del Conai espressa dal presidente, Luca Ruini”.

Cosa avviene negli altri Paesi – In Europa sono attivi 13 sistemi di deposito su cauzione, mentre in altri 12 Paesi i DPR saranno introdotti entro quattro anni. I primi sono stati la Svezia nel 1984, l’Islanda nel 1989, la Finlandia nel 1996 e la Norvegia nel 1999. Poi Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Estonia, Croazia e Lituania. Quest’anno li hanno adottati Slovacchia, Lettonia e Malta. C’è una differenza sostanziale tra i sistemi di deposito che, obbligatori per legge, interessano gli imballaggi per bevande monouso (in PET, vetro e metalli) e i sistemi di vuoto a rendere che, implementati su base volontaria dall’industria delle bevande, riguardano principalmente i contenitori in vetro ricaricabili e riutilizzabili e, in alcuni casi, le bottiglie in plastica durevole. I due sistemi, che utilizzano entrambi i dispositivi di raccolta dedicati (Reverse Vending Machine), possono però convivere: avviene in Germania, Paesi Bassi, Svezia e Lituania. I DRS raggiungono tassi di intercettazione e riciclo che superano il 90% e quelli europei arrivano a tassi di raccolta degli imballaggi per bevande del 94%, contro una media del 47% nei paesi che non adottano tali sistemi. L’Italia, che ha le sue peculiarità, si trova però nella condizione di poter studiare i vari sistemi e decidere a quale ispirarsi. Dei 13 Stati che già hanno adottato un DRS, solo la Germania (come altri Paesi in Usa) ha introdotto un sistema decentralizzato: la grande distribuzione è proprietaria del materiale raccolto nei punti vendita e può rivenderlo sul mercato o usarlo per produrre imballaggi a marchio proprio. Questo sistema, più costoso come gestione, rischia però di penalizzare i piccoli rivenditori. Anche se non ha impedito a Berlino di raggiungere tassi di raccolta del 97% per le bottiglie in Pet e del 99% per i contenitori in metallo, soprattutto grazie a cauzioni alte.

A cosa ispirarsi: i sistemi centralizzati – Gli altri 12 Paesi hanno un sistema centralizzato gestito da un’organizzazione no profit che si occupa di tutto, costituita da produttori di bevande e rivenditori. “Il modello a cui l’Italia dovrebbe ispirarsi è quello adottato nei Paesi scandinavi e baltici” racconta Silvia Ricci. La cauzione pagata dal consumatore (che in Europa si aggira tra i 10 e i 25 centesimi) fa parte di un meccanismo più ampio. Questo deposito rimborsabile viene pagato dal rivenditore (negozio o supermercato) al produttore che non lo trattiene, ma lo gira all’amministrazione centrale del sistema. Una volta conteggiati i contenitori riportati in negozio dai consumatori (a cui è stata restituita la cauzione), l’amministratore del sistema rimborsa il rivenditore per quella pagata inizialmente al produttore e, come avviene in alcuni sistemi, può aggiungere un extra per il suo impegno. La campagna ‘A Buon rendere’ si batte per “un sistema di deposito che sia il più inclusivo possibile”. I DRS attivi in Finlandia e Lituania sono considerati efficaci: coprono tutte le bevande confezionate in PET, lattine o vetro. L’altra variabile è il valore della cauzione: “Se troppo basso – spiega Silvia Ricci – non spinge il consumatore a riportare l’imballaggio vuoto per riscattare il deposito”. E perché il sistema risulti più semplice possibile “la soluzione migliore è il ‘return-toretail’, ossia il ritorno degli imballaggi presso gli stessi rivenditori”.

I costi – Per gli operatori del settore, però, quello dei costi di implementazione è un problema. In genere, i Sistemi di Deposito sono finanziati dai produttori in assolvimento della loro responsabilità estesa del produttore, che deve coprire il 100% dei costi di gestione post-consumo degli imballaggi. Dunque con il contributo EPR riscosso dall’operatore centrale del sistema, i depositi non riscattati dai consumatori e i proventi dalla vendita dei materiali raccolti sul mercato. E il sistema di deposito consente un recupero ultraselettivo di imballaggi per bevande “con una qualità superiore rispetto al materiale proveniente dalla raccolta tradizionale” sottolinea Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace. Significa raccogliere le bottiglie ‘in purezza’ “e non polimeri differenti che rendono difficile il riciclo. E questo si traduce in entrate maggiori” aggiunge.

Il risparmio sul littering – E poi c’è il risparmio sul littering, ossia sul costo dell’abbandono dei rifiuti nei mari, sulle spiagge, sulle strade e nei parchi. Come sottolineato nel report ‘L’insostenibile peso delle bottiglie di plastica’ di Greenpeace, in Italia circa 11 miliardi di bottiglie in plastica (PET) per acque minerali e bevande vengono immesse al consumo ogni anno. “Più del 60%, circa 7 miliardi, non viene riciclato – spiega Ungherese – e rischia di essere disperso nell’ambiente e nei mari, mentre le grandi aziende continuano a fare enormi profitti”. D’altronde gli italiani sono i più grandi consumatori al mondo di acqua minerale in bottiglia e dopo l’Egitto, l’Italia è il maggior responsabile di sversamento di rifiuti plastici nel Mediterraneo. Secondo Enzo Favoino, coordinatore scientifico della campagna ‘A buon rendere’, nonché della rete ZeroWaste Europe, “il sistema operativamente ed economicamente più efficace per annullare il fenomeno del littering è proprio l’assegnazione ai contenitori di un valore di restituzione” anche se “questa considerazione è sostanzialmente assente dalle valutazioni costi/benefici che sinora abbiamo visto sviluppare sul DRS”. Anche perché la rimozione del littering è rimasta finora in carico alle amministrazioni pubbliche. “Se è vero che il sistema di responsabilità condivisa vigente in Italia (invece che di Responsabilità Estesa del Produttore) pesa come costi prevalentemente sui Comuni – spiega Silvia Ricci – da gennaio 2023 saranno i produttori, attraverso il contributo ambientale pagato al Conai, ad assumersi i costi totali della differenziata e della rimozione del littering”. Significa che “dovranno pagare molto, ma molto di più al Conai per le stesse quantità di imballaggi gestite ora”.

Dai target della Sup e i vantaggi in altre filiere – Secondo Favoino, poi, “l’introduzione di un sistema DRS di portata nazionale consentirebbe di dare una risposta efficace alle nuove istanze definite dalle Direttive UE recentemente approvate”. La Sup impone un tasso di raccolta del 90% per le bottiglie di plastica per bevande entro il 2029, (con un target intermedio del 77% al 2025) e un minimo del 25% di plastica riciclata nelle bottiglie in PET dal 2025 (30% dal 2030 in tutte le bottiglie in plastica per bevande). “Solo in Paesi che hanno adottato il DRS si è raggiunto il 90% di raccolta delle bottiglie in PET per liquidi alimentari” sottolinea. Ma l’istituzione di un sistema DRS riguarderebbe anche altre tipologie di contenitori per bevande, come vetro ed alluminio, massimizzando la circolarità anche in tali filiere e, aggiunge, “dando un contributo fondamentale per affrancarle dal mercato internazionale delle materie prime, reso particolarmente precario dalla crescente domanda esercitata da economie extra-UE”.

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