Christine Lagarde lo ha detto e ripetuto in tutte le salse: la Bce “non prende posizione sui temi politici degli Stati membri”. Tuttavia, è un fatto, per poter essere ammessa alla protezione del nuovo scudo anti spread, il Tpi, l’Italia del dopo Draghi dovrà dotarsi di governanti che mettano il Paese in pari con i mitici compiti a casa, cioè il rispetto delle regole di bilancio.

Lo prevedono i criteri di accesso allo scudo, che nella sintesi della governatrice dell’Eurotower sono essenzialmente quattro: rispetto delle regole fiscali comunitarie (quindi niente procedure per extra deficit); niente squilibri macroeconomici strutturali; sostenibilità del debito e adozione di politiche economiche solide allineate con i criteri del Pnrr e le raccomandazioni Ue.

Niente, insomma, che trovi riscontro nella maggior parte delle proposte economico-sociali delle forze politiche in campo. Non a caso nel momento in cui la Lagarde li ha sciorinati, gli interessi pagati dai titoli di Stato italiani a dieci anni hanno ripreso a galoppare verso il 3,6%, superando sinistramente la Grecia. E così il differenziale con gli interessi richiesti a Bund tedeschi di pari durata, il temuto spread, è arrivato a superare i 241 punti (230 punti la chiusura con i rendimenti dei Btp al 3,52% contro il 3,53% dei greci).

Le condizioni richieste da Francoforte peraltro erano prevedibili, tanto da trovare eco nelle indicazioni formulate da Mario Draghi in Senato mercoledì mattina. E l’equazione è presto fatta. Formalmente, in ogni caso, Lagarde pressata dai giornalisti per un commento specifico sul caso italiano non si è sbottonata, ma ha ribadito che il Tpi è frutto di decisione unanime del direttivo della Bce e che tutti gli stati membri potranno esservi ammessi, sarà il direttivo a determinarne la titolarità sulla base dei quattro criteri e di indicatori molto specifici.

“È un programma che è stato disegnato per essere realizzato in tutti i Paesi”, ha detto la governatrice sottolineando l’assenza di limiti ex ante agli investimenti e scandendo le parole “discrezionalità del direttivo” e “valutazione molto esaustiva”. La Banca centrale europea, ha precisato più volte Lagarde, “determina a sua discrezione e non viene influenzata. Le differenze che ci sono per i finanziamenti possono certamente cambiare, se un Paese raggiunge i criteri di ammissibilità”.

In altre parole, sarà la Bce a decidere che un Paese ha bisogno del Tpi, con una portata di acquisti di titoli di debito del Paese stesso che “dipenderà dalla gravità dei rischi per la trasmissione della politica monetaria, senza limiti ex-ante”. Ferma restando la necessità del rispetto dei 4 criteri, la decisione di attivare lo scudo si baserà su una valutazione globale degli indicatori di mercato e di trasmissione della politica monetaria e un giudizio sulla proporzionalità tra l’attivazione degli acquisti Tpi e il raggiungimento dell’obiettivo primario della Bce. In particolare, gli acquisti saranno focalizzati su titoli del settore pubblico con una scadenza residua compresa tra uno e dieci anni e se sarà il caso potrebbero essere presi in considerazione gli acquisti di titoli del settore privato. Lo stop arriverà sulla base di un miglioramento duraturo della trasmissione della politica monetaria o sulla base della valutazione che le tensioni persistenti siano dovute ai fondamentali del Paese. Cioè se anche a percorso iniziato viene fuori che alla base del problema non ci sono le turbolenze del mercato, ma i conti in disordine, la palla torna al diretto interessato.

“Alcune componenti dello strumento è meglio tenerle riservate, ci sono alcune cose che è meglio non rendere pubbliche e immagino che voi possiate capire”, ha concluso Lagarde. “Vi assicuro che preferiamo non usare il Tpi, ma se dobbiamo usarlo non esiteremo”, e l’Eurotower “non sarà ostaggio di nessuno”.

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