Meno occupati rispetto a due anni fa. Un numero record di precari. E contratti a termine sempre più brevi: quelli attivati nell’ultimo scorcio del 2021, prima che la guerra complicasse il quadro, in due casi su tre duravano meno di sei mesi e in un caso su quattro meno di una settimana. Se l’anno scorso il Primo maggio è stato all’insegna della speranza nella ripartenza post Covid, adesso è evidente che il rimbalzo del pil non ha portato con sé occupazione di qualità. La ripresa è stata avara con i lavoratori, su cui le imprese hanno scaricato la necessità di contenere i costi. E ora l’inflazione riduce ulteriormente il potere di acquisto di stipendi già bassi. “Tra 1990 e 2020 – parliamo di tre decenni – i salari medi in Italia sono addirittura diminuiti, del 2,9%“, ricorda parlando con ilfattoquotidiano.it Stefano Scarpetta, direttore del dipartimento lavoro e affari sociali dell’Ocse. Secondo l’economista è ora imperativo che Roma introduca un salario minimo legale, cosa che (come mostrano le esperienze di tutti gli Stati che l’hanno già adottato) non riduce l’occupazione e lascia comunque ampio spazio alla contrattazione collettiva. Quanto alla richiesta di Confindustria di ridurre il cuneo fiscale, ben venga. Ma le tasse sul lavoro, avverte, vanno tagliate individuando altre fonti di gettito. Come un aumento dell’imposta di successione e di quella sulle proprietà immobiliari.

Stefano Scarpetta

Gli occupati non sono ancora tornati ai livelli pre pandemia. E i dati mostrano un progressivo scivolamento del mercato verso il precariato, i contratti brevi, il part time involontario…
La qualità dei posti di lavoro risulta peggiorata rispetto al livello pre crisi. Le ore lavorate sono di meno e, a fronte dell’incertezza sulla ripresa ulteriormente aumentata dalla guerra, i datori tendono ad assumere con contratti a tempo determinato, anche di breve durata e in alcuni casi a tempo parziale. Questo però si inserisce in un quadro strutturale che ha visto nei due decenni precedenti una crescita anche significativa dell’occupazione ma con salari medi che dal 1990 al 2020 sono addirittura diminuiti. In Germania e Francia nello stesso periodo sono aumentati di più del 30%, negli Usa del 40%.

Quali sono le cause?
C’è un problema strutturale di crescita anemica e dinamica della produttività del lavoro negativa o piatta: anche il pil per occupato tra 1990 e 2020 è rimasto quasi invariato, mentre altrove c’è stato un aumento significativo. Purtroppo l’Italia è divisa in due, una parte del Paese ha attività produttive competitive a livello internazionale che sono riuscite a beneficiare della globalizzazione, delle catene del lavoro lunghe e della forte crescita di alcuni mercati emergenti ma un’altra parte l’ha subìta e ha perso quote di mercato. Da qui deriva anche il fatto che, mentre negli altri Stati sviluppati il mercato di lavoro tende a polarizzarsi tra posti che richiedono competenze “alte” e posti a bassa qualifica, in Italia creiamo soprattutto occupazione a basse qualifiche. Con il risultato che i giovani laureati vanno all’estero dove trovano migliori opportunità. E’ quello che chiamo un “equilibrio basso“. Tutto parte dall’istruzione: scarsi investimenti, una forte quota di giovani che stando ai test Pisa-Invalsi a 13-15 anni è ad un livello di analfabetismo funzionale, poche persone laureate. Questo a sua volta riduce la capacità di innovare, di rendere più dinamiche le imprese esistenti e di crearne di innovative svecchiando la classe imprenditoriale.

In questo “equilibrio basso” e con l’inflazione che morde, in Italia si litiga su come aumentare gli stipendi ma la discussione sul salario minimo legale non fa passi avanti.
Del salario minimo ci sarebbe assolutamente bisogno. Purtroppo sui temi fondamentali in Italia non riusciamo ad andare oltre il dibattito ideologico: la discussione si è fermata al “sì o no” al salario minimo invece che parlare di quali caratteristiche deve avere, come deciderlo, che impatto avrebbe sul mercato. Ovviamente va fissato a un livello ragionevole: deve essere una soglia sotto la quale nessuno può scendere, anche per dare dignità al lavoro. E’ uno strumento semplice che dà modo a tutti di comprendere ed esprimere i propri diritti, senza doversi districare tra le tante voci della busta paga. Ce l’hanno quasi tutti i Paesi Ocse ed europei se escludiamo quelli nordici, che hanno un forte ed effettivo grado di copertura della contrattazione collettiva. Anche in Italia in teoria i contratti collettivi dovrebbero coprire tutti, ma in realtà sappiamo che molti lavoratori guadagnano meno dei minimi previsti dal contratto perché lavorano più ore di quelle dichiarate o per altre ragioni (vedi i contratti pirata ndr).

Ma è vero, come temono i sindacati, che un minimo fissato per legge indebolirebbe la contrattazione?
L’esperienza degli altri Paesi dice che non è così. Può essere il contrario, cioè che sia il risultato di un suo indebolimento. Anche in Germania c’era resistenza per cui, nel 1997, si è deciso di sperimentarlo solo nei settori più problematici come l’edilizia per studiarne l’impatto. Si è visto che, oltre a non avere effetti negativi sull’occupazione, lasciava comunque spazio alla contrattazione collettiva. Nel 2015, anche per rispondere al problema dei mini jobs poco pagati, è stato introdotto a livello federale fissandolo a 8,5 euro e nel tempo è salito a 12 euro. Sindacati e imprese hanno comunque un ruolo importante nel deciderne l’evoluzione. Del resto è importante, per evitare che lo strumento sia “catturato” da ragioni elettorali, che una commissione di esperti con rappresentanti delle parti sociali dia almeno delle indicazioni al governo sul livello minimo e sugli aumenti.

C’è il rischio che riduca l’occupazione, come sostengono le imprese?
Ci sono molti meccanismi che consentono di riconciliare un minimo retributivo netto per il lavoratore con il contenimento del costo del lavoro che grava sulle imprese. In Francia, dove il minimo è decisamente generoso rispetto al salario mediano (è superiore al 60%) lo Stato per evitare effetti negativi sull’occupabilità delle persone a bassa qualifica ha deciso di ridurre i contributi sociali per quella platea. Ovviamente è una scelta politica: significa che, per compensare, altre categorie di lavoratori pagano contributi più elevati.

A proposito di contributi: secondo Confindustria i datori di lavoro italiani non possono pagare di più, deve essere lo Stato ad intervenire tagliando ancora il cuneo fiscale.
Ridurre il cuneo è un obiettivo giusto, ma con la pandemia il debito è aumentato molto per cui non è possibile farlo senza individuare forme alternative di gettito per lo Stato. Il taglio deve far parte di una più ampia riorganizzazione del sistema fiscale: visto che l’Iva è già alta, oltre a rafforzare la lotta all’evasione l’Ocse ha più volte consigliato di finanziare la riduzione delle tasse sul lavoro aumentando l’imposta di successione (in Italia molto bassa e con un’elevata soglia di esenzione ndr) e le tasse sugli immobili, anche aggiornando i valori catastali.

Nel Rapporto 2021 sull’Italia avevate chiesto di allargare la platea dei beneficiari del reddito di cittadinanza. Qual è il giudizio sulle modifiche fatte dal governo con l’ultima legge di Bilancio, che vanno in direzione opposta?
Una premessa: anche sul reddito, come sul salario minimo, in Italia c’è una discussione sterile. Di uno strumento di contrasto alla povertà c’era assoluto bisogno. Quanto alle modifiche: si sono privilegiate misure di contrasto agli abusi, ora vanno allentati alcuni criteri di accesso troppo restrittivi. Si deve fare di più per raggiungere una maggior quota di persone in povertà: il 56% dei poveri assoluti in base alla definizione Istat non lo riceve. Penso alla regola che richiede ai cittadini extracomunitari 10 anni di residenza in Italia: in quasi tutti gli altri i Paesi ne bastano cinque. Va poi modificata la scala di equivalenza aumentando il contributo per le famiglie numerose e per categorie più a rischio povertà come le madri single. Sono state fatte alcune cose per incentivare la ricerca di lavoro, ma è una follia che ancora oggi in Italia chi lavora anche una sola ora perda da un giorno all’altro il sussidio. Come auspicato anche dalla commissione Saraceno occorre un meccanismo di uscita graduale dal beneficio, altrimenti – visto il livello dei salari – è oggettivamente difficile che per un beneficiario sia conveniente accettare un posto in settori come la ristorazione e le costruzioni.

Secondo i critici, il reddito è un “fallimento” perché troppo pochi beneficiari hanno trovato lavoro.
Innanzitutto bisogna tener conto che tra i beneficiari ci sono molte persone assai lontane dal mercato, non in grado di lavorare o che per essere avviati al lavoro necessitano di molto sostegno anche psicologico e formazione. Poi le politiche attive in Italia restano molto deficitarie. Il Pnrr ha messo in campo risorse significative, ma non è solo questione di soldi: va ripensata l’infrastruttura dei centri per l’impiego. Le competenze sono in mano alle Regioni ma occorre che ci siano dei parametri nazionali e che i fondi siano ripartiti non solo in base al numero di potenziali utenti ma anche alle performance del servizio. Ed è opportuno, anche se alcuni sono contrari, utilizzare di più le agenzie private come fanno molti Paesi tra cui la Francia. Molti operatori privati hanno ottima conoscenza del mercato e se si impongono condizioni molto stringenti, anche in questo caso legate ai risultati (effettiva capacità di trovare un posto, durata dei contratti, remunerazione), possono dare un aiuto importante. Dubito che investendo solo sui centri per l’impiego possiamo ottenere risultati nel breve periodo. In Italia ancora non c’è una banca dati nazionale dei posti disponibili: ci sono solo quelle regionali che non comunicano tra loro. Una follia. Questo è il minimo, è il punto di partenza.

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