In un comunicato senza precedenti, il ministero degli Esteri di Kiev ha preso pubblicamente le distanze dall’ambasciatore ucraino a Berlino Andrij Melnyk, e dalle sue affermazioni sul discusso ex leader nazionalista Stepan Bandera. In un’intervista rilasciata al giornalista Tilo Jung per il portale Jung und Naiv, Melnyk ha negato l’esistenza di prove sugli eccidi degli ebrei nel corso del secondo conflitto mondiale ad opera dei seguaci di Bandera, già leader dell’ala radicale dell’OUN, l’Organizzazione nazionalista ucraina fondata a Vienna nel 1929 che in Ucraina mirava a costituire uno Stato indipendente di stampo totalitario. “Bandera non era un pluriomicida di ebrei e polacchi”, ha dichiarato l’ambasciatore. Nel corso della lunga chiacchierata con il giornalista, Melnyk ha poi rincarato negando che Bandera abbia “preso parte all’Olocausto – ruolo che a suo dire gli viene attribuita dai russi – né fu un collaboratore dei nazionalsocialisti”. In realtà è noto che nel 1943, nella parte occidentale dell’Ucraina, i nazionalisti di Bandera furono artefici di deportazioni etniche in cui morirono decine di migliaia di civili polacchi. E le esternazioni dell’uomo di Kiev a Berlino hanno suscitato l’indignazione internazionale.

“Anche i polacchi massacrarono gli ucraini”, ci ha tenuto a precisare Melnyk in un altro passaggio dell’intervista. La Polonia ha reagito stigmatizzando le dichiarazioni come frutto della volontà di rinnegare la verità storica e il ministro degli esteri Zbigniew Rau si è subito rivolto al suo omologo ucraino. Che a stretto giro rispondeva: “L’opinione dell’ambasciatore ucraino in Germania, Andrij Melnyk, espressa in un’intervista con un giornalista tedesco, è la sua opinione personale e non rispecchia le posizioni del ministero degli Esteri ucraino”, recita un comunicato rilasciato venerdì da Kiev, che al contempo loda “l’aiuto senza pari” di Varsavia nella guerra contro la Russia e le ottime relazioni diplomatiche tra Ucraina e Polonia. Rau ha inoltre ringraziato per il governo polacco per “il pronto e veloce intervento pubblico in quest’occasione”. La controversa intervista a Melnyk ha acceso polemiche anche in patria. Tutti sanno che Bandera stesso fu internato nel lager nazista di Sachsenhausen dal 1941 al 1944 e che nel dopoguerra, riparatosi in Germania, fu ucciso da un agente del Kgb sovietico nel 1959. Ma nel corso dell’intervista il giornalista Jung ha voluto citare testualmente un volantino che lo stesso Bandera avrebbe distribuito in quegli anni, dove era scritto: “Moscoviti, polacchi, ungheresi ed ebrei sono i tuoi nemici, annientali!”.

“Dire che Bandera non era un assassino di massa è cavillare da parte di Melnyk”, ha dichiarato in un tweet Franziska Davies, storica dell’Est europeo della Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco. “Non si può provare che abbia partecipato personalmente ai massacri e poco dopo l’inizio della guerra fu internato dai tedeschi, ma era una figura centrale dell’OUN. Quanti nazisti non hanno ucciso in prima persona? Ma erano comunque pluriomicidi”. L’ideologia dell’OUN era permeata di antisemitismo ed estrema avversità ai polacchi come ai russi: “Tutta l’Ucraina occidentale fu attraversata da terribili pogrom antiebraici in cui le milizie nazionaliste, agendo come parte della polizia locale, ebbero un ruolo cruciale”, osserva ancora la storica. Che cita fatti noti ricordando che i nazionalisti ucraini avevano cercato un contatto col nazionalsocialismo sperando di ottenere appoggio per il loro progetto indipendentista. Come risulta che le SS non esitarono a scegliere prigionieri di guerra ucraini come guardiani nei lager nazisti. Ma non è l’unica posizione. Kai Struve, docente di storia dell’Europa dell’est dell’Università Halle-Wittenberg, replica che “la maggior parte delle forze di polizia locale coinvolte nei massacri non erano organi dell’OUN” e rimarca che non solo l’intervistato, ma anche l’intervistatore si sarebbe prestato a uno scostamento dalla realtà storica. Il giornalista Jung, secondo Struve, avrebbe ecceduto nel conteggio degli ebrei morti imputabili sicuramente ai nazionalisti.

In Ucraina la questione e soprattutto la figura di Bandera è a dir poco controversa. Molti ucraini, specialmente dopo la caduta del governo di Viktor Janukovyč nel 2014, hanno fatto di Bandera una figura di culto indentificandolo come un partigiano ed eroe nazionale della guerra di indipendenza dall’Unione Sovietica e in tutto il Paese gli sono dedicate centinaia di strade. Appena dopo aver preso incarico nel 2015, lo stesso Melnyk lo omaggiò andando a posare dei fiori sulla sua tomba a Monaco di Baviera. Tuttavia, sempre la storica Franziska Davies indica che “oggi anche in Ucraina Bandera è una figura discussa. Per quanto solo dagli anni ‘90 si possa parlare apertamente e pubblicamente di questi temi ed è solo dalla guerra di indipendenza nazionale che lo Stato ha riconosciuto ufficialmente le sofferenze di ebree ed ebrei nella Seconda guerra mondiale”. È infatti dopo il Maidan del 2013/2014 che gli storici ucraini, superando ostacoli e condizioni precarie, hanno iniziato la ricerca di base sull’Olocausto nel Paese, che ha dato nuovo impulso al dibattito nelle università. “Soprattutto le nuove generazioni”, commenta la storica, “sono più avanti di Melnyk: non negano i fatti e discutono la questione”.

Il dibattito scatenato non ha però impensierito il diplomatico ucraino, che non pare mostrarsi pentito. Anzi, al noto pianista Igor Levit che aveva definito le sue parole “un’ipocrita distorsione storica”, ha risposto seccamente via Twitter: “Gli ucraini non hanno bisogno di consigli storici post-colonialistici dalla Germania”. Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj la settimana scorsa ha dimissionato gli ambasciatori in cinque Stati – osserva Nils Metzger per la ZdF – indicando che nel Cancellierato si segue con attenzione lo sviluppo del dibattito.

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